Editoriale, Pensieri critici — 29/12/2015 20:53

“Dieci” buoni motivi per parlare di teatro e critica

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REDAZIONE – L’occasione di festeggiare dieci anni di vita di Altre Velocità “Ancora tu!” (il 19 dicembre scorso a Bologna nella Sala Tassinari del Comune), mi permette di affrontare la questione su come deve agire la critica teatrale, per essere riconosciuta come strumento efficace in un settore, come quello dello spettacolo teatrale. Sono riflessioni scaturite dopo aver partecipato a un incontro iniziato con toni moderati, basato su testimonianze di chi il teatro lo fa da almeno dieci anni, nato artisticamente insieme con una delle voci culturali più vivaci qual è A.V., ma terminato in un forte clima di tensione per l’intervento di Nicola Toffolini della Compagnia Cosmesi, suscitato dalla pubblicazione di Lorenzo Donati santarcangelo-2015-fine-della-dialettica. sull’esperienza condotta  nella conduzione dell’ osservatorio critico gestito al Festival di Santarcangelo di Romagna. I molti interrogativi lasciati in sospeso, a quali purtroppo, non c’è stato modo di dare delle risposte (non per volontà di chi ha organizzato l’evento), derivano dall’aver udito parlare di dissociazione e disadattamento, espressioni che riconducono al disagio, normalmente vissuto in ambienti sociali di emarginazione, sofferenza, esclusione – e riportano alla questione di come affrontare la salute individuale o collettiva delle persone, condizionando il dibattito e chi opera in un settore dove l’intento è di promuovere un’attività basata sul concetto di benessere e soddisfazione culturale. Parlare di disagio in ambito teatrale significa denunciare uno stato di malessere evidente. Il disadattamento e la dissociazione descritta come condizione attuale – tra chi il teatro lo vive tutti i giorni – (dagli interventi di Stefano Tè del Teatro dei Venti e Gianni Farina della Compagnia Menoventi), dovrebbe far riflettere sul perché venga denunciato a viva voce questo disagio.

altre velocità

Il confronto tra chi lo fa il teatro e chi lo deve analizzare con lo strumento della critica, spesso si risolve in una dialettica autoreferenziale. Posizioni distanti tra di loro a causa di attese che non trovano sempre risposte adeguate. Credo che esprimersi rispetto alle proprie specifiche competenze e individualità, sia un solo un primo passo, ma che sia altrettanto necessario superare pregiudizi nel ricercare quelle che possono essere delle convergenze per sostenere vitalità il sistema teatrale e culturale, inteso come un fattore di crescita e sviluppo della nostra società. Se il teatro di cui discutiamo attraversa a fasi alterne la sua capacità creativa, a crisi di identità, dall’altra parte anche la critica stessa appare poco incisiva e propositiva, scarsamente interessante, a fronte di attese che non trovano soddisfazione, come si è udito a Bologna negli interventi di Paola Villani e Silvia Costa, con argomentazioni soggettive ma entrambe allineate sulla questione di uscire da schemi desueti, di aprirsi verso l’esterno, e in particolare di com’è vissuta la critica nei confronti di chi la “subisce”. Un esplicito invito a uscire da un circuito chiuso dove ci si ritrova spesso per discutere delle rispettive posizioni – anche ideologiche; com’è avvenuto a Bologna, ma di fatto prive di un confronto allargato in cui far partecipare un pubblico più vasto, in altre parole l’utente principale dell’impegno artistico.

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Da spettatore a lettore, quindi: una sorta di doppia veste e se si pensa allora a come deve agire il critico, affinché possa esprimere efficacemente il suo sguardo, tramutando in parole e pensieri, quelle intenzionalità ideate per la creazione artistica, la responsabilità diventa per il critico maggiore. Ci è stato richiesto di affiancare il processo creativo teatrale; di seguirne l’evoluzione artistica per comprenderne la poetica, com’è definita la critica militante – se ha ancora senso chiamarla così – e allo stesso tempo, c’è chi vede il rischio di una vicinanza compromettente, in grado di sfalsare l’obiettività del giudizio. Questo, secondo me, genera confusione e rischia di mitizzare (o al contrario) di svilire la responsabilità stessa del ruolo di critico. Fatti salvi comportamenti individuali nel rispetto e coerenza di un’onestà intellettuale di cui ognuno deve farsi carico. Una questione non irrilevante che comporta un’assunzione di responsabilità non regolamentata e basata su un codice etico deontologico del giornalista generico; quanto, invece, a rischio di gestione in parte superficiale, se si pensa alla facilità di improvvisarsi critici per chi decide di scrivere sulla Rete, in totale autogestione e assenza di controllo redazionale, non provenendo da un’esperienza giornalistica accreditata.

