Teatro, Teatrorecensione — 24/09/2011 12:43

La pioggia non impedisce ai corpi di esibirsi e fast va in scena

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Una serata di temporale e pioggia ha creato scompiglio e un po’ di “CAOS”: capace, però, di mettere al riparo fast e garantire il proseguo regolare del festival internazionale della creazione in contemporanea.

Sul cielo plumbeo di Terni, si è palesato verso il tramonto, un esercito di nuvole nere e gonfie, quasi tronfie, minacciose,  nell’intento di scaricare un fiume d’acqua. Nere come è Nera il nome del fiume che attraversa la città umbra (quarantunesimo comune italiano per popolazione), famosa in tutto il mondo per le Cascate delle Marmore, realizzate dagli antichi romani. Su queste cascate aleggia una leggenda in cui si racconta di una ninfa dal nome Nera, innamoratasi di un giovane pastore, di nome Velino. Giunone, gelosa di questo amore, volle vendicarsi e trasformò la ninfa in un fiume, (da qui il nome Nera), ma Velino, per non perdere la sua amata, si gettò a capofitto dalla rupe di Marmore. Questo salto, destinato a ripetersi per l’eternità, viene replicato in queste cascate, tra le più alte d’Europa. Il suo nome deriva dai sali di calcio presenti sulle rocce che sembrano simili a marmo.

 

Non erano di marmo i corpi esibiti, danzati, snodati, “sporcati”,  dei perfomer sui palcoscenici del Centro Arti Opificio CAOS, costruzione rimodernata (in origine fabbrica industriale, polo chimico fondato da un premio nobel), e ancor prima in epoca papale sede di una ferriera. Un esempio di come un sito di archeologia industriale sia stato trasformato in centro culturale multidisciplinare.Fast è divenuto nel tempo, un festival di richiamo internazionale, dove vengono ospitati artisti provenienti da tutta Europa.

 

 

 

 

 

 

 

Come Lucy Suggate che vive e lavora a Copenaghen, una danzatrice completa, capace di utilizzare il suo corpo per dare vita a coreografie senza peso corporeo, agili, scattanti. Un corpo a disposizione del pubblico come afferma prima di iniziare: “ Siete testimoni di una ricerca di danza autentica offerta a voi”. Libra il suo corpo dinoccolato, sembra quasi che i suoi arti si smontino e si pieghino a seconda della posizione che prende. Un’arena bianca, un cerchio dove la danzatrice mette in scena Dry Surfing, accolta da un pubblico seduto intorno a lei, un disegno geometrico che racchiude la sua strepitosa performance, e una parte di spettatori in alto, su di una gradinata: due visioni prospettiche diverse ed egualmente interessanti. I movimenti vengono accompagnati da brani musicali, che lei stessa, propone con un semplice clic su un pc portatile. In questa creazione di danza contemporanea-sperimentale (ma i termini non rendono giustizia sufficientemente, alla sua ricerca), la musica ha un ruolo fondamentale. Non è semplice accompagnamento sonoro, ma è essa stessa coprotagonista. Il corpo danza? Anche la musica!

Il prologo con la danzatrice immobile sulla scena , in attesa del pubblico, lo crea “Bjork”, l’ouverture dalla colonna sonora del film Dancer in the Dark. A seguire, mentre Lucy esprime un’energia fisica quanto psichica (concentrazione, perfezione, ideazione), suona James Blake nel brano “Limit to your love”. Movimento del corpo convulso, volutamente antiespressivo, disarticolato. Un corpo che ruota su se stesso, sembra ricercare la perdita della forza di gravità, di equilibrio che ti fa stare con in piedi per terra, al centro del mondo. Ed ecco allora che le note dei Radiohead con “Lucky” dall’album Ok computer. Suggestioni sonore che davano l’idea sensoriale di qualcosa in attesa di accadere, una sospensione del pensiero, un corpo senza peso lasciato vibrare dentro/fuori uno spazio emotivo dove tutti possiamo ritrovarci.

 

L’arena circolare diventava uno spazio rettangolare per l’entrata di Marco D’Agostin, Francesca Foscarini e Giorgia Nardin, i tre protagonisti di Spic&Span, segnalazione speciale del Premio Scenario 2011, già visti nello studio di venti minuti a Santarcangelo di Romagna, nel mese di luglio scorso. Un lavoro, quello visto ora, completo, cresciuto e maturo. Giocoso e ironico, ma attenzione, sotto sotto, c’è una sottile e intelligente dissertazione (mimica, corporea, scenica, e simbolica) sui guasti prodotti dalla civiltà (?) dei consumi. Una visione contemporanea dove la vita delle nuove generazioni è sottoposta a sollecitazioni frenetiche e, in alcuni casi, anche rischiose. Danza mimata, danza giocata su gestualità ripetute, movimenti seriali, interrogativa, astratta quanto basta, per ritrovarci dentro icone e simboli di una contemporaneità che non promette nulla di buono. Leggerezza e disincanto, sono la forza di questi tre giovani performer, dove per loro è necessario rispondere a quesiti esistenziali, anche con la danza. Una corsa contro il tempo, i bagliori di luccichi da centro commerciale, azioni compulsive: lo sballo da discoteca, e poi il test del palloncino, il rischio di giovani vite che mettono in pericolo la propria vita. La musica scelta è briosa, scattante, elettrica: dal celebre Trio Lescano a The Puppini Sister, e Matthew Herbert. Scelte felici e ben calzanti nella drammaturgia coreografica che fa di Spic&Span, un bel lavoro dall’esito compiuto.

