Teatro, Teatrorecensione — 29/11/2015 13:06

Il grigio che emerge dal buio e sgomenta la vita

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MILANO – “Eigengrau”, titolo dello spettacolo in scena al Teatro Filodrammatici di Milano fino a domenica 6 dicembre, significa: “Il grigio profondo percepito dagli occhi, quando sono immersi nella più totale oscurità”. Così spiega il programma di sala. Il riferimento è al termine tedesco, intraducibile, che dà titolo alla drammaturgia della  britannicissima Penelope Skinner. Si tratta di una commedia, ma una di quelle un po’ urticanti, però, e che non ti lasciano il tempo di accomodarti sulle note leggere della risata – così ci ha abituati la recente programmazione del Teatro Filodrammatici; in questa direzione va, molta della drammaturgia contemporanea Un testo che mixa dialoghi smozzicati e un pensiero ancora più discontinuo, che è quello della generazione dei trentenni. Sembrano non avere pietre fondanti, su cui erigere la propria esistenza; si aggrappano a qualsiasi cosa col cieco furore di chi sta annaspando e non può certo permettersi di fare troppo lo schizzinoso. Così il “grigio profondo”, qui, è sì quello negli occhi di Rose – cieca, prima, ed edipicamente (auto) accecata, poi – ma forse è anche quello delle pur differenti declinazioni di visuale –  degli altri personaggi. E’ il cinismo rampante di Mark, che sembra quasi capitolare dalla sua serialità di “metrosessuale anaffettivo” di fronte alla passione politica e sociale di Cassie: la scorza da femminista militante – “dura e pura” – di quest’ultima, sotto cui probabilmente si mal cela una bruciante paura di relazioni affettive. Ed è pure la goffa gentilezza e la smania accuditrice di Tim, che alla fine troverà il coraggio di lasciarle andar via, le ceneri, che gl’ingrigivano l’esistenza.

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Ma grigio è pure l’asfalto di quella città, che sembra solo intuita, nella regia di Bruno Fornasari e Gabriele Di Luca. Nel testo originale affiora puntuale, sul crinale di ogni scena, attraverso le voci, gli umori, gli stralci di conversazioni, le pubblicità e quant’altro inquina acusticamente le orecchie degli abitanti di una metropoli. Ne sovraccarica il pensiero. Ne ingombra a tal punto modo le menti, e l’affettività, da depistarle verso un modus vivendi da topolini da laboratorio, rapsodico e discontinuo. Tutto questo manca nell’adattamento in scena: la freneticità asfittica e spersonalizzante della city viene resa attraverso rapidi cambi di luogo – complice anche una scenografia snella ed essenziale -, che nella maggior parte dei casi non esce dagli interni che rappresentano gli spazi domestici. Quando lo fa, è per portarci in non-luoghi affettivamente asettici come il fast food o l’angoletto sotto casa, abitato solo dal fumo di una sigaretta all’addiaccio e dal clandestino, dove si assiste al perpetrarsi di dinamiche d’approccio, chissà quante volte sfoderate.
E cosa succede, in questo microcosmo disturbato e disturbante? La più classica delle storie: un triangolo amoroso. All’inizio reso con brio surreale e delirante velocità di battuta – alla situation comic -, poi però il sorriso scolora nell’amarezza di una verità dalla tonalità affettiva effettivamente “eigengrau”.

EIGENGRAU
La commedia sconfina in farsa e si accende di toni grotteschi per poi tornare ad un finale a suo modo happy, benché inverato da tutto il disincanto attraverso cui ci ha accompagnati. Quasi che alla fine avesse ragione lei, l’istrionica e picchiatella Rose – interpretata dalla convincente Federica Castellini. Regina di un “think pink”, che non accetta deroghe – un po’ “sognatrice” alla Copì, ma con agiti che ce deviano verso atmosfere alla “Rose Mary babies” -, è in fondo lei, il perno di tutto. Lei, con la sua attenzione maniacale per i nomi – folgorante, in tal senso, l’aneddoto su John La Cava, il compagno di scuola caduto in un pozzo, durante una gita scolastica, inverando, così, il destino iscritto nel nome -; lei col suo delirante negazionismo di un sano principio di realtà – come capita a tanti, in fondo, anche nella vita, di fronte a un rifiuto. Ecco, forse è questo, il punto di forza della pièce: restituirci, sotto la lente d’ingrandimento del teatro, i corto circuiti della vita reale. E mentre sorridiamo per la vicinanza empatica, abbassiamo le difese. Così si prepara il terreno la scrittura tagliente ed efficace della Skinner. E poi affonda. E’ la denuncia della solo apparentemente emancipata situazione della donna nella nostra società, resa non solo attraverso il volutamente ideologico sciorinare statistiche di Cassie – salvo poi cedere a un decisamente più tradizionale modello di sottomissione, in camera da letto -, ma, in modo forse ancor più feroce e disarmante, nelle piccole perle di saggezza prèt-à-porter di Rose.

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“Cosa fa una donna, quando vuole riconquistare il suo uomo? Dimagrisce e si compra un vestito nuovo...”. Ridendo, si toccano temi cari alla contemporaneità: bulimia e compulsione compensativa nelle dipendenze da cibo, il bisogno d’accudimento come surrogato di un rapporto affettivo autentico e paritario, lo sposare una causa per sublimare la negazione della propria fragilità relazionale, menzogna e auto menzogna come strategie di sopravvivenza o la serialità nelle relazioni occasionali, epifenomeno di quel che modernamente si chiama “Sindrome di Peter Pan”, solo per citarne alcuni. Questa commedia, in fin dei conti, non è poi così leggera leggera. E lo sarebbe  ancor più – compensando in modo più leggibile –  la pur bravura attoriale e tecnica di Tommaso Amadio, Valeria Barreca e Massimiliano Setti, che, insieme a Federica Castellini, risultano i più convincenti, complice forse anche i ruoli più estremi e meglio caratterizzati -, se una regia più spregiudicata ci avesse aiutati a leggerla in modo più manifesto, uscendo dall’eigengrau di una linea d’ombra.

Visto al Teatro Filodrammatici di Milano il 26 Novembre 2015

 

 

In scena da giovedì 26 novembre a domenica 6 dicembre al Teatro Filodrammatici di Milano
Eigengrau
di Penelope Skinner
con Tommaso Amadio, Valeria Barreca, Federica Castellini, Massimiliano Setti
regia Gabriele Di Luca e Bruno Fornasari

 

 

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