Teatro, Teatrorecensione — 23/12/2013 22:42

Sono “Mari” che si rifrangono sulla scena de “La prima volta”.

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MESSINA – Sembra plurale. E’ plurale. In italiano. Ma qui si tratta di messinese. E “Mari” è singolare. Si declina allo stesso modo anche al plurale, del resto. C’è un mare in ogni dove, dentro e fuori questo lembo di terra che non è acqua ma ci è vicinissimo, che è la testa della tartaruga che si sporge, talmente vicina alle luci che dall’altra parte s’affacciano che pare sfiorarle ed invece ha mari da tutti i lati, in tutti i pori. Mare che divide ed allontana, sale che purifica.

Nella Sala Laudamo, ridotto del Teatro Vittorio Emanuele aperto ma poco produttivo (un vero scandalo: servono ogni anno 6 milioni di euro per pagare 63 dipendenti!!!), è on air la rassegna “La prima volta”, i testi vergine di autori che così hanno intrapreso la loro attività autoriale. Messina annaspa dal punto di vista culturale e cittadino, c’è rassegnazione nell’aria, poca speranza nel domani. Problemi atavici di difficile risoluzione; anche Crocetta s’arrenderà.

Tino Caspanello è autore prolifico (usciti per Editoria & Spettacolo “Teatro” e “Quadri di una rivoluzione”) apprezzatissimo in Francia, repliche fino al 2015, tradotto anche in polacco, meno conosciuto in Italia: “Mari”, che ha dieci anni di vita, il suo cavallo di battaglia. Due attori, lo stesso Caspanello e Cinzia Muscolino, compagna in scena e nella vita, due personaggi che incarnano un Lui ed una Lei. Lui si sciacqua le mani in mare, sul bordo, sul ciglio, dove non si sa se è già terra o se è ancora risacca. La stessa, di onde e vortice, di schiuma e marea che si ritira, che affiora ed afferra in audio in un circolare andirivieni di suoni che coccolano e scandagliano, che accolgono e lisciano, commentano e sussurrano di piccoli gettiti e fiotti che si abbattono stanchi sulla rena come naufraghi sulla battigia molle. Il messinese non ha dentro la lava del catanese né la violenza dell’arabo del palermitano, è più soft, pacato, di raccordo.

Piccoli oggetti in scena che non verranno però utilizzati: una lanterna, un secchio, le scarpe di lui. C’è sapore di Tempesta shakespeariana nell’aria, di naufragio, di Venere che esce dalle acque di Cipro. Il mal di mare che è simile al mal d’Africa di Conrad. Dall’acqua si viene, all’acqua si torna, altro che cenere. Il mare è limite e trampolino, discesa e risalita, è sete e sale. C’è un ché di “Cast away”, un tocco di “Lost”, tratti beckettiani apocalittici: forse solo gli ultimi uomini rimasti sulla terraferma, qui non c’è un prima e sembra non ci sia un dopo. Il tempo è sospeso tra parentesi gonfie e graffe. Acqua in bocca.

In una danza di andate e ritorni la donna entra nel cerchio della vita dell’uomo, in piccole mosse affiora e fa capolino, chiede di essere accolta ma lui la rifiuta, la allontana, chiede di stare in pace a riflettere da solo, poi, dopo, tornerà da lei. Lei che invece non lo lascia alla sua solitudine, forse ha paura dell’abbandono definitivo, di un gesto estremo del compagno, di non stargli troppo vicino, di non dimostrargli amore. E’ un gioco di pieni e di vuoti, di bianco e nero, equilibristi su di un filo invisibile che demarca le loro esistenze ormai intrecciate a doppio nodo. Non è un dialogo a due voci, ma è come fossero in tre: lui, lei ed il mare. