Arte — 26/04/2018 17:45

La Pinacoteca Tosio Martinengo e il Cristo Redentore benedicente

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BRESCIA – Ha da poco riaperto i battenti la Pinacoteca Tosio Martinengo, ospitata a Brescia in piazza Moretto nello storico palazzo Martinengo da Barco. Dopo quasi dieci anni di chiusura, è finalmente tornata a essere un polo culturale fruibile e destinato ad attrarre un vasto pubblico. La prima pinacoteca, risalente al 1851, aveva sede a Palazzo Tosio. Nel 1884 fu traferita nell’attuale edificio, oggetto di una donazione al comune di Brescia da parte del conte Martinengo da Barco che mise a disposizione anche la propria biblioteca e le sue collezioni scientifiche e d’arte. La pinacoteca che riuniva entrambe le collezioni venne inaugurata nel 1908 e si arricchì successivamente di altri lasciti e acquisizioni. La pinacoteca attuale testimonia in modo esaustivo la storia dell’arte bresciana dal Trecento al Settecento, con opere di Raffaello, Moretto, Romanino, Lorenzo Lotto, Vincenzo Foppa, Luca Giordano e altri.

Il Palazzo riaperto è stato oggetto di un imponente lavoro di ristrutturazione che ne ha salvaguardato rispettosamente i valori architettonici e decorativi. Le opere sono state poi ridistribuite all’interno di 21 sale espositive, dopo che molte di esse sono state recuperate attraverso accurati interventi di restauro.  Il riallestimento consente una nuova lettura del ricco giacimento artistico, anche se qualche perplessità sta suscitando la scelta non sempre comprensibile di destinare a ciascuna sala un colore diverso per le pareti, rivestite di un tessuto simile al velluto. Manca forse, nelle scelte cromatiche adottate per i vari ambienti, un progetto coerente e giustificato, anche se le opere rimangono leggibili e apprezzabilissime.

Cuore della Pinacoteca è certamente la pittura bresciana del Rinascimento. Numerosi sono anche i dipinti “da cavalletto” dei secoli XVII e XVIII, con temi e generi spesso influenzati dalla pittura fiamminga e olandese: paesaggi e marine, nature morte, dipinti di animali, scene bucoliche e burlesche, ritratti e storie sacre e profane. Ancora in ambito bresciano, di particolare interesse è il nucleo dei cosiddetti “pittori della realtà”, come Antonio Cifrondi e Giacomo Ceruti, quest’ultimo più noto con il soprannome di Pitocchetto.

 

Cristo Redentore benedicente  opera di Raffaello (1505-1506)

Ma l’icona della reinaugurata pinacoteca rimane la suggestiva e preziosa tavoletta del Cristo Redentore benedicente, opera autografa di Raffaello datata 1505-1506 circa, appartenente al nucleo di dipinti che il conte Tosio acquistò all’inizio dell’Ottocento. Il dipinto fu uno dei primi acquisti effettuati dal collezionista, dopo una lunga trattativa. Alcuni documenti paiono attestare che nelle fattezze del Redentore si possa riconoscere un autoritratto dell’autore, ipotesi confermata dal confronto con altre opere, nelle quali il pittore si sarebbe raffigurato in diversi momenti della sua vita e del suo percorso artistico. Il Cristo Redentore benedicente precede il definitivo trasferimento a Roma di Raffaello che, in quegli anni, intratteneva stretti rapporti con la corte di Urbino e dipingeva opere di piccolo formato di grande ricercatezza stilistica. La figura del Cristo – un unicum nella produzione pittorica dell’artista – si colloca in primo piano su di uno sfondo appena accennato. Il messaggio religioso è essenziale, mentre la plastica fisicità del torso nudo richiama la scultura classica. La figura, avvolta da una luce azzurra, emerge con grande definizione in forza anche del rosso panno che cinge i fianchi e poggia sulla spalla di Cristo. Il volto accuratissimo rivela la conoscenza della pittura fiamminga e il superamento dei modelli pittorici ereditati dal padre del maestro urbinate, Giovanni Santi. Malinconica e toccante l’espressione del Redentore, il cui sguardo appare distaccato dal mondo reale e dolcemente rivolto verso l’interiorità.

Già da sola, la tavoletta di Raffaello vale una trasferta a Brescia.

 

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