Focus a teatro, Teatro — 26/07/2011 08:54

Il debutto di Codice Ivan a Drodesera

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di Sandra Matuella

“GMGS_What the hell is happiness?” è il titolo del nuovo lavoro di Codice Ivan dedicato al tema della felicità, che debutterà in prima assoluta il 24 e 25 luglio alla Centrale di Fies per Drodesera Festival. Gruppo di punta del teatro di ricerca italiano, Codice Ivan è cresciuto in seno al Drodesera stesso, vincendo nel 2009, con lo spettacolo “Pink, Me & The Roses” il prestigioso Premio Scenario, che apre loro le porte dei più importanti teatri italiani ed europei, tra cui lo stesso Stabile di Bolzano.

Impegno intellettuale, critica, ironia, uso di nuove tecnologie, ma anche messaggi semplici e diretti, come dei cartelli bianchi con scritte provocatorie sulle condizione umana, caratterizzano il secondo lavoro di questo gruppo: anima di Codice Ivan e attore della nota compagnia di ricerca Motus è il trentenne altoatesino Benno Steinegger che racconta al nostro giornale il pensiero esistenziale prima ancora che teatrale, che sta alla base di “Give me money, give me sex”, a partire, appunto, da sesso e denaro, i due grandi miti della felicità.

“Parlare di felicità per noi è parlare di come si vive al giorno d’oggi, in un mondo in cui l’economia sta mettendo in dubbio tanti schemi politici e valori culturali: emergono alternative originali, come la Tobin Tax per dare più stabilità al mercato e prevenire la crisi finanziaria, a cui i movimenti New Global guardavano già 15 anni fa e che ora anche i governi più liberali come quello italiano e tedesco cercano di adottare. Nel nostro lavoro, però, tutto questo diventa un discorso più esistenziale e sociale che politico”.

Perché nel sottotitolo, oltre a sesso e soldi, chiedete anche una sigaretta e un caffè?

“Evochiamo delle sostanze che, come il sesso e il denaro, donano una felicità personale: questa è una provocazione per andare nel senso opposto, perché non ho niente contro la ricerca del piacere individuale, a patto che questo non assorba tutta la forza che invece dovremmo mettere anche nella ricerca di come vivere meglio tutti insieme. E proprio in questo l’idea di felicità è una grande trappola collegata alla crescita dei desideri che ci fa rincorrere soldi e piacere, e che ci fa scordare di ciò che è davvero importante e essenziale nella vita, come, ad esempio, di chi ci ama.

A fronte di un mercato che genera continui desideri per vendere più prodotti, come ad esempio, quelli della ricchezza e della bellezza da ottenere a tutti i costi, voi cosa rispondete?

“Raccontiamo un aneddoto di una persona così vicina alla morte che non può più fare nulla, e solo allora si sente viva: paradossalmente, mentre si vive è difficile sentirsi vivi, presi come siamo dagli affanni e dalla ricerca di sé. Ben inteso, la ricerca è una cosa giusta e positiva, ma noi vogliamo credere anche in qualcosa di più bello di ciò che ci circonda e grazie al teatro e alla fantasia che riesce a muovere, si può andare oltre la realtà e oltre la nostra condizione umana”.

L’ironia è stata la chiave del vostro primo lavoro Pink: l’avete conservata anche in questo?

“Sicuramente c’è meno ironia e più crudeltà perché abbiamo voluto scavare di più sotto l’apparenza delle cose per far emergere l’autenticità delle emozioni ed esprimerle direttamente, senza il filtro dell’ironia. Durante le prove aperte dello spettacolo, però, abbiamo sentito in certi punti delle risate, non sonore come in Pink ma comunque delle risate, quindi significa che un po’ della nostra ironia è rimasta, e del resto non ci interessa proporre degli spettacoli che siano solo tristi, perché non vogliamo prenderci troppo sul serio, e crediamo che sia meglio saper scherzare su noi stessi, sulle nostre debolezze e i nostri sbagli”.

Un trentenne come vede la società di oggi?

“Personalmente la vedo alla luce del Sessantotto, che è stato un grande momento storico per i diritti civili e l’emancipazione della donna, ma che ha frantumato anche tanti valori in poco tempo e oggi noi giovani ci troviamo in tanti pezzettini sparsi da mettere insieme, più o meno consci del fatto che oggi la rivoluzione non è dietro l’angolo, ma dentro di noi, nel nostro modo di vivere e di pensare”.

Lei è di Appiano: il fatto di essere nato in una terra di confine ha influito sulle sue scelte personali e artistiche?

“La mia origine è questa e sarebbe stupido negarla: da Appiano sono voluto andare via perché, come in qualsiasi piccolo centro di provincia, è più facile trovare delle chiusure, poca accoglienza del diverso e ricordo che noi giovani ci sentivamo emarginati. Ho lasciato l’Alto Adige per studiare Scienze politiche a Firenze. Anche lì non ho trovato questa grande apertura, ma in compenso ho ricevuto tanti stimoli artistici e culturali”.

Il teatro può aiutare anche ad uscire da questi atteggiamenti di chiusura?

“Sì, noi stessi, come Codice Ivan, cerchiamo di combattere l’ipocrisia del non dire come stanno le cose e di rompere una superficie di apparenza per far emergere più autenticità possibile”.

(Fotografie: Laura Marinelli)

per gentile concessione dei quotidiani Trentino e Alto Adige

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