Teatro, teatro danza, Teatrorecensione — 29/10/2013 23:28

“B.Madonna”: sulla scena newyorchese la danza Butoh di Maureen Fleming

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crediti fotografici di  Sandra Zea

 

 

 

Il mito greco narra che Persefone, figlia di Zeus e Demetra, rapita dallo zio Ade, mangiò sei semi di un melograno degli inferi, ignara del fatto che tale gesto l’avrebbe costretta a una vita nell’oltretomba come sposa dello zio. Per porre rimedio alla disperazione di Demetra, dea della fertilità, Zeus trovò un accordo con Ade: la fanciulla avrebbe trascorso sei mesi come regina degli inferi e sei sulla terra, accanto alla madre, la quale per festeggiare l’atteso ritorno, avrebbe inaugurato ciclicamente il risveglio della natura e garantito il ritorno della bella stagione.

B.Madonna, di e con Maureen Fleming, in scena al teatro La MaMa di New York, è una rilettura del mito greco attraverso l’assimilazione osmotica a un altro mito, quello della Black Madonna, sepolta nelle profondità della terra e riportata sulla crosta grazie a una misteriosa emanazione di luce.

In termini di metafora: dalla morte alla vita, e viceversa, in una lotta continua tra il buio e la luce, tra la primavera e l’inverno, in quel luogo interiore imperfetto e asimmetrico che è l’animo, popolato da dense masse di ombra scura, che gravitano intorno alle fessure d’aria, per penetrarle, ostruire i canali, interrompere il flusso verso l’esterno.
La Fleming, americana nata in Giappone, allieva di Kazuo Ohno, co-fondatore del Butoh, sempre alla ricerca dell’elemento di universalità insito nell’animo umano, appunto, esplora la relazione con la Madonna Nera che abita ciascuno di noi, il nostro io misterioso sepolto nelle viscere di noi stessi, il buio dietro le stelle che ci si incarnisce dentro in certi momenti, il lancinante scollamento tra le due estremità che ci attirano da fonti opposte.

crediti fotografici di  Christopher Odo

Scartati il dato narrativo e quello verbale, culturalmente connotati e quindi sterili, il fuoco centrale dell’espressione è nel corpo, in quella affascinante danza ispirata alla disciplina orientale che alterna momenti di movimento lento e controllato ad altri di euforia energetica.

All’apertura del sipario, come da un’eruzione pacifica, partorito senza dolore dalla luce, ingoiato al contrario dal cielo che la attira verso di sé, il minuto corpo bianco della danzatrice si sgranchisce con grazia dalla bocca rocciosa di un vulcano in un crescendo di suoni ancestrali. Uno specchio d’acqua ovale sul proscenio raccoglie le lame di luce determinate dalle rapide intersezioni degli arti in movimento col cono di luce fisso. E tutto lo spettacolo è un susseguirsi quadri singoli, variazioni bellissime di una stessa poetica e straziante battaglia tra due forze che si contendono un medesimo corpo.

Nel terzo quadro, intitolato “Dialogue of Self and Soul”, la Fleming ingaggia una raffinata lotta con un telo rosso elastico fissato a un lato della scena, che la avvolge e la spinge come fosse un’altalena orizzontale; lei ora vi si adagia e ora vi si contrae, tenta la rincorsa e cede, anelando a qualcosa che si trova all’estremità opposta rispetto alla sorgente del telo, eppure incapace di spezzare la resistenza, di lasciarsi andare allo sforzo definitivo, in un continuo lacerante ma composto dialogo tra due parti di sé. Una sorta di urlo muto del corpo, accompagnato da Channels and Wind di Philip Glass, un brano che gioca sempre intorno agli stessi temi, più o meno riproducendo il medesimo meccanismo ipnotico dell’ “Einstein on the Beach” diretto da Bob Wilson.

Crediti foto di  Emily Boland

Sempre su un brano di Philp Glass, Metamorphosis Two, stavolta suonato al piano dal vivo da Bruce Brubaker, nel sesto quadro la danzatrice si cala da una torre scura a gradoni (the black beyond the stairs, suggerisce lei stessa), a testa in giu’, sospesa come una stella in cielo, incollata a quella ziqqurat d’ebano come se non le fosse richiesto di rispettare le leggi di gravità, per forza di una resistenza fisica che non trova alcuno sfogo nel rigonfiamento dei muscoli. Una mente inevitabilmente colonizzata dall’iconografia europea lo assimila a un quadro metafisico in cui la materia-corpo si regge nel vuoto, ma senza consistenza, come un oggetto liquefatto di Dali’ eppure perfetto nelle linee di contorno come in un corpo disegnato da Ingres.

Settimo Atto. “Axis Mundi”: «At the edge of the water I see. If I could be formless, like the water, this pain would flow from me. If I could grow invisibly, like the ancient trees, this body would survive eternity». Supina, di spalle al pubblico, adagiata sullo specchio d’acqua, unica costante scenografica. Tra le sue mani rami spogli stilizzati. Mentre un rumore d’acqua che fluisce ci ipnotizza, lei innesca un gioco accuratissimo di ombre: il suo corpo si triplica e si quadruplica nel gioco delle rifrazioni e delle proiezioni. Il meccanismo è molto sofisticato: insieme al suo corpo si moltiplicano anche gli specchi d’acqua che si riflettono e l’immagine capovolta nella proiezione la riversa al di sotto del cerchio d’acqua, come fosse tra le onde, sulla cima del mare, lì lì sull’orlo dell’emersione, a meta’ tra due luoghi, tra gli inferi e la terra. Germoglia faticosamente proiettando le sua braccia, ora rami, fuori da quell’acqua che liquefa, insieme alla sua forma, anche la sua pena, dandole sembianza di un albero antico capace di resistere per l’eternità.
Ma l’eternita’ non e’ di questo mondo e mentre sullo sfondo rosso inferno una proiezione la mostra in un nuovo urlo silenzioso, lei spronfonda nuovamente verso il fondo.

crediti foto di  Emily Boland

Dopo piu’ di due ore di movimenti in slow motion, di vigore condensato, all’insegna di una economia del gesto e del massimo sforzo per il minimo risultato, nel finale, in un gioco di proiezioni e di veli rossi e neri, la vediamo sciogliere i muscoli in una danza vorticosa, concedendo finalmente al nostro occhio disallenato alla lentezza, il sollievo del movimento, dell’energia vibrata nell’aria. E come in un esercizio di atletismo del cuore, i sussulti dei muscoli di lei rimbombano dentro di noi e vengono a toccare le corde della nostra sensibilità fisica. Sublime.

Diretto e coreografato da Maureen Fleming
Testo di David Henry Hwang
Light and visual design di Christopher Odo
Videography di Christopher Odo, Jeff Bush
Sound design di Brett R.Jarvis
Musiche di Guy Klucevsek, Karou Watanabe, Philip Glass
Voce di donna: Ruth Maleczech, Maureen Fleming
Pianoforte dal vivo di Bruce Brubaker

Visto al La MaMa E.T.C., New York,  il 25 ottobre 2013

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