Beatitudo: “L’impossibile” che accade sempre per la prima volta.

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RUMORS(C)ENA – BEATITUDO – VOLTERRA (Pisa) – L’invito nel dare un seguito al dialogo, divenuto negli anni, occasione preziosa per evolvere in una forma concreta il confronto di idee e pensieri, è stato accolto da uno spettatore dallo sguardo acuto e riflessivo qual’è Eden Tosi.

Le appassionate conversazioni suscitate dalla visione di Beatitudo hanno permesso una complicità che prima di essere intellettuale assume un significato emozionale. Si è scelto di incrociare i propri sguardi e di unirli, ora che il trascorrere del tempo a seguito da quei giorni trascorsi insieme, permette il ri-pensare e il ri-scrivere quelle parole appuntate nell’urgenza di depositarle che si affastellavano  con prepotenza nel timore di vanificare la possibilità di condividerle. Nasce così un racconto che cerca di ri-tornare, ancora una volta, in un luogo chiamato dell’”impossibile”: il  teatro tra le cui mura opera la Compagnia della Fortezza sulla scena da trent’anni.

Beatitudo: l’impossibile che accade sempre per la prima volta.

 

I libri donati alla Compagnia della Fortezza foto di Marco Marzi

R.R. – Nell’acqua si specchia il rito liturgico dell’esistenza umana indefinita. Passi silenziosi attraversano una platea liquida, sono uomini armati di lance che avanzano lenti e maestosi verso chi li sta attendendo: il loro condottiero, Armando Punzo. La sua armata fedele lo segue da trent’anni per conquistare quelle utopie capaci di materializzarsi senza timore di essere sconfitte. Sulla superficie di quaranta metri cubi d’acqua si riflette la luce che illumina lo spazio a cui sono state tolte le inferriate sul fondo. Il cortile della Fortezza Medicea di Volterra si trasforma in palcoscenico. Si è aperto un varco per un teatro senza sbarre: il luogo dell’”impossibile”. “Tutto accade qui per la prima volta”.. annuncia Armando Punzo affidandosi ai versi de “La felicità” di Jorge Luis Borges (tratta dalla raccolta di poesie “La Cifra”) in cui l’autore collega l’idea di eternità a quella di felicità per trovare ispirazione. La dicitura spettacolo appare sempre più limitante, paradigma di un tentativo di superare ogni confine creativo artistico, circoscritto ad una rappresentazione scenica convenzionale da cui egli sembra intenzionato ad allontanarsi sempre più.

 

 

Vitale Esposito foto di Stefano Vaja

 

Salvatore Farina Gaetano Spera foto di Marco Marzi

L’uomo con la barba emana saggezza: giace nell’acqua immobile con le braccia alzate verso il cielo. Una corona di legno intrecciato deposta sul petto. Appare come una deposizione di un Cristo immaginato come un uomo vissuto oggi in mezzo a noi. Giovani donne camminano mute con incedere lento e disciplinato, portano nelle mani pile di libri che depositano sull’acqua come minuscole barche spinte da una leggera brezza. Preziosi volumi custoditi da bibliotecari senza parola. Appaiono Emma Zunz, l’Uomo Grigio, l’Uomo Rosso, la Principessa degli Anelli, rematori senza volto, Averroè, Cartaphilus, Pierre Menard, Almotasim, Asterione, Tzui Poe, popolano  la scena di Beatitudo, liberamente ispirato all’opera di Jorge Luis Borges . Il Minacciato; La sentinella; Frammenti di un vangelo apocrifo; Al Coyote; Episodio del nemico; La rosa di Paracelso; Cosmogonia; Diciassette Haiku: nomi sono stampati su fogli di carta appesi alle pareti del lungo e claustrofobico corridoio, un tempo spazio di detenzione ora fucina creativa. Qui  nasce studio che permette di scegliere i testi per la riscrittura drammaturgica – spiega Alice Toccacieli assistente di Punzo –, una doppia scrittura ispirata da Borges. Gli attori hanno letto un centinaio delle sue poesie: parole scritte, parole depositate, memorizzate per decantarle e rielaborare in “presa diretta”, modificandole come una rotta già tracciata viene invertita, ogni qual volta che il comandante di una nave dia l’ordine di farlo.

foto di Stefano Vaja

 