La necessità di avere visibilità e riconoscimento per chi fa teatro, ha dato alla critica la possibilità di trovare ampio spazio sui blog e sui siti, andando a colmare un vuoto lasciato dai giornali della carta stampata, senza però fornire un’adeguata formazione. Non c’è stato un passaggio di “consegne” generazionale – tra una cultura della critica che manteneva una sorta di distacco e lontananza, limitandosi esclusivamente alla funzione di recensore, a una “nuova” critica dove il “contagio” tra le due parti è stato facilitato da un’evoluzione progressiva del modo di fare (anche) teatro. Una vicinanza dovuta a un’età più ravvicinata tra quella dell’artista e il critico; un agire sulla scena temi socialmente più sensibili per le generazioni in cui il teatro è visto come strumento d’indagine, e non solo per il semplice intrattenimento. Va chiarito e smentito anche che esista una critica a “libro paga” di festival o direttori artistici, ritengo sia un’accusa fuorviante e destabilizzante, a fronte di un impegno, dove non esiste una retribuzione (non ci sono editori di riferimento, se escludiamo alcune forme di ricavo pubblicitario e sostenibilità delle spese rimborsate), colmata dalla passione che porta a occuparsi di questa pratica intellettuale. La fallibilità del critico esiste e non va taciuta, così come esiste quella dell’artista. Condizione che può essere superata da un impegno da disciplinare nella consapevolezza che da entrambe le parti si agisca con la dovuta serietà; così che si possa contribuire a migliorare una visione consapevole e un giudizio sereno, evitando a volte certe forzature eccessive di “lodi” e “simpatie” di cui diffidare.

Il teatro fatto bene e una capacità di analisi critica svolta con serietà, sono i presupposti per garantire l’attendibilità di un sistema di cui tutti siamo corresponsabili. L’inevitabilità dello sguardo va sempre considerata nel nostro lavoro. L’attore responsabile si deve confrontare con il critico – altrettanto cosciente del suo lavoro, con la differenza che quest’ultimo emette un giudizio pubblico soggetto ad approvazione o disapprovazione dall’artista stesso che si vedrà riconosciuto nel suo lavoro o smentito. Senza dimenticare il lettore/spettatore al quale è riconosciuto un suo giudizio autonomo. Marco De Marinis declina “l’azione teatrale come azione comunicativa e come intreccio complesso di azioni sceniche” e sostiene come “il fare teatrale sia sempre una manipolazione, vedendoci sempre anche un’azione seduttiva esercitata sullo spettatore”. La seduzione , il potere di chi lo esercita. Varrebbe la pena parlarne .

19 dicembre 2015
Ancora Tu! Il teatro, la danza e Altre Velocità 2005-2015
Bologna, Sala Tassinari

 

A dieci anni dalla fondazione di Altre Velocità costruiamo un momento di incontro che sia occasione di riflessione sul teatro degli ultimi 10/15 anni, un arco di tempo che ha visto nascere in Italia e nel territorio emiliano-romagnolo diverse esperienze artistiche. Invitiamo artisti, compagnie, webzine, critici, festival e operatori che come noi compiono 10 anni a portare la propria testimonianza per confrontarci su questo ultimo pezzo di “presente permanente”, per capire cosa è successo (e cosa non è successo). «Ancora tu! Ma non dovevamo vederci più?» cantava Battisti. Eppure siamo quasi tutti ancora qui con il teatro, con la danza e la critica, forse residuali, certamente minoritari, eppure presenti.

Compiono 10 anni (o giù di lì) e presentano i loro interventi:

Compagnie e artisti: Michele Bandini/Spazio Zut, Alessandro Carboni, Compagnia Berardi Casolari, Città Di Ebla, Silvia Costa, Fagarazzi Zuffellato, Fibre Parallele, Gli Omini, gruppo nanou, Menoventi, Orthographe, Punta Corsara, Reggimento Carri/Roberto Corradino, Teatro Dei Venti, Paola Villani.

Operatori e festival: Edoardo Donatini/Contemporaneafestival Prato, Roberta Nicolai/Teatri di Vetro, Gianluca Cheli/Kilowatt Festival, Pietro Valenti/ERT – Emilia Romagna Teatro Fondazione, Giancarlo Cauteruccio/Zoom Festival.

Critici, studiosi e testate: fattiditeatro, Tihana Maravic, Il Tamburo Di Kattrin, Teatro E Critica Webzine, Rumor(s)cena il giornale per chi segue lo spettacolo.

Saluti istituzionali: Davide Conte – Assessore Cultura e rapporti con l’Università del Comune di Bologna

Saranno presenti: Ateliersi, Silvia Bottiroli, Matteo Casari, Marco De Marinis, Oscar De Summa, Elena Di Gioia, Danza Urbana, Francesca Divano, Fabrizio Favale / Le Supplici, Silvia Fanti, Maison22, Laura Mariani, Silvia Mei, Kinkaleri, PerAspera Festival, Michele Pascarella, Cira Santoro, Antonio Taormina, Teatri di Vita, Teatro dell’Argine, Teatro delle Briciole, Michele Trimarchi, Cristina Valenti, Mattia Visani e altri ospiti in via di definizionw

Ancora tu! è a cura di Lorenzo Donati, Agnese Doria, Alex Giuzio, Rodolfo Sacchettini, Serena Terranova. Con Valentina Bertolino, Francesca Bini, Francesco Brusa, Alessandra Cava, Lucia Oliva, Matteo Vallorani.

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