Teatro, Teatrorecensione — 23/12/2015 at 08:45

Magda ovvero lo “spavento” di un amore tragico

di
Share

MILANO – Cosa si agita dietro al velo di Maja del Terzo Reich? Quale teatrino giullare e clandestino si gioca nel bunker dell’ultima ora? Personalità furiosamente sconnesse, per le quali precipitarsi a oltranza verso l’abisso è la sola opzione possibile. Così der Führer. Così Magda Goebbels. Entrambi a capofitto, incuranti di tutto e di tutti. Come se la sola cosa realmente importante fosse, per lei, il compiacimento del sultano e, per lui, vedersi forte e bello come solo lo sguardo di un innamoramento incondizionato, a volte, sa rendere certi uomini. Quanto del non detto cechoviano schiuma, dalle loro parole di supermarionette, dal loro dissimulare, sviare, recitare, sostituirsi a individui reali e dotati di umani moti di ribellione, per cristallizzarsi invece in estraniati automi sconnessi e scricchiolanti. Sono l’ultima retroguardia di un mondo che è già inattuale a se stesso, eppure non demordono; recitano fino in fondo quella parte che li annovererà fra le bestie più efferate della storia, eppure il genio dell’autore ce li tratteggia danzanti, grotteschi e caricaturali come pinocchietti appunto caricati a molla.

Stiamo parlando di “Magda e lo spavento”, testo di Massimo Sgorbani, dramaturg Francesca Garolla e la regia di Renzo Martinelli.  I tre firmano un trittico sulle figure femminili che affiancarono Hitler: gli altri due testi sono “Blondi”, dedicato al fedele cane su cui venne testata la mortal mistura al sapore di mandorle amare, che li avrebbe sottratti tutti insieme a una fine ignominiosa, ed “Eva” (Braun), sulla tacita compagna di una vita, innalzata in extremis a dignità di consorte. Un progetto corposo, che, attraverso le tre figure femminili, intende raccontare tre variabili e declinazioni di quell’essere “innamorate dello spavento” – questo, il titolo dell’intero progetto -, che già Shakespeare coniava a proposito di Desdemona. Quasi che la tesi di fondo fosse quella di un sinistro legame triangolare fra l’amore dato incondizionatamente, il suo bisogno legittimante, da parte di chi non viva che in questo riverbero riflesso, e il limite estremo della paura. Paura di perdere l’accesso al proprio amato, qualora non lo si compiaccia, ma, reciprocamente, anche paura di non essere, se non essendo per (qualcuno).

Folgorante, in tal senso, la frase con cui Hitler solleva Magda dallo stare in pensiero per lui, quando sarà a Rastenburg: “Ci sarà Blondi – spiega, alludendo al suo pastore tedesco – Forse proprio una come Blondi è la sola in grado di prendersi cura di me” e aggiunge: “L’amore è non avere altra scelta che occuparsi di...”.
Das Unheimliche – una delle possibili traduzioni è, appunto “paura” o “spavento” – è il termine usato in tedesco per esprimere quel che Freud definiva perturbante. Il riferimento – lo rivela l’etimologia stessa – è a qualcosa di al tempo stesso “familiare” (“heimlich”), ma anche alla sua negazione (“un-”); l’effetto è quello di un estraniamento sinistro, che genera sgomento.

magda

Ecco: è esattamente questa, la tonalità affettiva, che si respira per tutta la durata della pièce. Certo, si sta parlando delle ultime ore di Hitler nel bunker de “la Tana del Lupo”, com’era definito il suo quartier generale, ma questo lo scopriamo piano piano. Quel che invece è messo lì, fin da subito, a disturbarci, è il teatrino sbirciato attraverso il tulle teso fra noi e la scena e che ci dice immediatamente prouderie, facendoci sentire freudianamente esclusi. E poi l’estraniamento, appunto, generato dal corto circuito fra quel che vediamo – un uomo “ariano”, nei tratti, interpretato da un Milutin Dapcevic dalla bravura sbalorditiva, come del resto la sua compagnia Federica Fracassi, Premio Ubu 2011 – e quel che sappiamo – e cioè che quello di fronte a noi dovrebbe essere Hitler, nonostante la figura alta, resa ancor più importante dal frac a coda, i colori slavi e un contegno che certo ha poco a che fare con il rigore marziale del Kaiser. Ma quel che cortocircuita di più è lo iato costante – fino ai più sferzanti dei paradossi – insito nella scrittura densa e stratificata di Sgorbani. Va a disturbare niente di meno che l’immaginario infantile diventato oramai classico da generazioni: quel Walt Disney, che, specie in “Fantasia”, ricordiamo tutti come una figura alta e importante, in frac a duettare con un Mikey Mouse, che ha le stesse movenze scattanti e squittenti di questa Magda/Minnie.

Le suggestioni sono quelle – il tip-tap, quel modo di muoversi e parlare sincopato e sconnesso come in certe pellicole anni “40 -, ma parlare di quell’immaginario dà modo al drammaturgo di pescare nelle più ancestrali lande del subconscio collettivo, dove si annidano i più inconfessabili demoni ambivalenti che, mentre mostrano la loro natura familiare (“heimlich”), lascino affiorare, nelle sottili elucubrazioni del duo Hitler/Goebbels, tutto lo spavento (“ unheimliche”), che suscita scoprire il ratto con deliri di ascesa verso il superomismo, dietro alla figura rassicurante di Topolino o il più handicappato, orribile e perturbante degli esseri in quel Cucciolo, immeritatamente custode, ma solo temporaneo, della Bellezza totale di Biancaneve.

magda 2

E allora bellezza e morte si mescolano, nelle mani deformi del mostro – e lo sgomento è quello provato di fronte all’incapacità di spigarsi le proprie reazioni di tenerezza e simpatia, di fronte a tutto ciò. La tenerezza dice pietà e “la pietà è solo una variante del disprezzo per l’inferiore”, puntualizzano – ed ecco che, a poco a poco, affiorano quel deliri ideologici che li condurranno fino alle estreme conseguenze del sacrificio finale. “Preferirei di no”, ripete, a più riprese, una Magda/Bartleby, pronta però poi a capitolare, di fronte al suo essere innamorata dello spavento. Fino a sacrificare i figli come nidiate di topi partoriti al mondo, a costo di grida disumane , per il lustro del Terzo Reich e parimenti pronta a sacrificare nella logica del “sacrificare i più deboli a salvaguardia dei più forti”. Ma poi tutto si mescola, nel delirio di un’epoca ormai al tramonto, che la regia di Martinelli descrive bene nella performatività dei due attori super marionette, sconnessi, spesso irrelati, scricchiolanti e malfermi come automi ad un passo dal corto circuito finale.
Uno spettacolo che afferra allo stomaco e non molla un attimo la presa. Una riflessione scenica che, al di sotto delle mille variabili di tonalità e alla mimica impeccabile tenuta in modo lucido e millimetrico per l’intera ora e mezza, va a colpire al cuore quel che di delirante si annida in ciascuno di noi, ogni qual volta ci lasciamo arpionare da una regressione: spaventosa come quell’amore che, per esser tale, dev’esser “senza possibilità di scelta”.

 

Visto al Teatro Elfo Puccini di Milano, domenica 20 dicembre.

 

MAGDA E LO SPAVENTO

di Massimo Sgorbani dalla trilogia “Innamorate dello spavento”
regia di Renzo Martinelli
dramaturg Francesca Garolla
con Milutin Dapcevic e Federica Fracassi
suono dal vivo Fabio Cinicola
luci Mattia De Pace
Produzione Teatro i
Share

Comments are closed.