E.T. – Riguardando gli appunti per riprendere e dare voce al dialogo a due dopo aver assistito al lavoro di Armando Punzo, di colpo mi ritrovo in un altro mondo. Perché è così: il suo teatro è un bestiale attacco continuo alla realtà. Deve essere una “malattia”, la sua, quella di di fare a botte con i più grossi. Dopo Shakespeare smontato pezzo dopo pezzo e rimontato, ora affronta il monumentale Borges. Questa volta – rispetto alla versione dello scorso anno – la miscela esplosiva è diversa: forse sarà per il sole caldo di un luglio gradevole, forse per il clima ventilato. La Compagnia sembra tranquilla. Manca la ferocia dello scorso anno dove Beatitudo  era già pronto nella forma di spettacolo compiuto. Manca il martellante forzare, la dimensione flamenca del corpo contro corpo, lo smontare, il tagliare con il coltello, guardare dentro e poi ricomporre. Questo seguendo uno dei dogmi di Punzo: “Non fidatevi. Che ne sappiamo noi delle nostre poche banali idee?...”. Rischia sempre e tenta di rifare, differentemente, il già meraviglioso. Quest’anno la materia viva, i corpi degli attori non sembrano inquieti, forse perché hanno già dentro il ritmo – mi suggerisce il Principe Andrea Taddeus. Tutto diventa un’apparizione dal nulla, profezia, uno scorrere di personaggi che vengono trascinati sul nastro del tempo. Le connessioni neuronali dello spettatore si staccano, tutto è sospeso, un galleggiare estraneo di forme. Si sta come ad un sogno. Complicato cercare riferimenti diretti alla realtà letteraria di Borges. Ogni chiodo che pianto per aggrapparmi sparisce nella evanescente materia plasmata dal regista. “Ma da dove salta fuori quello?” è l’espressione di stupore ricorrente del pubblico nel vedere gli attori che attraversano la scena. La grande vasca d’acqua – potentissima figura retorica dell’inconscio umano in cui tutti si specchiano – fa emergere chiare figure archetipe dove il pubblico si riconosce. La realtà è aggirata e fottuta, presa in giro: prevale un’altra vita, forse quella vera?

 

Tony Waychey Foto di Marco Marzi

 

Angelo Ventriglia foto di Marco Marzi

Intanto il sole dall’alto fa il suo giro dietro la fortezza. Le ombre girano e una luce diversa cade sulla scena. Paesi, genti pitturate, mappamondi e teste di Minotauro, rotoli di pergamene, mappe, libri che galleggiano. E’ uno spettacolo che quando sale nella cavalcata è imbattibile per la natura predominante del popolo maschile detenuto che lo agita. La musica è una sensazione, entra dappertutto ma non si sente. Ce ne si accorge solo a tratti, volendola proprio notare. Bravo e geniale il compositore e musicista Andreino Salvadori, come lo sono i musicisti del Quartiere Tamburi. E’ un colossal da 89 personaggi in scena, commovente, pieno di effetti pittorici, forse è l’Aleph conosciuto, sicuramente c’è la storia del mondo.  L’Aleph è il teatro. “Tutto accade qui per la prima volta. Tutto il passato torna come un’onda e tutte queste cose sono qui adesso “. E’ questo che per un momento sembra dirci l’artefice di tutto. Chiedo a Roberto se è un’impressione mia, se questo spettacolo che può essere visto da più angolazioni ha dentro un che di cinematografico. Si, mi risponde: potrebbe essere visto come una proiezione su schermo. E’ una blasfemia ma sappiamo per certo che da anni Armando Punzo ci sta pensando se mescolarsi anche con quest’arte. Vedremo.

Gaetano Spera Marco Piras foto di Marco Marzi

 

Luca Dal Pozzo foto di Marco Marzi

R.R. – Si sta come ad un sogno” .. : la frase di Eden mi ricorda lo scambio di idee con Alice Toccacieli, in una pausa prima dell’andata in scena. Occasione preziosa per ripercorre insieme la poetica artistica di Armando Punzo, in cui prende vita la concezione di un’idea che si trasforma fino anche ad essere abbandonata. Una “pars construens…; voglio non voglio …; lascio l’umano che conosco ..; dove cerchi è sempre il viaggio dell’essere umano. Un altro possibile … Sono estratti di un ragionamento più complesso dove la cifra stilistica dell’artista si evolve spinta da uno spirito creativo che rivoluziona e sovverte.

