Teatro, Teatrorecensione — 26/04/2011 17:32

Il teatro anatomico dei Ricci Forte

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“Non ci sono distinzioni tra ciò che è rigido reale e ciò che è irreale, né tra ciò che è vero e cosa è falso. Una cosa è non necessariamente o vera o falsa che può essere sia vera e falsa”. Harold Pintner 1985.

La discesa è verso meandri oscuri dove tu ti ritrovi impotente alla presenza di corpi animati in cascata libera. A pochi alla volta si scende dentro un labirinto capace di inghiottirti nel neon verdastro che illumina un corpo denudato, steso su una lettiga metallica che appare in transito verso la sala anatomica. Claustrofobica. Pronta a dissezionare ciò che resta delle nostre precarie e tremolanti esistenze. Un viaggio nel profondo delle nostre coscienze algide cui è impossibile sottrarsi. Messi di fronte ad un esame a cui puoi solo dare una risposta. La vita non fa sconti. L’albero di Natale a margine della scena, non è lì per confortare i nostri sentimenti e perderci in un balenare di luccichi dorati. Sono gli abbagli ingannevoli di miraggi che tradiscono. Ci stanno appesi minuscole targhette di carta su cui sono impressi nomi catalogati come in un archivio di vite precedenti. Decedute.

E’ Pinter’s Anatomy con tutto il suo campionario di eccessi. Indispensabili per raccontare una storia, ancora una volta, stratificata come tante ere geologiche sovrapposte. Alla maniera di Ricci/Forte, dove è impossibile sottrarsi. Un impatto frontale per pochi astanti ammessi, parte integrante di un’azione che annulla qualunque distanza fisica/ emotiva. Sei dentro la storia. Le maschere di Gatto Silvestro e di Titti nascondono ben altri visi celati e non sono per nulla rassicuranti. Anche le facce dei non-spettatori, diventano ritratti pietrificati a cui rivolgere sguardi impietosi, interrogativi esistenziali, specchi riflettenti dove gli occhi dei performer ti scrutano senza pietà. La voce umana si diffonde in questo spazio di costrizione mentale. T’inchioda al muro, scava dentro, e’ parola dotata di di senso.

Parole animate, urlate, gettate in faccia, che trafiggono come frecce acuminate. Amplificate risuonano come echi sbattuti su pareti di cristallo senza mai poterle infrangere. Violenza verbale propedeutica all’azione fisica sempre al limite della sopportazione umana. Fisicità esasperate e schiaffi che risuonano come sinistri rumori metallici. Sono i corpi che s’attraggono e si respingono. Meteoriti impazzite a rischio di collisione. Gli autori ci vogliono dire che la vita è sempre sull’orlo di un baratro ed è inutile credere nella salvezza o nella redenzione? Per amare è necessario passare sopra il corpo dell’altro. Calpestato, schiaffeggiato, insultato, brutalizzato. E’ un pessimismo esistenziale a cui però non viene chiesto di rassegnarci. Sta tutto sopra le righe, debordante, ridondante, ma mai pretestuoso. Cinico ma vissuto sulla propria pelle. Amori giunti al capolinea senza distinzioni di genere. Ciò che l’amore vuole, l’amore tende a cercarlo. Cola l’inchiostro sul corpo di donna violato da mani impietose. Bambole di porcellana incelofanate indossate sul viso si trasformano in inquietanti maschere grottesche.

In vertiginose piroette si lanciano i quattro protagonisti che sanno incarnare con assoluta abnegazione lo sforzo inteso dagli autori: Marco Angelilli. Pierre Lucat, Giuseppe Sartori e Anna Terio. Si lasciano anatomizzare con la consapevolezza di doverlo fare per poter dire: “io esisto!”. La drammaturgia di Stefano Ricci e Gianni Forte è ancora una volta centrata sulle mille contraddizioni dell’uomo. Implacabili sanno vivisezionare ogni millimetro di pelle umana, ogni recondito pensiero lastricato di incertezze. Debolezze umane in salsa pulp rinchiuse dentro sacchi di plastica neri.

Pinter’s Anatomy
Ricci/Forte
visto al Teatro dell’Elfo Puccini Milano il 20 aprile 2011

ph Andrea Pizzalis

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