Teatro, Teatrorecensione — 24/02/2014 18:11

Nazi e rom, ballata senza vertigine né drago

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MILANO – In uno spazio claustrofobico l’unione e la vicinanza si fanno più stretti. Da vicini tutti siamo certamente meno affascinanti ma più simili. Anche nelle differenze, anche agli opposti, reali o prodotto di pensieri oscurantisti. Sta di fatto che riconoscersi a specchio nell’altro, di qualsiasi colore o etnia o religione, come similari ed affini, afflitti dalle stesse incertezze, abbatte le paure del diverso, vedendolo non solo analogo e somigliante ma l’altra faccia della stessa medaglia. Michele Riondino (“Dieci inverni”, “Acciaio” al cinema, “Il giovane Montalbano” in tv) ha il phisique du role del macho e duro, è lo sbandato, ferito da un colpo di pistola, dai tatuaggi inneggianti le SS, e firma anche la regia de “La vertigine del drago”, Alessandra Mortelliti, è la ventenne rom, rapita dal balordo dopo che lui ha tentato d’incendiare il loro campo, ed è l’autrice del testo presentato al “Festival dei Due Mondi di Spoleto” ’12.

Se il tema di fondo è appunto l’avvicinarsi interiore tra il nazi skin e la ragazza rom, mostrando quanto invece siano “fratelli” di questo mondo che cerca ed incentiva l’odio e le fazioni e le divisioni per riconoscersi, e nega l’uguaglianza, lo svolgimento del plot, e la tesi che ne emerge, è trattato con prevedibilità, anzi con un uso dei chiaroscuro che tendono ad illuminare la ragazza, elevata a piccola madonna-fiammiferaia, e ad affossare nell’ombra il giovane italiano razzista. Come se la luce ed il buono esistessero soltanto in uno dei due pesi che sbilancia la stadera. Si ritrovano soli, perché soli sono, sciolti da quei falsi legami che credevano di avere: lui dai “fratelli” di svastica e di Faccetta Nera (la suoneria del suo cellulare), lei da quella famiglia allargata che tutto vede, provvede e controlla.

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Una casa-garage quella del bad boy di borgata che potrebbe essere una roulotte di un campo rom per l’incuria, la pochezza, la sporcizia. Lui è aggressivo e muscolare, lei remissiva. Lui sembra uscito da “American X” e fa valere il motto “Padroni a casa nostra”. La dinamica, pur con tutte le differenze del caso, ci porta alla “Parola ai giurati” oppure al recente “Qui e ora” con Valerio Mastrandrea, per il passaggio di peso e di forza da un personaggio all’altro, come una clessidra, per l’“esorcismo”, per l’emergere progressivamente del soggetto debole che si riscatta dal proprio ruolo a discapito di quello che, all’inizio, pareva, il dominante, il padrone della scena e della situazione. Come il nazi si umanizza così si indebolisce, la rom acquista rispetto.

Altra chiave di lettura che non convince è quella della deresponsabilizzazione delle giovani generazioni nei confronti dei padri o della famiglia in genere: lui è quel che è perché il padre gli ha lasciato debiti e rancori, ed anche i film violenti con i quali è cresciuto, lei l’hanno fatta sposare presto e non l’hanno fatta studiare. Certo una parte di responsabilità deriva anche dall’habitat di crescita ma questa visione rischia di far ricadere tutte le colpe dei figli sui padri.

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Tra i due il più sboccato, maleducato, cafone, sgrammaticato, burbero ed incivile è senz’altro lui, mentre lei viene tratteggiata a tinte soffici, addirittura con erudizioni da chirurgo (non è andata alle scuole dell’obbligo ma ha seguito di nascosto le lezioni all’università di medicina e non si è persa una puntata del Dottor House!), tanto che toglierà (parte inverosimile in un quadro molto realistico) con pochi strumenti a disposizione, un proiettile dal fianco del fascista. Roba che neanche Rambo (del quale passano le frasi celebri da una videocassetta messa su a stigmatizzare gli eventi) nel mezzo della foresta con ago e filo. Situazione più complicata di quelle che affronta quotidianamente Gino Strada.

La rapita è colpita evidentemente dalla Sindrome di Stoccolma, che fa innamorare i prigionieri dei propri carnefici ed aguzzini. Della regia salviamo la coreografia dietro una teca al suono di parole teutoniche in salsa pop dance, mentre le luci sono perennemente da Profondo Rosso. Stona anche la canzone finale, più da Grease, fuori luogo, o da amore romantico appena sbocciato tra i novelli (ma non è questo il caso) Romeo e Giulietta moderni.

La vertigine del drago” di Alessandra Mortelliti. Regia Michele Riondino. Con Michele Riondino e Alessandra Mortelliti. Assistente alla regia Diego Sepe. Scenografia e Costumi Biagio Fersini. Disegno luci Luigi Biondi. Trucco Eva Nestori. Assistente ai Costumi Sandra Astorino. Produzione Artisti Riuniti, in associazione con Palomar, in collaborazione con 15 Lune Produzioni. Visto al Teatro Sala Fontana, Milano, il 22 febbraio 2014.

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