RUMOR(S)CENA – ARIENZO – (Caserta) – Il teatro costruito in un carcere ha segno forte, è diverso, è importante, ha funzione che sfugge allo sguardo di chi non “sta dentro”. Il teatro costruito in un carcere è fatica e battaglia, vittoria affidata ad un credo culturale e sociale che guarda lontano e conosce la strada per aggirare gli ostacoli della burocrazia necessaria, dell’indifferenza diffusa, per andare verso l’entusiasmo faticoso di chi nel carcere vive e deve crescere, di chi ne fa lavoro e passione “rinchiudendosi dentro”. È l’insieme la pianta misteriosa, un tempo assai rara, oggi un po’ più diffusa, che nasce e cresce dando frutti dal sapore dolce venato d’amaro. È entusiasmo e somma.

Ci si avventura come verso un privilegio, si entra nel carcere superando barriere, mostrando documenti, osservando gli sguardi degli ospiti, cercando tutt’intorno sorrisi. Ogni volta è diverso. Ogni volta ci si chiede come avviene il miracolo dell’essere insieme, comunità sognante che fa uscire nell’aria il pensiero. Aquilone donato al vento, e chi lo afferra può volare lontano col pensiero che sogna.
Sono stato ad Arienzo, piccolo centro vicino Caserta. QuicLa Flotta, che è Compagnia teatrale stabile della Casa di reclusione Gennaro De Angelis da anni lavora con ostinata fatica e fantasia che si moltiplica. La dirige Annalaura de Fusco, e quest’anno ha messo in scena “Io conosco la parola amore- Primo studio”, uno spettacolo site-specific, costruito negli spazi del carcere che ho attraversato curioso. Dai cancelli che accolgono gli ospiti sono giunto a un cortile trasformato dallo scenografo Carmine Di Giulio in spazio chagalliano di vento e di sogni con pochi tocchi d’intuizione poetica. Dono visionario di cui la regia di Gaetano Battista, presidente dell’Associazione Polluce APS, s’impadronisce per fare spazio non più alla pena ma al racconto che vola, che parla d’amore, che svela i sogni ed i desideri sposandoli rapidamente con quelli di noi spettatori venuti da fuori. Va in scena “Io conosco la parola amore”, che “non è solo una rappresentazione teatrale all’interno di una struttura detentiva ma la conclusione del percorso laboratoriale dedicato alle arti e mestieri del teatro per il progetto Teatro interno di rigenerazione culturale e sociale”, dicono presentando in un saluto il loro lavoro. Ci hanno lavorato per un anno, costruendo piano, sognando grazie al sostegno della Chiesa Valdese con i fondi dell’Otto per Mille. Vi hanno lavorato tredici detenuti “in forma attiva” dicono salutando non senza emozione.

Insomma tutti insieme, che è scopo primo del teatro nel mondo. Costruire insieme è passione poetica profonda che contagia e che forse redime. Ci vuole pazienza, tempo, rispetto. I detenuti questa volta partecipano a stendere il testo, costruendo parole ed azioni, dando una forma ai sogni ed alle illusioni da cui hanno cercato di fuggire sbagliando. Qui si rimettono insieme le cose della vita e le si aggiustano insieme, arrivando allo spettacolo che è festa e emozione, speranza di un gioco che è anche lavoro, credendo nel tempo che scorre e ci insegna. Ciro A. è detenuto che sogna e trasmette il suo sogno, ha visioni che mette in comune con gli altri, le affida agli amici che colgono al volo le idee e le sviluppano in gesti preziosi.
Gaetano Battista governa il percorso, è regista, autore teatrale e presidente dell’Associazione Polluce APS, co-regista è Riccardo Sergio, i testi elaborati nel tempo lungo del laboratorio sono stati poi messi in forma finita da Ciro A., capo gruppo sapiente che schiva gli applausi alla fine, ma si vede che è molto contento quando a ringraziare si fa avanti suo figlio, un ragazzo che ha scritto per loro la bella canzone. Moltiplicazione di affetto che esplode e commuove. Le musiche dello spettacolo sono di Carmine Minichiello che in arte ha per nome Gamino, le Voci esterne sono di Marco Puglia, Intermezzo di Chitarra è di Simone Orsani, le foto di scena sono di Paola Bruno e Rosaria Perrella. I costumi sono curati da Teresa Papa, lunghi pantaloni larghi che sembrano abiti per danze orientali, sopra camicie bianche con i nomi di ognuno ricamati in nero, e questa bicromia accentua i gesti e le atmosfere distanti portandoci negli spazi lineari definiti nel gran cortile ridisegnato da Carmine di Giulio dove pagine sparse si muovono seguendo l’umore del vento, dove valigie sembrano pronte per una partenza che non prende mai corpo. Restano ferme in un senso di struggimento che gli attori moltiplicano parlando di possesso e speranza, recitando piccoli segreti da non rivelare, problemi irrisolti, desideri futuri. Un piccolo esercito dai tempi calibrati all’unisono.

“Sono concetti astratti e parole poetiche che intendono colpire il pubblico perché ‘Io conosco la parola amore’ è un excursus sul concetto di amore, attraverso il rito del teatro -scrivono su un foglietto distribuito al pubblico in visita- lasciamo al pubblico la possibilità di leggerci e ritrovare il proprio senso; nulla è scritto ed è definito: l’unica cosa certa è la forza dei corpi e le parole che risuonano nell’aria tracciando il cammino della propria vita nel concetto di amore”. Insieme sono gruppo sapiente, detenuti attori, Ciro A., Francesco C., Luigi L., Francesco V., Mario P., Giuseppe O., Raffaele C., Giovanni D.S., Alex U., Carmine C., Antonio B., Paolo B. che hanno scoperto il teatro ed i valori possibili da applicare magari in futuro alla vita. Per ora il teatro è gioia che riempie le ore e dà senso al lavoro. Continueranno, dicono, il lavoro con i prossimi laboratori che rientrano nel progetto ‘Arte oltre le sbarre’. Sono iniziati ala fine di novembre del 2025, finanziati da Cassa delle Ammende – Ministero della Giustizia, fortemente voluti dal PRAP (Provveditorato Regionale dell’Amministrazione Penitenziaria) e dalla Casa di reclusione G. De Angelis di Arienzo e sostenuti dalla Formedil Avellino come ente certificatore, si concluderanno con un allestimento teatrale previsto per l’estate 2027. Seguirò ancora il percorso e gli spettacoli che verranno dandone notizia. A conclusione ai partecipanti sarà rilasciata la certificazione della formazione spendibile nel mondo del lavoro, “ed è la prima volta che una struttura detentiva diventa scuola di teatro” dicono con orgoglio salutando, per un momento, felici.

Casa di reclusione Gennaro De Angelis di Arienzo (CE)
“Io conosco la parola amore- Primo studio”
La Flotta, Compagnia teatrale stabile della Casa di reclusione
visto il 30 aprile 2026





