Teatro, Teatrorecensione — 25/09/2013 07:05

Immersi “Nella Tempesta” i Motus affrontano le onde di una società difficile da navigare

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Wikipedia definisce il termine Tempesta come “ un qualunque stato disturbato dell’atmosfera di un corpo celeste, in particolare che colpisce la sua superficie, ed implica condizioni meteorologiche severe” citando ben 12 varietà e nomi diversi esistenti al mondo. Esistono anche le tempeste extraterrestri e provoca stupore sapere che la scienza astronomica ha scoperto che tecnicamente un urgano nell’universo è grande come la Terra e il primo ad osservarlo fu Galileo Galilei (abituato a subire ben altre tempeste e fulmini da parte della Chiesa di Roma), e nel 1994 il telescopio spaziale Hubble fotografando la tempesta che era in corso sul pianeta Saturno aveva rilevato un’estensione pari al diametro della Terra che già nel 1990 fu chiamata come “Tempesta del drago”.

Di tempeste ne sa qualcosa anche Noè e la sua famiglia e il suo carico di specie animali, imbarcate sulla mitica Arca, quando per scampare ad una di proporzioni bibliche, appunto, si vide costretto a lasciare la sua terra e superare la furia di Dio che puniva gli uomini, mentre gli dei dell’Antica Grecia si dividevano i compiti: Briareos era il dio delle tempeste marine, Aigaios il dio delle tempeste marine violente, Aiolos il custode delle tempeste di vento e delle burrasche. Se parli di tempesta non puoi non citare forse quella più famosa della storia del teatro universale: “La tempesta” di William Shakespeare, scritta nel 1611 e ispirata dalla notizia di un naufragio accaduto ad un vascello inglese incappato in un uragano nei mari tropicali delle Bermuda.

Il lungo preambolo diventa così il pretesto per parlare di “Nella Tempesta” non sui mari e nei cieli, potenti forze della natura come quelle mirabilmente dipinte dal pittore William Turner , (suo il capolavoro come The Slave Ship- La nave degli schiavi ), bensì a teatro, pensata e realizzata dai riminesi Motus. Il mare di casa loro è l’Adriatico, un mare molto più pacifico di quello che Shakespeare racconta nella sua commedia. È da qui che il gruppo è partito per arrivare ad una loro idea di tempesta nel segno distintivo della loro ricerca da sempre ai margini di un’estetica drammaturgica e visiva radicalizzata in cui la forma prende vita come esito riflessivo di un’indagine che rilancia sempre l’esito di un lavoro precedente.

 Nella Tempesta Motus (Crediti fotografici di Andrea Macchia)

La partenza si avvale di una concatenazioni di rimandi e citazioni letterarie dove il nesso causale è contestualizzare un filo conduttore a cui legarsi ma senza arrivare ad una conclusione scontata e definitiva. Mossi più da una curiosità intellettuale come potrebbe accadere per un ricercatore, i Motus procedono anche per ”stupori” come nel caso dell’opera di Aldous HuxleyBrave New World (Il mondo nuovo) , all’atto di scoprire come il titolo non sia altro che una citazione da Shakespeare quando fa dire al personaggio di Miranda nella Tempesta: «Com’è bello il genere umano! Oh mirabile e ignoto mondo che possiedi abitanti così piacevoli».

E così la loro reazione di meraviglia gli ha portati a gettarsi “d’impulso e senza rete Nella tempesta leggendo quest’opera indefinibile e misteriosa, per scoprire -trasfigurate-infinite coincidenze con le domande che ci avevano spinto a cercare, nelle prefigurazioni future, strumenti per leggere l’incertezza presente…”. Alla base della loro versione scenica e drammaturgica più virata sulla scarnificazione di ogni segno estetico in grado di distrarre e interferire, i Motus nelle persone di Silvia Calderoni, Glen Çaçi, Ilenia Caleo, Fortunato Leccese e Paola Stella Minni, danno vita ad una creazione in cui l’apporto verbale e l’azione  corporea dei performer, spiega come si è arrivati alla realizzazione finale.

