Teatro, Teatrorecensione — 27/09/2012 16:33

Viaggio nel bianco polare dell’ inconscio con “Terra Nova” di Crew

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Il bianco accecante dell’ Antartide, tunnel da attraversare, topi da rifuggire, bare da cui scappare. Al Fabbricone ci si immerge in realtà virtuali con Terra Nova della compagnia belga Crew, presentato a Prato in occasione del festival Contemporanea 2012. Armati di ingombranti cuffie, gli spettatori, divisi in gruppi, seguono silenziosi accompagnatori in un percorso doppio, attraverso due sale. In una, un lungo racconto in cui si ripercorrono le drammatiche tappe della spedizione in Polo sud (1911) di R.F.Scott, che diviene pretesto per un monologo introspettivo, infarcito di metafore e di frasi ad effetto recitate su uno screen bianco su cui viene fatta scorrere, di tanto in tanto, una barra luminosa verdastra. Nell’altra, un laboratorio hi-tech attrezzato per far vivere agli spettatori esperienze virtuali attraverso occhialoni quadrimensionali.

L’intero spettacolo, in realtà, è un viaggio nella Terra Nova di ciascuno, nella spedizione che ognuno intraprende alla ricerca della propria terra vergine, per mettere alla prova le proprie possibilità più estreme. Una discesa verso l’ineffabile della psiche. “Forse l’Antartide non esiste, è solo nella nostra mente come luogo vergine da inseminare, in cui piantare una bandiera. Infatti ha la forma della nostra testa!” ci ricorda l’attore che racconta della spedizione in Polo Sud. Quel luogo forse non esiste, eppure siamo pronti a rischiare la vita pur di raggiungerlo. Perché la mente non risponde a criteri lineari, pare suggerire lo spettacolo della compagnia belga.

L’esperienza immersiva diviene allora un tentativo di riflessione sul funzionamento delle paure, smontate, sezionate e ricomposte. Una teoria, con esempi pratici, di come le fobie, pur osservate nella loro inconsistenza, restino comunque saldamente ancorate nella accecante neve bianca della nostra mente, come pure proiezioni, immateriali e invisibili ma non per questo meno dolorose. Il meccanismo drammaturgico è semplice: si mostra un gioco di prestigio e poi si rivela il trucco, o viceversa. Su un grande schermo, e sui tablet fissati sulla parte frontale dei camici infilati dagli assistenti agli immersi, infatti, vengono proiettate le immagini della realtà in cui gli spettatori di turno sono stati scaraventati. Si osserva, prima o dopo il proprio momento, quello cui si va incontro, si osservano le reazioni dei propri compagni da un punto di vista privilegiato.

Si smonta l’ingranaggio a vista per porre lo spettatore di fronte alla consapevolezza del funzionamento imprevedibile della psiche, gli si richiede di rimanere vigile durante un sogno, di sussultare per una caduta imminente in un burrone eppure di rendersi conto che è tutto finto. Lo spettatore deve sapere che quello che sta sfiorando la propria mano non è un topo vero, ma si pretende che si ritragga disgustato comunque. Deve sapere che l’acqua santa che gli viene spruzzata e i fiori freschi che gli sono adagiati sul petto mentre è calato in una bara virtuale non sono che acqua del rubinetto e fiori finti, ma si pretende che provi un senso di inquietudine claustrofobica comunque. Gli stessi spettatori, d’altro canto, lasciati liberi di brancolare nella sala,  non esitano a concentrarsi parecchio nel superare ostacoli virtuali che pure sanno bene di non avere davanti.

Posto, come presupposto, che il concept di base ha una sua ragion d’essere, la domanda è: tutto questo funziona in quanto spettacolo teatrale?

Apprezzabile il tentativo di creare un’atmosfera da laboratorio segreto in cui si compiono esperimenti sulla psiche attraverso strumenti ipertecnologici con l’ausilio di assistenti silenziosi: attori/pedine simmetrici, serissimi e inumani nei loro camici tortora da scienziati rintanati in un laboratorio sotterraneo abitato da fumi e lucine rosse di macchinari in funzione. I tempi, però, sono dilatati all’eccesso, in maniera del tutto anti-teatrale: il processo di vestizione degli immersi è lungo, osservare l’esperienza virtuale altrui è interessante per i primi dieci minuti, ma si fa presto a capire il meccanismo e a distogliere l’attenzione. Si rimane parcheggiati per molti minuti in attesa che arrivi il proprio turno di salire sulla giostra o che scendano i propri compagni di avventura. La suspence è praticamente azzerata.

Non funziona meglio il racconto monologato della spedizione al Polo Sud.
I testi recitati, già piuttosto banali, si perdono del tutto nei labirinti di una eccessiva introspezione; al posto della voce originale dell’attore in scena, si ascolta in cuffia la voce registrata profonda e pulita di un’altra persona che traduce in simultanea; del corpo dell’attore rimane solo un profilo che si rivela, di tanto in tanto, nel buio di una piccola stanza; cosicché se pure l’interprete non fosse proprio presente non farebbe molta differenza. Nonostante le buone premesse, quindi, dello spettacolo non resta, nel migliore dei casi, che l’adrenalina di chi ha vissuto un’esperienza un po’ esotica, di chi è reduce da un divertente giro su una giostra.

Visto al Festival Contemporanea 12 (Prato-Teatro Fabbricone) il 22 Settembre 2012

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