“Non è contro ma verso il pubblico come se qualcuno ci sogna, il pubblico ci sogna e noi siamo quello che loro ci sognano”.

L’intento primigenio nel cercare il senso originario, la genesi che sta alla base del pensiero. Delle idee: “Quanta differenza c’è tra me e le mie idee. Essere all’altezza della mia idea è molto difficile , è una cosa più grande di te”. C’è un forte senso di appartenenza alla comunità nel lavoro degli attori della Fortezza, un rispetto della sacralità forse laica ma che sta alla base del fare teatro, e presente in Beatitudo.

L’uomo e il bambino si erano allontanati per ritrovarsi nuovamente desiderosi di scoprire un altrove che si materializza nel suo misticismo alla ricerca del senso stesso della vita. Geometria di un disegno che diventa espressione filosofica: “quanta differenza c’è tra me e le mie idee. Essere all’altezza della mia idea è molto difficile , è una cosa più grande di te. Pensieri straordinari il cui tempo infinito ogni uomo sarà capace di ogni idea”.

Il teatro di Armando Punzo è un teatro di resistenza, di comunità, un estenuante incessante sforzo per conquistare la nascita di un teatro stabile all’interno della Casa circondariale di Volterra: «La nostra battaglia non cessa mai. Trent’anni non contano niente. Se non si rigenera veramente in tutta la sua potenza, il teatro qui muore in un attimo. La Compagnia della Fortezza deve guadagnarsi il suo spazio in continuazione, si ricomincia da capo ogni giorno. Ma le battaglie senza fine misurano la determinazione. Sono arrivato mille volte ad accarezzare fino in fondo l’idea di andare via, ma mentre ci pensavo stavo già facendo la salita per varcare il cancello ed entrare».

 

Armando Punzo Marco Piras foto di Stefano Vaja

L’armata che avanza dal fondo della scena rappresenta bene il concetto di resistenza e difesa di protezione di una libertà interriore conquistata a fatica. Alla ricerca di un teatro senza sbarre permanente e non solo spazio estemporaneo. La scelta registica di smontare una delle quattro barriere di metallo, che delimitano il quadrilatero dove da trent’anni gli attori vanno in scena, assume una responsabilità simbolica anche politica, nel percorso intrapreso dal fondatore e regista della Compagnia della Fortezza. Si è scelto di aprire un varco verso un’orizzonte che permetta di vedere lontano senza “ostacoli” che ne impediscano la vista. Ostacoli ben più solidi nel procrastinare la realizzazione di costruire la casa degli attori. Va riconosciuto altresì l’impegno e la collaborazione efficace della direzione carceraria e del personale di custodia, di quanto sia tangibile il sostegno dimostrato nei confronti del lavoro svolto da Punzo, in cui l’energia, la creatività e la passione non cede mai alla stanchezza e alla fatica. Il merito dello sforzo ideativo, organizzativo che sovraintende tutto il lavoro complesso della Compagnia della Fortezza, curato da Carte Blanche (associazione culturale e di promozione sociale fondata nel 1987) è di Cinzia de Felice. La cura nel gestire le relazioni con tutti i collaboratori e le istituzioni ha saputo negli anni intessere rapporti consolidati nell’intento di promuovere un teatro solidale e inclusivo. L’impegno per realizzare lo spettacolo, nelle condizioni strutturali in cui origina, dimostra una convergenza di intenti da contribuire con successo al risultato finale. Il suo teatro nasce da idee discusse collegialmente in cui si coltivano pensieri, riflessioni. Un gioco di specchi che si riflettono all’infinito.

Un tempo dedicato alle letture e allo studio dentro stanze minuscole dove i detenuti diventano attori si dedicano quotidianamente. Sulle pareti dei corridoi sono affisse le pagine di Borges sottolineate per evidenziare le intuizioni da cui far emergere una drammaturgia corale: sono le fondamenta che sostengono l’impalcatura della regia, dove il teatro delle “architetture dell’impossibile” prende vita da un processo che vuole credere in un altro mondo possibile. Tutto accade come per la prima volta  come nell’opera di Borges, mettendo continuamente alla prova tutto quello che pensiamo, sovvertendo ogni tipo di certezza, spostando di continuo il nostro livello di comprensione e disattendendo tutte le nostre aspettative”.