Una sorta di lezione -spettacolo didattico dove interagiscono le fonti bibliografiche consultate, le tematiche affrontate (anche metaforicamente) dettate dall’analisi e dalla necessità di confrontarsi sull’urgenza di trovare risposte a quesiti fondamentali dell’era moderna. Non a caso Huxely viene consultato per la sua intuizione nell’affrontare se pur nell’alveo delle Science Fiction, temi quali lo sviluppo delle tecnologie della riproduzione, l’eugenetica, il controllo mentale, metodi e tecniche che offrano al potere il controllo assoluto e del possesso.

Un tentativo di forgiare un nuovo modello di società. Da qui la necessità di meta-teatralizzare gli argomenti trattati per creare simbolicamente i moti ondosi della tempesta che sconvolge equilibri precostituiti. Rappresentazione allegorica di come sia difficile navigare tra i flutti di tempeste economiche mondiali causate dall’abuso del potere finanziario. Ma anche quelle scatenate da conflitti generazionali fino a far sentire inserti autobiografici degli interpreti dopo l’evocazione dei personaggi che compongono la trama della Tempesta Scespiriana, in una sorta di traslazione continua. E ancora gli interrogativi dubbiosi che scaturiscono nell’affrontare i rapporti e le gerarchie all’interno del processo creativo che sta alla base di un lavoro come quello dei Motus.

Una sorta di teatro nel teatro per ribaltarsi in continuazione, mescolando citazioni colte, narrazioni letterarie, disquisizioni più prettamente filosofiche, verità autobiografiche. Il palcoscenico spoglio che accoglie solo pile di coperte via trasformatesi in vele mosse da venti sprezzanti, rifugi dove ripararsi dalle intemperie, sedili dove accogliere il pubblico sul finale, è contenitore di idee, sogni, frammenti di esistenze, ricordi di una carriera teatrale dove l’omaggio a Judith Malina del Living Theatre risente di come i Motus si sentano legati profondamente a questa figura carismatica del teatro mondiale. I materiali usati sono sostanzialmente stratificazioni “geologiche” formatesi nel corso di una vita spesa all’insegna di una ricerca spasmodica di risposte. Obiettivo ambizioso risolto felicemente in passato come nel caso del Progetto Antigone che si sviluppava dal 2009 al 2011 in tre “contest” (Let the sunshine in, Iovadovia, Too late) e l’esito finale con Alexis. Una tragedia greca. La rappresentazione crudele della crisi economica che ha colpito la Grecia, gli scontri di piazza che causarono la morte di un ragazzo di soli 15 anni.

E non da ultimo The plot is the revolution, il dialogo tra Silvia Calderoni e Judith Malina. In Nella tempesta si è testimoni di una destrutturazione continua degli elementi drammaturgici per continue “virate” dove la navigazione non cerca un approdo definitivo, tanto per restare nelle metafore marine. Un esito che lascia qualche perplessità sulla vastità dei temi affrontati con sintesi ma anche a tratti di difficile decifrazione, se si perde il “senso dell’orientamento”, o la bussola. Va riconosciuto l’impegno che contraddistingue da sempre il gruppo, visto una prima volta al Festival “Mein Herz” Drodesera – Centrale Fies, dove la percezione era quella di uno tempo di durata troppo dilatato  e dall’esito altalenante. Rivisto nella replica al Festival della Creazione Contemporanea di Terni, si è percepita una maggiore compattezza e una tensione maggiore nella narrazione. Vita e Teatro si mescolano e si confondono. Lo dicono i Motus quando per loro “la proposta di un teatro che non sia spettacolo ma esperienza, non imitazione o riflesso o sospensione o fuga dalla vita ma vita esso stesso”.

Nella Tempesta

(animalepolitico project)

Ideazione e regia: Enrico Casagrande e Daniela Nicolò. Con: Silvia Calderoni, Glen Çaçi, Ilenia Caleo, Fortunato Leccese, Paola Stella Minni. Produzione: Motus, in coproduzione con FTA Festival TransAmériques (Montréal), Parc de la Villette (Parigi), Kunstencentrum Vooruit (Gent), La Comédie de Reims, Théâtre National de Bretagne (Rennes), La Filature Scène Nationale (Mulhouse), Festival delle Colline Torinesi, Centrale Fies Drodesera Festival, Associazione Culturale dello Scompiglio, L’Arboreto-Teatro Dimora

 

Visto a Mein Herz”  Festival Drodesera  il 26 luglio 2013

Rivisto al Festival della Creazione Contemporanea di Terni il 20 settembre 2013

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