Teatro, Teatrorecensione — 29/12/2013 13:41

Una “Zombitudine” tutta all’italiana quella che raccontano Timpano e Frosini

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LA SPEZIA –Sono intorno a noi, in mezzo a noi, in molti casi siamo noi a far promesse senza mantenerle mai se non per calcolo, il fine è solo l’utile, il mezzo ogni possibile, la posta in gioco è massima, l’imperativo è vincere e non far partecipare nessun altro, nella logica del gioco la sola regola è esser scaltro”. (Frankie Hi Nrg, “Quelli che benpensano”)

 Mi aspettavo l’inserimento da un momento all’altro di “Thriller” di Michael Jackson. Già che non sia accaduto sono punti in più per questo “Zombitudine” a doppia firma della coppia, in scena e nella vita, Daniele Timpano ed Elvira Frosini. Diciamo subito che dopo l’exploit di “Aldo Morto”, pluripremiato pezzo di Timpano, denso, profondo, duro, potente, salvifico, questo è un ritorno alle origini, al passato, non proprio un passo indietro ma uno scendere su quella scala che l’autore di “Ecce robot” aveva intrapreso e affrontato. Zombitudine risente del lavoro della Frosini “Can you eat me”, visto a suo tempo nelle segrete del Castello di Lari.

Rimane in bocca l’impasto sanguinolento del giocoso, del goliardico, anche se ammantato da una spessa e solida pasta di quotidiano e di (facile e leggibile, è bene dirlo) analisi del sociale prevedibile. Il ché non significa che non rispecchi la realtà o che sia banale e ordinario. Si rimane però in un ambito sospeso, indeciso tra l’ironia e la voglia di scavare a fondo, di cercare altre soluzioni, altre dinamiche, altre vie possibili.

I due ultimi uomini sopravvissuti all’ecatombe si sono rifugiati, assieme ad un manipolo, non scelto ma totalmente casuale di persone, dentro un teatro. Fuori avviene l’apocalisse, l’ultima notte sulla terra. Non aprite quella porta. Da fuori premono, Romero docet, per entrare e mangiarsi l’ultima carne tremula e fresca. La cultura, il teatro, la parola, la lettura, i classici li salveranno? Illusi.

Se in un primo momento gli zombi, affamati di sangue, avevano il volto dei politici, perfetto in questi tempi destabilizzanti di grillismo e recentemente di Forconi, pian piano si vira verso la nuova assonanza zombi uguale immigrati, migranti che arrivano a rubarci il lavoro, “vengono a sfruttarci, vengono a sfrattarci, a venderci rose ed accendini”.

Certo Timpano ci mette del suo per essere sempre controcorrente e mai politicamente corretto, ed è una scelta di campo il mettere in scena il linguaggio e le idee certamente non edulcorate che circolano tra le strade, nelle piazze delle nostre città assiepate ed assolate: “negro” o “frocio” o ancora “ebreo”, in forma dispregiativa ed offensiva (Shakespeare ne “Il mercante di Venezia” ha fatto scuola), qui sono d’ordinanza. Serve? E’ utile?

Non è né presa di posizione moralistica né tanto meno provocatoria o pseudoscandalistica: siamo noi che parliamo con le nostre paure terrorizzati del diverso e per difesa offendiamo a priori. Chissà se veramente susciterà, ancora, scalpore (ma forse non è l’intento di Timpano-Frosini) gli epiteti lanciati in quest’epoca tanto garantista nelle leggi scritte, tanto permissivista nella concezione dell’altro e nell’accettazione dell’altro.

O forse siamo già morti, dead man walking che credono di essere vivi, di fare scelte proprie e non telecomandate dall’alto, dai media, dalla tv, dagli spot, morti tra morti dove alcuni si credono meno defunti degli altri solo perché si agitano un po’ di più tra colori, sesso e impegni sull’agenda, mostre, cinema e vernissage. I Cranberries dicevano nella loro “Zombie”: “Ma tu lo vedi che non sono io, non è la mia famiglia, nella tua testa, nella tua testa stanno combattendo con i loro carri armati e le loro bombe, le loro bombe e le loro pistole”.

Siamo morti? L’Italia è morta? Gli italiani sono morti? Gli europei sono morti? La Grecia antica è morta? Il teatro è morto? La sopravvivenza è soltanto un punto di vista. Siamo vivi ma siamo morti al tempo stesso. Se la Frosini è la Sposa Cadavere di Tim Burton in movenze da Charlie’s Angel, Timpano è più vicino ad un fumetto, tipo l’amico di Scooby Doo oppure somiglia ad Indiana Jones, cercatore e scopritore dall’interno del morbo-virus che tutto e tutti attanaglia, questa morte prima della morte, con basette alla Elvis muovendosi impomatato come una parodia di 007.

Urlano “Prendete posizione”, e sembrano Steve Jobs che ululava di essere arrabbiati e folli. Ah, chi lo è più? Siamo vecchi, siamo marci. La Resistenza di “Bella Ciao” che risuona ha perduto la sua battaglia, stanno arrivando, hanno occupato tutti i posti di potere. Il futuro è una parola vuota, senza significato. Anche se Timpano è il nostro Woody Allen. Che diceva infatti: “Si vive una sola volta. E qualcuno neppure una”. E anche: “Morire e’ una delle poche cose che si possono facilmente fare stando sdraiati”. Oppure: “Non mi interessa l’immortalità attraverso l’arte: io non voglio morire”. Infine: “Non credo in una vita ultraterrena. Comunque porto sempre con me la biancheria di ricambio”.

“Zombitudine”, uno spettacolo di e con Elvira Frosini e Daniele Timpano. Testo, regia e interpretazione: Elvira Frosini, Daniele Timpano; scene e costumi: Alessandra Muschella; Ideazione e realizzazione: Marco Fumarola, Daniele Passeri; aiuto regia: Francesca Blancato. Produzione: amnesiA vivacE, Kataklisma; coproduzione: Teatro della Tosse di Genova, Fuori Luogo La Spezia, Teatro dell’Orologio di Roma. Visto al teatro Dialma Ruggiero, La Spezia il 13 dicembre 2013.

 

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