Teatro, Teatrorecensione — 25/03/2014 18:19

L’Antigone di Massimo Luconi. Storia di una rivoluzione, storia di un rito

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foto di Cristina Bartolozzi

foto di Cristina Bartolozzi

PRATO- Una spiaggia di naufraghi. Non c’è una luce, nemmeno una a rischiarare il buio della notte. E i naufraghi sono morti oppure superstiti di una tempesta in alto mare? Niente intorno, soltanto il rumore delle onde del mare a fare da eco.

L’Antigone. Una storia africana è lo spettacolo diretto da Massimo Luconi e liberamente tratto dal testo del 1941 di Jean Anouhil, che a sua volta aveva adattato il dramma di Sofocle per farne una bandiera della Resistenza francese contro l’occupazione nazista del territorio. Il regista intraprende un ulteriore esperimento, portando nel 2011 il testo di Anouhil in Africa, nello specifico in Senegal, all’interno del centro culturale di St. Louis.

Il progetto di formazione non era nato con scopi assistenzialistici, né tanto meno con l’idea di realizzare uno spettacolo teatrale, popolare o di quartiere che fosse. Poi però è accaduto l’imprevedibile ed abbiamo costituito una compagnia, che conta oltre a sei attori senegalesi provenienti da St. Louis e da Dakar, tre attori senegalesi toscani ed uno milanese”.

Il fatto di essere stato ideato e partorito in Africa fa sì che lo spettacolo si presti a una più facile ambientazione. Non solo perché tutti gli attori parlano francese, lingua del testo di Anouhil, ma anche perché l’Africa rappresenta una terra di accoglienza e anche di partenza verso l’Europa. Non poteva esistere, quindi, una terra migliore per mettere in scena -ammesso che di messa in scena davvero si parli- un naufragio. I naufraghi all’inizio non sono morti, fingono soltanto di esserlo, per poi tornare a parlare non dall’aldilà, ma da un luogo forse peggiore, chiamato indifferenza. Sono morti viventi allora, che prendono vita e forma attraverso l’energia del teatro, recitando ciascuno la propria parte. Così come è stato scritto, così come dovrà essere, almeno in scena.

foto di Cristina Bartolozzi

foto di Cristina Bartolozzi

Parafrasando Oriana Fallaci, che parlando del peccato originale -quindi di Eva- scrisse che “quel giorno nacque una splendida virtù chiamata disubbidienza”, allo stesso modo anche Antigone, che sfida le leggi del proprio regno e del suo re Creonte, rappresenta la non regola, ovvero la migliore regola contro la legge dello stato e il codice “etico”, che prescrivono entrambi di non seppellire il corpo dei traditori del regno. Nel mito e nello spettacolo il traditore a cui non deve essere data degna sepoltura è Polinice, fratello di Antigone e di Eteocle, per mano del quale è morto in seguito alla guerra dei Sette contro Tebe, scoppiata per la spartizione del potere successiva all’esilio del padre, Edipo. Nell’immaginario collettivo Antigone rappresenta dunque la resistenza, ma non solo quella a cui si riferiva Anouhil nel 1941.

Antigone è tante cose, tanti personaggi insieme. Secondo un climax ascendente Antigone è sorella, non solo per legame di sangue; è amante di Emone, figlio di Creonte, e soprattutto madre. Madre di un figlio che non potrà mai avere e che ha visto soltanto in sogno. Madre in senso universale nonostante la fragilità del suo corpo, perché sacrifica il dono della maternità a un’idea che porta in grembo fin dalla nascita, un’idea più alta di giustizia contro l’ordine precostituito dell’ipse dixit calato dall’alto e pertanto immutabile. All’estremità opposta si erge invece, mastodontica, la figura di Creonte. Creonte, il sovrano dispotico di Tebe dopo la cacciata di Edipo dal regno. Nell’opera di Anouhil e nella regia di Luconi Creonte mostra due facce contraddittorie dell’essere re e dell’ esserlo diventato contro la propria volontà. Creonte è il tiranno, ma soltanto in apparenza. Dentro ha ancora un residuo di umanità, un tarlo che gli si insinua nel cervello e che gli dice di salvare Antigone, sua nipote e promessa sposa del figlio Emone, nonostante tutto. Ma se il tutto è la legge, il potere che logora chi ce l’ha, allora non c’è spazio per nessuna salvezza.

