Teatro, Teatrorecensione — 26/01/2014 09:45

“Qui e ora”, uno scontro tra due mo(n)di di vedere l’oggi

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FIRENZE – Hic et nunc è il qui ed ora, il momento teatrale per eccellenza. Ciò che accade nel tempo del palco scorre esattamente con il tempo del mondo. Una sovrapposizione al quadrato che esalta l’aspetto spazio-temporale deformandolo come gli specchi di Alice. Un’espressione per indicare un evento che non ammette proroghe. Non c’è dopo, non c’è domani, conta l’attimo, il momento. Lo devi prendere, devi esserci. E’ questione di centimetri, di secondi. C’è chi fa il salto e chi aspetta. All’infinito. L’esistenza presa nel suo infinitesimo parcellizzarsi, nella fragilità assoluta della condizione finita e debole. E l’uomo sta tra quelle due ascisse tirate dritte, da una parte lo spazio, dall’altra il tempo, cartesianamente. E nel mezzo un pallino rotondo con la scritta: “Io sono qui”, come nei mega centri commerciali.

In una periferia di una grande città dove la civiltà è soltanto accennata dal continuo passaggio di aerei, la modernità, verso mete sconosciute, un paesaggio dal sapore di purgatorio (“Una pura formalità”), due vite si scontrano. Anzi si scontrano i loro due scooter, incastrati, incastonati, ferraglie che vanno ad incrociarsi, a perdersi l’una nell’altra. A terra rimangono due uomini, due feriti, due sopravvissuti. Uno cammina zoppicando, arrancando, l’altro è immobilizzato a terra. Il primo sembra riprendesi bene dall’impatto, ha forza, è attivo, si agita, cerca soluzioni, il secondo sembra sul tirare l’ultimo respiro.

Il primo, Valerio Mastrandrea in forma come e più di sempre in un ruolo che sprizza tutta l’arroganza del self made man, del manager di successo, del progresso contro la semplicità vista come un difetto, è uno chef comunicatore enogastronomico. Il secondo, l’altro Valerio, Aprea, le sue espressioni neutre, i suoi silenzi, le sue facce da pun to interrogativo sono punti nevralgici di una “spalla” eccezionale che fanno scattare meccanismi e dinamiche e fanno snocciolare l’ingranaggio, volto noto cinematografico dall’impatto estraniante e feroce, a tratti non sense (somiglia, anche fisicamente, ad Antonio Rezza), è un disoccupato, separato che vive con la madre.

Se per lunghi tratti, esilaranti, coinvolgenti, appassionanti, esaltanti, è Mastrandrea ad attaccare in maniera violenta e irrazionale l’altro a terra, l’uomo che ce l’ha fatta e l’uomo della strada, con il passare progressivo dei minuti, nello scontro-incontro tra i due, come pugili allo sbando su un ring fuori mano, lo scooterista che doveva da un momento all’altro tirare le cuoia si rianima. E’ un gioco della clessidra che si alza da una parte e scende dall’altra. L’abisso delle maree. Perché tutto è collegato, e un battito d’ali di una farfalla in Cina può provocare un tornado dall’altra parte del mondo. Nessun uomo è un’isola. Ma soprattutto nessun uomo si salva da solo.

Un testo, quello di Mattia Torre (tra gli autori di “Parla con me”, “Boris”), Aprea aveva collaborato con il drammaturgo e sceneggiatore con “In mezzo al mare”, mentre Mastrandrea (Premio Hystrio ’13) in “Migliore”, che dosa con puntiglio viscerale ed una scansione di battute e verità miscelate e triturate, di scontatezze del nostro tempo e banalità quotidiane del vivere nostrano rendendo una macchina da guerra spumeggiante e tartassante dell’uno contro l’altro, un assedio di parole, dolce e salato, freddo e caldissimo, spiazzante e conturbante, assolutamente divertente. Una critica che non risparmia il buonismo dei nostri giorni, gli anziani, il volontariato, un politicamente corretto e un convenzionalmente accettabile che viene spazzato via in un attimo.

Quando tutto sembra andare alla deriva gli uomini tornano animali, si fanno giustizia da soli, infangano i più deboli, prendono ciò che possono per salvarsi, anche a costo dell’eliminazione del proprio simile. L’uomo è un animale compresso dentro milioni di regole sociali e divieti morali, sempre però pronto ad esplodere quando le crepe degli imprevisti traballano, quando il gioco delle certezze e delle puntualità sfugge di mano, quando le problematiche lo portano sul limite. Allora tutto è rimesso in discussione, millenni di civiltà e leggi e convenzioni non scritte.

Il comunicatore-Mastrandrea è cattivo e spocchioso, indisponente e arrogante, presuntuoso e guarda dall’alto in basso l’uomo comune che si fa piccolo davanti a questo mondo che non riesce a controllare, nei confronti del quale si sente schiacciato e sempre più in debito d’ossigeno. Finalmente una non happy end, una rivalsa, una rivincita. Si ride sonori, si riflette mormorando. C’è un sud a sud di ogni sud, come c’è un debole più debole di noi a cui decidere di fare, o meno, scontare la nostra inadeguatezza, la nostra fragilità.

 

Qui e ora”, testo e regia di Mattia Torre, con Valerio Mastrandrea e Valerio Aprea; scene Beatrice Scarpato, Luci di Luca Barbati, costumi: Alessandro Lai. Produzione BAM teatro e Vasquez y Pepita. Visto al Teatro Puccini di Firenze il 23 gennaio 2014. 

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