 

La pioggia minacciosa aveva ben consigliato gli organizzatori di fast – un’organizzazione operosa, come tante formiche impegnate nei propri ruoli – atte a mandare avanti una struttura complessa, com’è un festival che propone per dieci giorni un calendario fitto di appuntamenti, di rimandare al giorno dopo l’esibizione di Alice Gosti nel suo “Spaghetti Co. Avete ancora fame?” , episodio tratta da una serie di performance create dalla danzatrice, coreografa, anche film-maker. Ogni sua creazione inizia con tre donne sedute intorno ad un tavolo, con una “cofana” di spaghetti, che riportava alla memoria, la celebre la scena di Alberto Sordi nel film “Un americano a Roma” (Regia di Stefano Vanzina,1954) quando davanti ad una porzione enorme di spaghetti al pomodoro, esclama: “Maccarone tu m’hai provocato ed io me te magno”. O la mitica scena dove Totò in “Miseria e Nobilità” (1954), spinto da fame atavica, mangia con le mani porzioni enormi di spaghetti. Il legame tra la pasta e il cinema e’ molto stretto. O a teatro. Eduardo De Filippo , straordinario buongustaio, amava così tanto la pasta, che nelle sue commedie la scena del il pranzo e’ sempre stata una delle azioni drammaturgiche più centrali. Natale in casa Cupiello, Sabato, domenica e lunedì, sono titoli dei suoi capolavori, resi ancor più celebri nei film diretti da Lina Wertmuller con Luca De Filippo e Sophia Loren nel ruolo di “Rosa, cuoca sopraffina, specializzata nei sughi”.

A fast, invece, Alice Gosti insieme a Devin McDermott e Anh Nguyen, si siedono e versano nei piatti il cibo più famoso al mondo, l’icona per eccellenza della gastronomia italiana, dopo che la stessa Gosti, ha debitamente anticipato, quello che vuol dire nella sua perfomance, vomitando un boccone di pasta dalla bocca. Il pretesto del pasto innaffiato (nel vero senso della parola) da un bicchiere di vino, è quello di utilizzare il cibo per dare vita a movimenti del corpo che si incastrano tra di loro. Tre corpi congiunti, disgiunti, legati e slacciati, dove tutto è lecito: sporcarsi di sugo, tirarsi addosso la pasta, sputare il vino, salire sul tavolo, e “aggredire” l’altra, a manate di pasta che volano in giro (il pubblico in prima fila si riparava con gli ombrelli), scomponendo e dissacrando un rito ancestrale, una cerimonia del convivio, la scena domestica per eccellenza.  Una capacità nel gestire il corpo con doti di danzatrici, dal gesto misurato, quando è solo il movimento  figurato che “parla”, ma sfugge però il senso finale, l’intento dichiarato dall’autrice… “ un rito comune che viene scomposto tra significato e significante… studia la relazione soggettiva che ogni individuo e/o nucleo familiare ha con il cibo, indagando i concetti di casa e appartenenza”. Sembra un manifesto programmatico impegnativo, scenicamente risolto parzialmente. Non si ha la sensazione di aver compreso il vero “significato”, ma di aver visto lanci di idee, pensieri, e tanta pasta al sugo….

Finale di serata in teatro, al caldo, mentre fuori transitava una perturbazione di tuoni e lampi, gocce di acqua pesanti e fragorose, con uno spettacolo di giocolieri, acrobati, funamboli, musicisti, e artisti visivi. Un elenco che potrebbe ingannare e far credere di aver assistito ad un circo di grandi proporzioni, mentre tutte queste abilità venivano esibite da Biel Rosselló, Marc Canelles, Delfi Muñoz, Enrico Missana, i protagonisti di Entre Pinces, creato da Solfasirc, un collettivo di artisti spagnoli, giunti a Terni per dare vita ad una prima nazionale. Al di là della simpatia dimostrata, delle abilità ginniche e artistiche (ma il programma di sala ricordava, giustamente, “adatto ai minori”) – ben vengano queste scelte da proporre anche ai bambini – l’esito è di un lavoro sì circense, ma improntato ad un genere che si rifà più all’animazione da strada, da villaggio turistico, con il coinvolgimento del pubblico, attirato sul palcoscenico. 

 

 

L’allegria dei protagonisti è un’ottima panacea in tempi così cupi (non solo quelli meteorologici), ma nella presentazione del loro lavoro c’è scritto: “E voi, siete pronti per l’impossibile?”. Ecco, ci si aspettava qualche cosa di più impossibile in un lavoro del genere, ospite di un festival di arti performativo, dove il reale e il surreale si mescolano, dove il possibile come gesto artistico si trasforma in abilità “impossibili”. Qualche volta è possibile….

 

 

www.ternifestival.it

crediti fotografici: Monica Uccheddu

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