Teatro, Teatrorecensione — 26/04/2013 15:32

Se si affaccia la “vanità” dal “balcone” l’uomo perde la sua identità e libertà

Share

Ci sono spettacoli che procurano la sensazione di come sia possibile tradurre, con leggerezza, tematiche appartenenti alla letteratura saggistica e alla filosofia. La traduzione è possibile a patto che si abbia la cura di affrontare con mano sicura e serietà nell’esaminare il contenuto, evitando di cadere nella retorica, sempre in agguato, specie per chi intende utilizzare il teatro come mezzo divulgativo. Così non è stato per Il balcone della vanità, commedia ispirata ad un’opera di Elias Canetti “La commedia della vanità” incentrata sul rapporto tra identità e potere. Il regista Vincenzo Picone, giovane solo per età anagrafica, dimostra una maturità artistica nell’affrontare la messa in scena di un lavoro che trae spunto da Massa e Potere (sempre di Canetti),  in cui la disamina è incentrata sulla nascita e gli sviluppi del potere. Parola che riconduce per forza maggiore a precedenti storici nefasti. Una sfida vera e propria quella che il regista e la Compagnia Teatro dell’Argine di San Lazzaro di Savena (Bologna) si è cimentata con notevole impegno e creatività.

Il registro scelto è quello in chiave anche a tratti grottesco per rendere bene l’idea come il potere in mano si presti ad un gioco divertente quanto pungente per colpire con l’arma migliore che un artista possiede: quello della satira. Intelligente e dissacrante. Il Potere la teme sempre e la rifugge. La commedia esilarante ruota intorno ad un divieto categorico di utilizzare specchi, ritratti, possedere fotografie. La vanità è bandita in una strana città dove gli uomini e le donne celano i loro visi con delle maschere che amplificano un senso di estraniamento. L’indurre in tentazione per un vanesio significa essere condannato a morte. C’è materia a sufficienza per un’indagine che si addentri nei moti dell’animo più profondo e misterioso. Il tema dell’identità è stato affrontato le più svariate discipline scientifiche e umanistiche se ne è occupata da tempo immemore. Perché togliere la propria immagine?

Quale significato assume la spersonalizzazione della propria identità? Cosa c’è dietro ad un divieto così assurdo che si spiega solo con l’intento autoritario di alienare un’intera comunità; a favore di un diktat che arriva da un dittatore invisibile. Il riferimento riconduce ad un passato dove intere nazioni sono state assoggettate ad un unico leader con potere di vita e di morte. Senza scomodare nomi illustri, ecco che il Balcone della Vanità ci porta in un mondo surreale e per questo molto vicino ad una realtà che sembra impossibile da poter vivere. Prima dell’inizio dello spettacolo uno strano personaggio si aggirava tra il pubblico facendo richieste improponibili. Un folletto inquieto che si rivelerà poi una specie di presentatore con il compito di introdurre i vari personaggi, rappresentanti di tutte le categorie sociali. Onesti e disonesti a seconda di dove l’uno o l’altro intendono schierarsi.

Tutto sembra però essere mosso da un volere imprevedibile come se fosse un gioco delle parti dove ciascuno non conosce il suo ruolo assegnatoli. È tutto un susseguirsi di duetti che si alternano a piccole farse dove i personaggi ammiccano e si prestano ad ammiccamenti seduttivi per conquistarsi la loro porzione di vanità. Il divieto a loro imposto si rivela ancor più pericoloso nel contribuire a far si che il potere, quello autoritario e arrogante, riesca a trascinare folle verso destini infausti. Il regista Picone costruisce uno spettacolo godibile, divertente, intelligentemente critico, dove trova spazio una compagnia di giovani (formati e promettenti) attori affiatati che contribuiscono al successo meritato. C’è in loro l’entusiasmo in grado di imprimere dinamismo nel meccanismo scenico che si avvale di una scenografia colorata e funzionale, esaltata da un disegno luci molto curato.

Di grande effetto le musiche scelte dal regista: da Raphael Beau con Mimotronik, a Franz Von Suppe con March from Boccaccio, Return to the past e Conte d’Amour di Zbigniew Preisner, Delicatess e Baiser sous l’eau di Carols D’Alessio, il suggestivo Stabat Mater di Gioacchino Rossini, fino a Michael Nyman con Time Lapse e Crack of Doom di Tigger Lillies. La scelta accurata dei brani  era in grado di supportare drammaturgicamente l’ottima recitazione di Alessandro Aiello, Francesca Bagnara, Giada Borgatti, Lorenzo Cimmino,Giulia Franzaresi, Simone Maurizzi,Giulia Ventura.

 Visto al Teatro ITC di San Lazzaro di Savena (Bologna) il 17 marzo 2013

Share