Teatro, Teatrorecensione — 27/01/2014 at 15:40

“Gli ebrei sono matti” tra psichiatria e Olocausto

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FIRENZE – Atmosfera da Giornata della Memoria. Intorno al 27 gennaio quando proliferano iniziative per non dimenticare Olocausto, Shoah, Nazismo, campi di concentramento, follia da epurazione, leggi razziali. Sono passati decenni e decenni ma siamo ancora in quel limbo, come una malattia sconfitta che va però sempre tenuta d’occhio che una ricaduta è possibile, probabile. Siamo nei giorni nei quali arrivano alla comunità ebraica di Roma delle teste di porco, noto simbolismo intriso di derisione e minaccia. Più che non dimenticare forse è ancora il caso di dover ricordare. Il teatro è lì apposta per battere il ferro che sembra, socialmente, essersi raffreddato, il teatro arriva a poche persone alla volta ma con la potenza di uno tsunami.

In questo filone s’inserisce “Gli ebrei sono matti”, produzione Teatro Forsennato, con Dario Aggioli (anche direttore luci, tra gli altri, di Daniele Timpano, e direttore artistico del teatro romano di Tor di Nona) e Guglielmo Favilla, le due facce della medaglia in questo interno manicomiale italiano dopo il famigerato ’38 e le conseguenti deportazioni. Già il titolo si scopre forte con un tocco di provocatorio e politicamente scorretto. Ma è un Cavallo di Troia, perché al suo interno, nelle pieghe del senso da spot, nella frusta del lessico si spande il sunto, e la storia è vera: in un ospedale per degenti psichiatrici del nord Italia, un medico illuminato, Carlo Angela, padre di Piero “Super Quark”, fa passare per matti alcuni ebrei per salvarli dai treni senza ritorno che sbuffano nevosi verso i camini cantati da Guccini.

Si uniscono e confrontano però due temi possenti che avrebbero bisogno di una riflessione singola e particolare: da una parte la malattia mentale, dall’altra l’Olocausto. Argomenti di per sé infiniti e giganteschi che, una volta trovata una consonanza intrecciata, non si potenziano l’un l’altro ma sembra che si silenzino, come la sordina alla tromba jazz, sforando in un’ironia che decresce, a nostro avviso, il messaggio. Se Aggioli si fa vero matto, autistico che ha imparato a memoria i discorsi del Duce, Favilla, deve copiarne i gesti e le manie e i tartassanti tic e tare per sembrare affetto dalla stessa malattia. Uno è vero l’altro è falso, ma nel continuo trasfer, lo psichiatrico diventa, attraverso splendide maschere evocative, il padre, la madre, l’infermiera che porta il pranzo, il Duce stesso, nel finale è nebuloso il passaggio inverso, ovvero quello che porta il sano a personificare completamente l’altro in sua assenza. Come a dire che per salvare gli ebrei si facevano impazzire poco alla volta, come goccia cinese, mettendoli in una cella con malati veri. Che sembra una morte lenta, se non più atroce.

Improvvisazione e canovaccio rendono a tratti l’angoscia e lo straniamento. Scordiamoci i klezmer, Moni Ovadia, Train de vie, Woody Allen. Scordiamo Alda Merini e Dino Campana e Goliarda Sapienza. Siamo lontani, volutamente certamente, dalla “Pecora nera” di Ascanio Celestini. Le tarantolate esplosioni a nastro continuo di Enrico, l’autistico, hanno il suono spigoloso di un rap, cadenza che ci riporta alla premiata (con l’Ubu) Antigone del recente “Serata a Colono” di Carlo Cecchi.

L’intento nobile di riportare alla memoria la storia dell’internato Ferruccio Di Cori ha la sua storica e importante valenza. D’altro canto si ha l’impressione di una piccola storia senza universalità, senza percepire in maniera decisa la vera impronta del gesto, pericoloso e rivoluzionario, dello psichiatra Angela, simil Schindler o Perlasca, mettendo l’occhio di bue all’interno della stanza, osservandola dal buco della serratura mentre, forse, l’aspetto più interessante poteva essere sviluppare la figura del medico che aveva scelto ed organizzato, a discapito anche della propria professione e vita, questa “truffa”, questi scambi, inventandosi cartelle cliniche e patologie per salvare più vite umane possibili. Un lavoro utile e formativo, quello di Aggioli & Co, che rimane in prospettiva, in potenza, apriscatole avvincente su fatti dimenticati, mancante però, a nostro avviso, di quel taglio affilato per far risaltare la vicenda generale che qui si “perde” nella malattia mentale.

 

Gli ebrei sono matti”, Teatro Forsennato, con Dario Aggioli e Guglielmo Favilla, visto allo Spazio Magma, Firenze, “ComicoCivileFestival”, il 25 gennaio 2014. 

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