Sguardi che si incrociano, trasmettono tensione e al contempo serenità, presenze discrete nell’attesa che il pensiero prenda forma, rassicurati dalla presenza di chi li guida e a sua volta “guidato” dalla letteratura borghesiana che si presta al gioco dei segni. Letture come “Il giardino dei sentieri che si biforcano” in cui lo scrittore affronta alcuni dei suoi temi tipici e ricorrenti: il labirinto, il tempo, i libri. Il labirinto nella cultura occidentale si presta a molte interpretazioni, si moltiplicano le possibilità in cui ogni volta che ci si avvicina alla realtà succede che ci si allontani. “E noi ci trasformeremo in racconti….

 

Salvatore Artieri Armando Punzo foto di Stefano Vaja

E.T. – Lavorare su Borges non era facile, tanti l’hanno evitato e in pochi sono riusciti a saltarci fuori. Armando Punzo ce l’ha fatta, non solo nella messa in scena ma anche nella parola. Al punto tale che diventa difficile distinguere nel testo tratto da Borges quelle che sono le incursioni in versi presenti in Beatitudo. E’ vero che questo autore non è esattamente di estrazione un poeta, ma è vero altresì, definirlo uno dei più grandi su cui poggia la letteratura del secolo passato e senza dubbio il primo postmoderno di lingua ispanica. A spettacolo concluso abbandonando Volterra è un respiro, una sensazione intima d’amore che prevale.

 

foto di Nico Rossi

R.R – E sul quaderno restano parole che testimoniano le ore trascorse all’interno del Teatro Graziani, il rito quotidiano del caffè preparato dagli attori, i dialoghi con alcuni di loro nella calma che precedeva il frenetico andirivieni prima dello spettacolo. I tanti volti dipinti di rosso il colore simbolo di  Beatitudo.

L’attesa paziente che scandisce il tempo infinito. Gli stivali di gomma indossati per per entrare nell’acqua che pare sospesa prima di essere calpestata da 178 piedi. Porte di legno che si aprono per far uscire gli attori, sorta di quinte teatrali con la differenza di essere i varchi del carcere che immettono sul cortile interno. Il dentro/fuori di una comunità inclusiva. Un momento conviviale con Armando Punzo e il suo staff svela la presenza di Jorge Luis Borges  a Volterra nel mese di dicembre del 1985. Una fotografia appesa al muro  del ristorante Don Beta di Volterra ritrae lo scrittore presente in città per ritirare il Premio Etruria.  Le sue parole di gratitudine furono queste: «Volterra è viva e segreta, presente e lontana, fatta di pietre e respiri. Mi è parso udire dei passi, delle voci, e dunque qualcosa di inafferrabile perdura nella città; un parlottio misterioso, un arcano trascorrere di forme, un paesaggio d’ombre. ». A pagina 118 del saggio Jean Luis Borges di Domenico Porzio (edizioni Studio Tesi) è pubblicata la foto di Borges durante la cerimonia del Premio Etruria. Il suo congedo dalla vita avverrà il 14 giugno del 1986. 

Domenico Porzio “Jean Luis Borges” Edizioni Studio Tesi

 

foto di Stefano Vaja

 

 

Beatitudo drammaturgia e regia di Armando Punzo. Musiche originali Andrea Salvadori. Scene Alessandro Marzetti, Armando Punzo, costumi Emanuela Dall’Aglio, coreografie Pascale Piscina, aiuto regia Laura Cleri, assistente alla regia Alice Toccacieli, aiuto scenografo Yuri Punzo.

23-26 Luglio 2018 Fortezza/Casa di reclusione di Volterra #trentannidifortezza

 

 

Francesca Atisano foto di Nico Rossi

 

Tournée di Beatitudo

6 e 7 ottobre Pisa – Teatro Verdi; dal 9 all’11 novembre Milano – Teatro Menotti;  30 e 31 marzo 2019 Bologna – Arena del Sole; dal 24 al 28 aprile Cagliari – Teatro Massimo

 

 

Beatitudo, Armando Punzo, la Compagnia della Fortezza e le interviste realizzate  nella Casa circondariale di Volterra andranno in onda nel programma di Domenico Iannacone I DIECI COMANDAMENTI nel mese di dicembre 2018 su RAI 3

www.raiplay.it/

https://www.facebook.com/Idiecicomandamenti

 

 

letture consigliate Claudia Provvedini

“Le rovine circolari”: incarnazioni di sogni, doppi fantastici e reali.

 

 

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