Focus a teatro, Teatro, Teatrorecensione — 29/06/2014 at 14:53

Focus su Luigi Marangoni (Dinamiciteatri) interprete di “Alone”

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SARZANA – Nel tempo del tecnologico, della bulimia della Rete dove tutto è registrato fotografato fagocitato (e quindi potrebbe essere e anche altrettanto velocemente deiettato) conoscere Luigi Marangoni, un artista giovane, attore e anche regista, così votato ad un profondo e sommesso dialogo con il Teatro sociale e di impegno civile è una scoperta che fa bene al cuore e al cervello. Leggendo infatti dal suo curriculum più recente, si nota che ha lavorato in carcere a Rovigo ( 2010 Autoritratti dal carcere, videoinstallazione per dodici detenute|i)  selezionato per Edge festival 2011 del centro Europeo di teatro e carcere di Milano e della prima Rassegna nazionale di teatro in carcere di Firenze 2012.

A seguire si è cimentato in un progetto e spettacolo per spettatore parlante, ispirato a Elogio della follia con testimonianze “folli”. Poi con Le stanze della memoria, visita interattiva nella Casa Museo Giacomo Matteotti e quest’anno con: Appunti per uno spettacolo sul 30 giugno 1960, sulla rivolta antifascista di Genova con 12 lavoratori ( non attori) che hanno strutturato testo e condotto ricerche.

Fondatore della compagnia Dinamiciteatri (2010) con alle spalle un diploma alla Bottega Teatrale di Vittorio Gassman, varie esperienze attoriali per teatri pubblici e privati tra cui il Lemming, Luigi Marangoni ha anche incrociato i territori della danza con Vito Alfarano ne “Il rumore dell’amore” ispirato a” Frammenti di un discorso amoroso”(vincitore per la coreografia del Gran Prix International Sergei Diaghilev competition art) e del cinema con In volo nel tempo- film live. Scrive

Luigi Marangoni a proposito della sua produzione artistica:

Creo spettacoli perché siano delle occasioni, perché le persone inserite nel ritmo forsennato dei nostri giorni si fermino e si concedano di respirare e uscire dalla superficie che permea la maggior parte delle quotidiane attività. Entrare sotto la pelle della nostra vita per sentire e osservare qualcosa che ci sfugge e ci accompagna continuamente(…) Considero il teatro, nella sua accezione performativa più ampia, come la forma d’arte migliore per assolvere a questo compito(…) La condizione umana di fragilità può essere superata attraverso la condivisione.
Per questo l’azione teatrale è sempre sociale e politica. Riguarda comunque tutta la società.  (…). Trovare collegamenti con le persone reali, trovare il modo di far emergere il disagio del nostro adattamento a certe regole. Il teatro in questo senso è uno strumento di riflessione e conoscenza assolutamente attuale. Uno strumento di condivisione sempre sul limite tra la vita e la morte”.

crediti foto Laura Giovannetti
crediti foto Laura Giovannetti

Entrato con la sua Dinamiciteatri nel circuito di reti e compagnie liguri TILT ( 2011 Teatro Indipendente Ligure) a Sarzana, ha presentato recentemente nel corso della rassegna NIN curata da Giovanni Berretta il suo nuovo lavoro, frutto di una collaborazione con una realtà di sofferenza, incrociando la realtà di Davide Buda ( uno degli autori del testo),  attuale vice presidente di RP Liguria.

Scrive ancora Luigi Marangoni:

Dopo un anno circa di work shop – Buda, mi ha chiesto di fare una serata in occasione della Giornata mondiale della retina, proponendomi diverse letture o musiche. Dal canto mio gli ho risposto che se mi fossi impegnato a fare qualcosa sarei voluto andare più nel profondo. Non mi interessava la semplice serata.  Lo scopo era di sensibilizzare giovani e pubblico normale alla malattia. La mia intenzione era di collegare ancora una volta il fare teatro a una necessità non solo mia ma di altre persone, un pubblico preciso. Un collegamento trasversale con il mondo dell’associazionismo. E’ così nata l’idea di una coproduzione tra dinamiciteatri e RP Liguria, con il progetto dello spettacolo abbiamo vinto una piccola cifra  per pagare una produzione che poteva poi girare facilmente anche in contesti extrateatrali ( con la co-autrice Valeria Banchero)

Luigi Marangoni
Luigi Marangoni (credito foto Marco Visconti)

Il suo lavoro Alone colpisce  per una serie di ragioni: pulizia,  niente retorica della malattia, niente melodramma; la bellezza di un attore-regista: decide di impersonare un dramma. A chi è mai capitato di pensare cosa potrebbe comportare la prospettiva diventare ciechi, a 17 anni? E ai  propri famigliari? Quanti soldi le famiglie, normali e non quelle che il “bambino ” dove  comunque ha doti artistiche…. lavare i piatti, togliere l’alone, perché l’alone è la “vista” difettosa, magari vede doppio, magari ipovedente o semplicemente ippopotamo. Oppure vede, troppo! A meno che  non abbia un detersivo per i piatti! Luigi Marangoni, solo in scena , rappresenta questo micro dialogo con la malattia, il malato. Passa molto tempo della pièce, a pulire. Pulire, cosa ?
Lavare i piatti è metafora di solitudine, anaffettiva ma solo per necessità di chi è inascoltato: alla fine malati, siamo soli a combattere con le nostre tragedie. Poi magari, arriva nella televisione generalista, un conduttore prima serata: bello come un putto, un giornalista a raccogliere fondi per malattie rare. Distante dalle nostre vite di noi che la nostra vista è difettosa e non vogliamo metterci gli occhiali

(crediti foto Marco Visconti)
(crediti foto Marco Visconti)

A prescindere da considerazioni antropologiche  il lavoro di Luigi Marangoni ha uno specifico teatrale, che vuol dire segni forti, anche estetici , perché come ci hanno insegnato i Maestri : utilizzare la realtà per trasformarla in teatro. Senza retorica. Niente a che vedere con la “ poesia” della malattia. Quindi approccio antipoetico , assai crudo. Vicino a giovani della stessa età- adolescenti, in prova anche poco metaforica, con la propria diversa attitudine al crescere e misurarsi con la vita.
Luigi Marangoni dice ancora: ” Non mi sono preoccupato mai di interpretare un personaggio. Ho parlato quasi da narratore sempre, a parte l’inizio. Ho individuato degli stati di coscienza e sono entrato in quelli”,

Gli artisti che si impegnano  nel lavorare in rete, specie nel cosiddetto “ Teatro sociale” dovrebbero essere sempre più numerosi e valorizzati, non perché la malattia fisica o mentale sia cosi in aumento in Italia almeno, ma perché deve assolutamente crescere la consapevolezza in un momento in cui razzismo e xenofobia, mettono a repentaglio il concetto stesso dell’articolo 3 della Costituzione italiana, arrivi una risposta forte di chi si occupa di cultura in questo Paese a difesa dei più deboli.

Visto alla Fortezza Firmafede di Sarzana il 14 giugno 2014 

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