Teatro, Teatrorecensione — 25/09/2017 21:40

Cosa succede a Todi? Livia Ferrachiati interroga un paese di provincia…

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MILANO – Dalla “Piccola città” di Guccini alle ballate dei Timber Timbre o dei vagiti di leopardiana memoria contro Recanati, dagli spaccati di desolante solitudine dei racconti di Carver alle realistiche perle degli epitaffi di “Spoon River”, la provincia riaffiora, a ondate, nei suoi figli; torna come un legame ancestrale, ombelicale e ingombrante, che, nel bene o nel male, il più delle volte stentano a voler recidere – o, al contrario, se lo strappano via, furiosi, quasi fosse uno stigma, che si sentano bruciare addosso.

Si è concluso così, con l’ultima drammaturgia di Liv Ferracchiati sulla vita in provincia, Tramedautore Festival 2017, quest’anno sotto la direzione artistica di Benedetto Sicca, che, nonostante il prezioso lavoro di curatela, ne ha annunciato l’abbandono. “L’anno prossimo non ci sarò, perché, purtroppo, per me non sarà possibile portare avanti un impegno così bello e importante, ma non compatibile con quello di creatore diretto di spettacoli. Ho imparato che bisogna fare delle scelte, perché le due cose, bene, non si possono fare; e sono stato un po’ costretto a scegliere di tornare a fare il mio lavoro originario, che è quello di regista”, ha annunciato, nei saluti di fine manifestazione.

 

Lo spettacolo di cui stiamo parlando è “Todi is a small town in the center of Italy”, traduzione volutamente quasi stentata e scolastica, come la stessa Livia Ferracchiati faceva notare, settimane fa, in conferenza stampa. L’intento è già tutto in quel titolo: parlare della provincia – Todi, in questo caso, ma, mutatis mutandis, il discorso potrebbe estendersi a qualsiasi piccolo centro, incluse quelle periferie delle metropoli, che, alla fine, si adattano a non dissimili dinamiche “di paese”.

 

foto di Lucia Menegazzo

Cosa succede, a Todi (o dove per esso)? La domanda viene presa talmente sul serio, che, in scena, ci viene proposto qualcosa come il risultato di una ricerca sociologica condotta attraverso interviste a reali abitanti della cittadina umbra. Un curioso gioco di specchi: la realtà (quella restituitaci dalle interviste) ci si svela in tutta la sua finzione (“A Todi cosa è meglio non fare?”, chiede l’intervistatore e: “Cosa fa scandalo, a Todi?” sono domande a cui pare manchi una risposta diversa dal garbato glissare…) e, per converso, la finzione (la storia dei quattro amici tuderti) è, sì, recitata, ma da quattro attori, che, tranne in un caso di scambio, hanno gli stessi nomi dei personaggi che interpretano e che, come loro, sono più o meno originari di quegli stessi luoghi, almeno a giudicare dall’accento ostentatamente autoctono. Due, quindi, le modalità di narrazione: la proiezione di video interviste reali, e, in controluce, l’agito scenico. Da una parte il garbo spesso reticente di chi realmente vive quelle dinamiche di paese e, dall’altro, lo spaccato del nulla rituale, in cui s’intrattengono i protagonisti, professionisti trentenni appartenenti a classi socio culturali alte, eppure apparentemente non immuni da quelle dinamiche di vacui trastulli di paese per affogare la noia di chi, comunque non ce l’avrebbe, il coraggio di lasciarlo davvero, il proprio nido dell’aquila, arroccato a 400 metri sul livello del mare.

 

foto di Lucia Menegazzo

Così, di fatto, i registri diventano tre: a far da collante fra immagini proiettate e azioni recitate sul palco, infatti, Ludovico Röhl,  l’attore/intervistatore, che gioca il ruolo mediano di chi tira i fili. E’ lui la voce narrante, che spiega il progetto e somministra, a seconda dei casi, i video reali o la verosimiglianza scenica; è, lui, il coro, che indaga, interpreta, annota e, soprattutto, esplicita e porta ad espressione e coscienza, come quando, già nel raccontare del primo incontro coi quattro, appunta: “Due registri differenti: sguardi, fra loro, parole, per me…”.

Certo, come si dice: “Paese che vai, usanza che trovi”; eppure, in fondo, non c’è nulla che non immaginassimo, in quelle variazioni sul tema, calate nella cittadina umbra ai tempi di internet e della – presunta: questa, una delle velate denunce – liberazione sessuale. C’è l’emozione dei luoghi – per chi, avendoli conosciuti, li riconosca – e il rispecchiamento di scoprire come, in fondo, “Tutto il mondo è paese” – e chissà quanti, fra gli spettatori provenienti da piccole realtà, non sorrideranno nel riscoprire autobiografici déjà vu… Ci sono le attrici e gli attori – Caroline Baglioni, Michele Balducci, Elisa Gabrielli, Stella Piccioni, – tutti professionalmente abili nel gioco corale. E c’è la pulizia di una regia che riesce bene a intrecciare e sovrapporre, giocare col doppio registro di finzione/realtà fino a spingerlo al paradosso dell’inversione; ci sono sequenze narrative ben assortite e luci e scenografie pulite e lineari – bella, la valenza simbolica di quel muro bianco crepato alla sommità e contro cui si stagliano/a cui si rivolgono i protagonisti, a seconda dei momenti di azione/inazione: come non farlo cortocircuitare con la risposta dell’attempata signora, che, nella video intervista, alla domanda: “Andrebbe mai via da Todi?”, risponde: “A Roma e nelle altre città ci sono muri, noi abbiamo mura… Io voglio vedere mura e non muri”. Quale chiosa migliore per una drammaturga éngagée come Livia Ferraccchiati?

 

foto di Lucia Menegazzo

Tutto questo c’è, sì; ma, come di fronte ad una buona macchina da corsa, quel che a volte sembra mancare – in genere, alle drammaturgie dell’autrice tuderte – è quel quid in grado di trasformare un buon prodotto in qualcosa di necessario e pulsante, al di là di una qual certa algida austerità, che, pur nella battuta sagace o nel tratto divertente, sembra tenerla sempre un po’ troppo vincolata a una ricerca eminentemente formale ed estetizzante.

Visto al Piccolo Teatro Grassi di Milano, il 24 settembre 2017, a conclusione di Tramedautore Festival.

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