Non c’è spazio per niente, nemmeno per l’amore e per il perdono. I rapporti “umani” infatti, se mediati dalla figura di Creonte, non sono mai paritari o caratterizzati dall’affetto, che dovrebbe invece manifestarsi ad esempio nei confronti del figlio Emone. Anzi, è forte il senso della gerarchia, sia che Creonte vesta i panni del re oppure quelli del padre, dal momento che la famiglia non è un desiderio istintivo, ma la prima istituzione della società, che implica un sistema di regole e un codice di comportamento, replicati in misura esponenziale all’interno dello Stato. Quindi, in linguaggio aritmetico, Creonte sta allo Stato come Antigone sta alla rivoluzione.

Individuare gli attori giusti per questi due personaggi non è stato facile. Per Antigone infatti avevo in mente una ragazzina, con una corporatura esile, ma dotata di un’energia diversa rispetto ad una donna matura. Per Creonte allo stesso modo ho scelto un ragazzo che tuttavia, pur essendo coetaneo dell’attore che interpreta Emone, non cozza mai a livello espressivo”.

Tutti attori giovani quindi. A testimoniare l’immortalità di un testo, che da Sofocle fino ad oggi non è mai stato anacronistico. La stessa ambientazione africana dello spettacolo, per origine dell’idea teatrale e per selezione della compagnia, aiuta molto in questo senso. Lo spettacolo infatti non è una storia senegalese. E’ ambientato in Africa e la scenografia spartana fatta di poche sedie è bloccata al fondo da una parete, che ricorda i colori del deserto e i materiali poveri di cui sono fatte le bidonvilles africane. L’Africa allora non è più una scelta casuale, non è la periferia culturale dell’Europa a differenza di quello che potrebbe essere il comune sentire. Rappresenta invece un paese quanto mai vivo, dotato di una civiltà che si esprime attraverso le tradizioni culturali, tramandate -un esempio è la figura del griot, il cantastorie narratore dello spettacolo, depositario nella cultura africana del patrimonio degli antenati- di generazione in generazione e vissute con naturalezza nella vita quotidiana.

Quello che ho cercato di portare a galla con Antigone non è un’Africa spettacolare, ma un’Africa intima, che emerge silenziosamente attraverso i rituali e le cerimonie, che fanno parte della comunità e di una storia condivisa”. I rituali e le cerimonie dunque per rafforzare il senso dell’appartenenza e sfuggire al naufragio delle idee e dei valori, che altrimenti porterebbero la nave alla deriva verso chissà quale porto. Lo stesso naufragio che fa chiedere ai personaggi dispersi di Isola di Tommaso Santi qual la direzione giusta da seguire.

Da dove ripartiamo? Dove stiamo andando?

Visto al Teatro Fabbricone di Prato il 28/02/2014

 

Antigone Una storia africana

 liberamente tratto dall’opera di Jean Anouilh

 regia e scena Massimo Luconi

costumi Khadidiatou Sow

luci Roberto Innocenti

 con Aminata Badji, Ibrahima Diouf,

Papa Abdou Gueye, Gnagna Ndiyae,

Mouhamed Sow, Galaye Thiam

e Moussa Badji, Ndiawar Diagne,

Marie Madeleine Mendy, Jean Guillaume Tekagne

 un progetto

Teatro Metastasio Stabile della Toscana

in collaborazione con Associazione APPI,

Centro culturale francese di St. Louis (Senegal),

Ass.to alle pari opportunità del Comune di Prato e con la collaborazione della Comunità senegalese di Prato

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