Editoriale, Pensieri critici — 28/04/2026 at 10:43

Cala il sipario per Beatrice Venezi, licenziata dal Teatro La Fenice.

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RUMOR(S)CENA – VENEZIA – E infine, è avvenuto. Domenica sera 26 aprile scorso, nell’intervallo del Lohengrin, il pubblico e l’orchestra del Teatro La Fenice di Venezia hanno accolto con uno scrosciante, entusiastico applauso la notizia dell’annullamento di qualsiasi futura collaborazione con la direttrice Beatrice Venezi, a seguito delle sue inopportune dichiarazioni alla testata argentina La Nación in un’intervista del 23 aprile. La Fondazione, per voce del Sovrintendente Nicola Colabianchi, ha reso noto che “La decisione è maturata anche a seguito delle reiterate e gravi dichiarazioni pubbliche del maestro, offensive e lesive del valore artistico e professionale della Fondazione Teatro La Fenice e della sua Orchestra. Tali affermazioni, non condivise nel merito e nei giudizi espressi, risultano incompatibili con i principi della Fondazione e con la tutela e rispetto dovuto ai professori d’orchestra”.

La Fondazione dichiara poi il proprio impegno per creare “un ambiente professionale fondato sul rispetto reciproco, sulla collaborazione costruttiva e sull’eccellenza artistica” e il Ministro della Cultura Alessandro Giuli dichiara la sua piena fiducia nei confronti di Colabianchi. Il punto caldo dell’intervista è quello in cui la direttrice si spinge a dire “Anche Diego Matheuz la diresse a soli 26 anni, per quanto era un protetto di Abbado. Io non ho padrini, questa è la differenza. Non provengo da una famiglia di musicisti. E questa è un’orchestra dove le posizioni si tramandano praticamente di padre in figlio”. Alla Fenice si entra nell’organico mediante concorso pubblico, pertanto le parole di Venezi equivalgono a una delegittimazione della stessa istituzione. Nel prendere le distanze, il Sovrintendente dichiara di avere avuto modo, dalla sua nomina (1 anno fa più o meno), di conoscere e apprezzare le qualità dell’orchestra; ha anche menzionato i riscontri positivi nei confronti delle professoresse e dei professori dell’orchestra avuti da numerosi maestri che l’hanno diretta, i quali ne lodano “l’ottima qualità e la disponibilità”.

Così per la direttrice lucchese, molto vicina all’attuale Presidente del Consiglio dei Ministri, il sipario alla Fenice è calato ancora prima di alzarsi, dopo mesi di lotta serrata da parte dell’orchestra, del coro e delle maestranze della Fenice, che hanno trovato il sostegno della quasi totalità del pubblico (organizzatosi nel Comitato Fenice Viva), del direttore della pagina web Sconcerto Grosso (Giorgio Peloso Zantaforni) che si è speso in modo notevole e, soprattutto, della Rappresentanza Sindacale Unitaria, sempre presente con puntuali comunicati nei momenti cruciali della diatriba. Finora, orchestrali e pubblico si sono trovati di fronte a una proterva difesa della nomina da parte di tutti i soggetti in campo: da Colabianchi al sindaco di Venezia Luigi Brugnaro, da Giuli al presidente della commissione Cultura della Camera, Federico Mollicone. A risentire ora le dichiarazioni rilasciate in diverse occasioni da musicisti e musiciste della Fenice c’è da restare colpiti per la loro assennatezza, trattando il problema esclusivamente sotto l’aspetto tecnico e artistico, oltre che per la compostezza con cui sono state esposte, senza la minima acrimonia nei confronti della maestra contestata. Si prova invece una giustificata diffidenza nei confronti del repentino (quanto tardivo) voltafaccia del Sovrintendente: ma allora, quello che dall’ottobre scorso affermano con fermezza questi orchestrali ora così lodati e apprezzati, di qualità così eccellente, così disponibili, non ha contato proprio niente? È stato proprio necessario che Venezi oltrepassasse ogni limite di decenza con le sue dichiarazioni, per arrivare all’unico epilogo possibile in tale scenario? Se non prima, sarebbe stato opportuno farlo già a febbraio, quando la maestra ha abbracciato il conduttore Andrea Ruggieri subito dopo le offese di quest’ultimo rivolte all’orchestra.  

Ora, il prosieguo auspicabile sarebbe che Colabianchi ammettesse le proprie responsabilità e rassegnasse le dimissioni, visto oltretutto che il suo futuro come Sovrintendente della Fenice sarà tutt’altro che roseo, marcato com’è dal “caso Venezi”. Certo, dato che ora lei se ne va, tiriamo tutti un sospiro di sollievo, ma la vita del teatro veneziano è attualmente condizionata da un’amministrazione che non si può certo definire trasparente, ne sia esempio il fatto che, circa due mesi fa, l’accesso agli atti del consigliere comunale Giuseppe Saccà, che chiedeva di conoscere il contratto di Venezi, non è stato soddisfatto con la motivazione che il Teatro è una fondazione di diritto privato e pertanto non è possibile dare riscontro a tale richiesta. Da notare che il Gran Teatro La Fenice è un soggetto a partecipazione pubblica, che il Sindaco di Venezia ne è il Presidente e che l’accesso agli atti è un diritto di cui gode (almeno sulla carta) qualsiasi cittadino, pertanto un consigliere comunale veneziano è più che mai legittimato a richiederlo. E ci sarà da prestare la massima attenzione alle code di questa poco onorevole saga: la maestra licenziata ha replicato con una breve nota e senz’altro tornerà alla carica, probabilmente impugnando le motivazioni del suo licenziamento: “Mai sono mancata e mai mancherò di rispetto ai lavoratori di nessun teatro, a differenza di quanto invece ho ricevuto dai lavoratori de La Fenice negli ultimi otto mesi, che mi hanno costantemente e sistematicamente diffamata, calunniata, offesa e bullizzata, sui social, giornali, tv, in Italia e in tutto il mondo, con l’intento dichiarato di danneggiare la mia immagine professionale e conseguentemente la mia carriera” dichiara la maestra (RaiNews.it). E aggiunge: “In Italia essere giovane è un handicap, e poi donna un aggravante. Il mio è il successo di una ragazza di provincia che si è fatta da sola. E questo non piace alla Casta”. Si fa sentire anche la sponda argentina, con un articolo di Sergio Sosa Battaglia pubblicato sulla pagina web bybattaglia, che esordisce affermando essere stata Venezi stessa a rinunciare all’incarico per “conflitti interni, pressione mediatica e disaccordi insanabili”. Mentre si riflette sullo svuotamento di significato della metafora “casta”, impropriamente applicata a chi ha subito una nomina imposta dall’alto da parte di chi gode dell’appoggio della politica fino ai massimi vertici, ci si rende conto che è ancora prematuro riporre le spillette, ci sarà invece da aspettarsi una campagna mistificatoria, che interesserà ancora una volta l’amministrazione e avrà organi di informazione compiacenti quale veicolo.

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