Teatro, Teatrorecensione — 28/05/2012 at 13:56

La lettura “morale” di Mario Martone riscopre Leopardi e le sue Operette Morali

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Sembra di entrare dentro un sogno popolato di spiriti e fantasmi del passato, personaggi usciti dalla mitologia, folletti e gnomi, pensatori e intellettuali, anime errabonde che vagano in cerca di un senso da dare alla loro vita. Emergono da un nero profondo che non è altro che un’ancestrale memoria, caduta nell’oblio dopo immemore tempo in cui sono state dimenticate le pagine delle Operette Morali, scritte da Giacomo Leopardi tra il 1824 e il 1832, a cui da un’ anima, il regista Mario Martone, con l’obiettivo di restituire loro una vita propria, drammaturgica prima ancora che teatrale.

L’essenzialità della messa in scena, dove avvengono i dialoghi a due o più personaggi, fa risaltare in primis la prosa dell’autore, per merito anche degli attori che incarnano i panni di un pallido ed emaciato Giove, bianco nel peplo, Ercole il forzuto, quello che la mitologia definiva come quello delle “dodici fatiche”e figlio di Giove, Atlante costretto a vita a reggere sulle sue spalle l’intera volta celeste. E poi la Terra e la Luna che appaiono fosforescenti e sedute su sedie a rotelle, la Natura e l’Anima, La Moda e la Morte, Uccelli, il Gallo silvestre, personaggi come il mago Malambruno che per esaudire un suo desiderio, invoca i demoni dell’Inferno e dialoga con Farfarello, pronto a manifestare tutta la forza del suo padrone Belzebù.

C’è poi lo scrittore Eleandro ripreso dal critico Timandro che lo rimprovera per i suoi scritti a sua detta “poco edificanti: non si giova coi libri che mordono continuamente l’uomo in generale”, consigliandolo a “mutare animo e a procurar di giovare alla specie” . Lo scrittore di par suo non ama e non odia gli uomini e non sente il desiderio di procurare loro nessuna forma di piacere, convinto che l’unico rimedio in grado di affrontare l’infelicità dell’uomo sia il riso lenitivo. Non vede di buon occhio l’avanzare della civiltà moderna. E ancora il dialogo di Federico Ruysch e le sue mummie. Un archeologo di fama internazionale sorpreso e spaventato dal sentire le sue mummie declamare dei versi in coro sul destino che accomuna la sorte dei vivi e quella dei morti.

L’ascolto lo porterà alla scoperta di come il morire è qualcosa di molto simile al sonno, mentre la morte non è accadimento doloroso, al contrario un lenitivo di tutti i mali. Le Operette Morali iniziano con la “Storia del Genere Umano” affidata al carisma interpretativo di Paolo Graziosi, nei panni di Giove, in cui si assiste ad una dissertazione colta di come l’uomo, passando dal periodo dell’innocenza data dalla sua fanciullezza a quello dell’adolescenza, viva le prime contraddizioni esistenziali. Le proprie aspirazioni fanno fatica a realizzarsi, il desiderio di conoscere il mondo fa sì che la conoscenza di quanto accada fuori dal proprio “recinto” quotidiano, non sia poi così variegato e differente dal proprio. La morale insita è quella che alla fine poi gli esseri umani sono del tutto simili di aspetto e di età. Leopardi spiega bene come la caduta dell’uomo “sul declinare degli anni, convertita la sazietà in odio” finisca nella condizione irreversibile di privarsi della vita.

La regia di Martone punta decisamente sull’esaltazione della prosa dell’autore di Recanati, scritte in parte alla maniera dei dialoghi satirici e pungenti dello scrittore greco, Luciano di Samósata, risalenti al secondo secolo dopo Cristo. Lo spettacolo non ha una sua organicità ben definita, forse determinato dall’essere troppo didascalico e frammentato. Ogni quadro rappresenta di per sé uno dei 18 dialoghi estrapolati dalle Operette (sono 24 le prose nel testo originale) che toccano i più svariati temi: la condizione di miseria e di dolore presenti nell’uomo, le sue illusioni, una visione meccanicistica dell’universo, dove Leopardi sembra voler affrontare da un punto di vista filosofico, sottolineandone gli aspetti prettamente negativi della vista stessa, quasi a dimostrare l’impossibilità di riuscire a sottrarsi ad una condizione esistenziale che comporta l’accettazione operosa di essa.

Gli spunti registici nel creare delle atmosfere oniriche e ironiche si colgono nel suo complesso, anche a tratti grotteschi, evidenziati sia dalle scene di Mimmo Paladino e i costumi di Ursula Patzak che dalla recitazione, volutamente sopra le righe che enfatizza lo scambio dialogico. Suggestiva ed evocativa la scena del Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie con gli attori Renato Carpentieri, Marco Cavicchioli (bravissimo anche nell’interpretare anche un gnomo), e tra gli altri meritano di essere citati per le interpretazioni superlative Barbara Valmorin e Paolo Musio. La recitazione è proporzionata all’intensità dei singoli personaggi, alcuni dei quali emergono più di altri, rispetto i diversi ruoli che si susseguono a ritmi incalzanti. Resta però da decifrare su cosa realmente abbia voluto comunicare Martone. Di sicuro + un omaggio alla straordinaria opera in prosa, la più ambiziosa che Leopardi, sia sul piano morale che quello letterario, con l’intento di “insegnare” agli uomini nel non credere alla sua superiorità, ma al contrario impari ad accettare una condizione di essere umano intriso di debolezza e povertà, capace di affrontare con dignità il dolore.

Lo spirito originale a volte si dilata e svanisce via prima ancora di essere colto nella sua essenza più profonda. La visione si fa carica di suggestioni ed evocazioni che sanno affascinare lo spettatore, anche troppo sofisticata, in cui il regista crea delle suggestioni nel rendere visibile le pagine scritte da Leopardi, ma in chi assiste non sempre percepisce il coinvolgimento che risulta distaccato e “lontano”, nonostante le distanze fisiche siano annullate dalla creazione scenica, collocata al centro di un ideale quadrilatero che accoglie all’esterno il pubblico.   Un pregio della scelta di portare le Operette Morali a teatro è sicuramente lo stimolo di riprendere in mano l’opera letteraria e conoscerla a fondo. Il messaggio che traspare dalle sue pagine è di estrema attualità anche oggi. Leopardi si fa portavoce di un intento educativo e civile che lo stesso Illuminismo nel ‘700 affidava alla letteratura e agli intellettuali impegnati a trasmettere quei valori determinanti per il progresso della civiltà.

OPERETTE MORALI
di Giacomo Leopardi
adattamento e regia Mario Martone
scene Mimmo Paladino
suoni Hubert Westkemper
dramaturg Ippolita di Majo
musica di Giorgio Battistelli eseguita dal Coro del Teatro di San Carlo diretto da Salvatore Caputo

con: Renato Carpentieri, Marco Cavicchioli, Roberto De Francesco, Paolo Graziosi, Giovanni Ludeno, Paolo Musio, Totò Onnis, Franca Penone, Barbara Valmorin

Produzione Teatro Stabile di Torino

visto ai Teatri di Vita il 16 maggio 2012

 

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