Teatro, Teatrorecensione — 28/01/2015 22:26

Prova d’attore: Saverio La Ruina e la trilogia sui rapporti di forza uomo-donna

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MILANO – Probabilmente “Dissonorata” è il monologo, che ha portato Saverio La Ruina alla fama del grande pubblico. Doppio Premio UBU 2007- nelle categorie “Migliore attore” e “Migliore testo italiano” -, era impensabile mancasse in questa ‘personale’, che l’Elfo Puccini di Milano dedica all’attore/autore calabrese. Così dopo il suo ultimo lavoro, “Polvere” – che chiude l’ideale trilogia sui rapporti di forza uomo-donna -, eccolo in scena per tre repliche appena, prima di cedere il fulmineo testimone a “La borto”.
E già questo suscita una prima riflessione: quanto mestiere occorre per calarsi, nel giro di una decina di sere appena, nei tre protagonisti – un uomo e due donne -, di cui si racconta? Quanta sensibilità, performatività, capacità di tenuta – ma, per altro verso, anche di permeabilità -, ci vogliono per passare, in così poco, dal sottile uomo-manipolatore eppure vittima della propria fragilità e schematicità relazionale a quello della donna arsa viva da una famiglia/clan ostinatamente abbarbicata ad un senso dell’onore furiosamente ancestrale e grottesco… fino alla protagonista di un ‘a-borto’ come atto estremo, subìto, ancora una volta, da una donna terreno di conquista, ma poi lasciata andare a maggese, da uomini incapaci di portare fino in fondo le conseguenze del loro troppo facile agire? Ecco, già questa considerazione ci aiuta a capire con quale professionalità abbiamo a che fare – prima ancora di scendere nello specifico di quel che piace, o che non piace, che appassiona, funziona, emoziona oppure no.

foto di Tommaso Lepera

foto di Tommaso Lepera

Così alla prima di “Dissonorata”, ci si è imbattuti in un professionista attento e generoso, anzi tutto, che, accompagnato dal poli strumentista Gianfranco De Franco, ha saputo restituirci lo spaccato di un mondo così disperatamente ancestrale da vivere al di là della soglia dell’emozione, all’interno di un codice non scritto, ma incontrovertibilmente sancito entro dinamiche di un decoro e di onore annichilenti. “’Prima ‘u nu sapìa si ‘u munno era bello o brutto… facìa chiddu ca dovìa fare…”, ricorda, ad un certo punto del racconto, la protagonista. Certo, l’intento è di mostrarci quanta vita le avesse inaspettatamente regalato, dopo, il suo amore idealizzato dalla paura e desiderio di assurgere a dignità di donna ‘sposata’ – a scongiurare l’infamante spauracchio di essere annoverata fra le ‘zitellone’. Eppure il sotto testo – e, in fondo, quel che viene da ostracizzare non meno della violenza poi commessa ai danni della ragazza – dice di un ambiente agricolo ottuso ed arretrato, il cui peccato originale, forse, è un senso dell’onore e della ‘vrigògna’ così spiccati da negare perfino la gioia di vivere per paura che possa in alcun modo dare ‘scandalo’. E’ in questo Sitz-im-Leben che si colloca Pasqualina, terza di tre sorelle, nell’ affabulatoria narrazione della sua vita.

foto di Tommaso Lepera

foto di Tommaso Lepera

Ma fin da subito la protagonista – interpretata dallo stesso La Ruina – ci si offre sola, a centro palco, dondolante sulla sedia con cadenza auto consolatoria. La illuminano tagli di luce, che sembrano svelarne via via le differenti anime, mentre le smorfie della faccia, l’eloquente danza delle mani – a smorzare la cripticità di un dialetto piuttosto serrato – ed il pianto del sax, la nenia dell’oboe o il brivido della mazza a solleticare piatti sospesi, accompagnano lo cunto. Oramai anziana, rievoca eventi così lontani nel tempo, da essere quasi scoloriti da una memoria malferma – ovattati all’interno di una cornice, che sembra accendere tinte più vivaci sul dettaglio di una capra o di un ciuffo d’erba, piuttosto che sull’atrocità di fatti inenarrabili, se non col garbo e la distanza di un sogno evanescente. Perché è questa, la cifra drammaturgica di La Ruina: partiture così precise e credibili – nelle parole e nelle dinamiche dialogiche -, da poter essere rubate alle conversazioni ascoltate per strada, eppure la scelta di mantenere un tono sempre garbato, posato – flemmatico, quasi -: come se la forza dei suoi personaggi umiliati non stesse tanto nella ribellione esplosiva di un Prometeo revolté – modalità di rivincita forse solo pretesa -, quanto nella bisbigliata mansuetudine dell’agnello, che minimizzi, quasi, il suo olocausto, enfatizzandone, in modo silente, la portata.

Ed è con questo mood che la protagonista ricostruisce la trama della propria vicenda biografica, sapientemente tirando l’ordito di un contesto socio culturale piccolo, abbietto, meschino, arretrato, chiuso e talmente afasico, anche a livello di scambi umani, che quasi non fa specie l’omertoso crimine, che è arrivato a compiere nel suo incomprensibile analfabetismo: emotivo, anzi tutto. Ma lei, no: per tutto il tempo, lei, Pasqualina bisbiglia, quasi, i suoi palpiti di adolescente, le sue paure, i suoi stupori e quegli scoppi emotivi, che, inaccettabili entro un contesto di quel tipo, soffoca in cuor suo, cinguettandoli nel modulato monologo/flusso di coscienza compagno di quei lunghi anni. E ci fa ridere, a tratti, e poi ci commuove; ci lascia spiazzati, per il suo candore, di fronte a considerazioni che ne svelano l’imperizia con le cose del mondo.

E ci sorprende, quando si sofferma su considerazioni, che sembrano così inattuali: rispetto a quel mondo, ma anche rispetto al nostro. Come quando parla della zitella suicida per la vergogna: e alla “Vergogna!”, che il paese vocifera, sommessamente, lei oppone la vera vergogna, che è quella di sentirsene così gravati da preferire farla finita. Ma poi prende un’altra strada, questa giovinetta-non-più-giovane, dai toni garbati, ma dagli occhi sfolgoranti e battaglieri, immaginiamo: e lo porta fino in fondo, probabilmente più per fatalità che per caparbietà, il suo differente tipo di ‘vrigogna’ – dando alla luce il suo Saverio.
Una vicenda che sa di storie antiche e di personaggi verghiani; ma con in più quella cifra soffiata, ma non per questo meno tenace ed ostinata, che apre ad un diversamente revolté.

Visto al Teatro Elfo Puccini il 27 gennaio 2014

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