musica e concerti — 29/09/2016 14:00

Delight, l’ep delle Coma Berenices. La musica è uno stato d’arte.

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NAPOLI – Che si riesca a procurare la percezione di un linguaggio nell’assenza di semantica, in musica, è un punto notevolissimo da cui partire. E non per ragionare. Non è ragionare, sull’arte, che continua il livello di comprensione. Nemmeno le logorree più o meno erudite a descrivere con paroloni un’opera d’arte. Tentare, piuttosto, di riproporre il magma interiore scosso o concepito dalla creazione. Le Coma Berenices sono due donne. Giovanissime. Napoletane. Ma cittadine di ovunque. Ovunque portano a spasso i loro strumenti e suonano. La musica verso chi ascolta. Si autoproducono, l’ep s’intitola Delight. Cinque pezzi, strumentali. E voci non dette a raccontare. Per corde, soprattutto: chitarre elettriche, acustiche, mandolino. L’estensione naturale di Antonella Bianco e Daniela Capalbo. E le percussioni, di Fabio Caliento.

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foto Martina Esposito

Rockeggianti composizioni intinte nel psichedelico accennato, senza fuorviare nelle mode nostalgiche retrò, un sottostrato di concept a produzione di partiture lasciate al puro creativo. Ritmi e atmosfere da rock suite, il melodico amplificato in sguazzi. Come se dalla città, metaforicamente, ci si avviasse fuori, verso lo sconfinato. Il benvenuto di Take Care, prima traccia, prelude a un ascolto visionario, con reiterazioni di battute e arpeggi, composizioni ‘geometriche’ e sfoci in rapsodie. Un esercizio di metrica sonora e di verso libero, parlando di note, naturalmente. Sguazzando come gettare vernice su tele immacolate, senza rigore. Bianco e nero con qualche tono pastello. Il raddoppio di chitarre, a simulare un basso una, di a spring blossom, e l’intrusione del mandolino, con la basse ritmica e il roco da grunge anni ’90. Delicatezza e scorza. Un riconoscibile tappeto modulare e l’apertura, trasgredendo. Sorprende la ricchezza del complesso sonoro. Nonostante gli strumenti siano pochi, ma piena è la concezione di riempire di musica lo spazio vuoto e silente. Esteriore come interiore.

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Antonella Bianco – foto di Martina Esposito

Wawes, sono passi a metà del cammino. Come passi felpati, i suoni. Si riconosce la matrice accomunante dell’intero album, ma qui si spazia a una “quadrophenia” incalzante. Prima dell’eterno ritorno al riff caratterizzante. La ritmica, qui, a farsi sentire prepotente, come dettare tempo a passi pizzicando sottilmente corde. Idiot e the end sono il collasso salutare del lasciarsi e non farsi male. Dell’abbandono prima di vedersi ancora. Cremoso ascolto e leggermente inumidito. Qui la concezione dell’apparato musicale si condensa prima di sublimarsi. In copertina un profilo ombreggiato di donna, forse (non più) bambina, osserva il ramificarsi d’una pianta dall’ombra particolarmente allungata, libera. Come liberi i rami… Un ascolto gustosissimo.

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Daniela Capalbo – foto di Martina Esposito

 

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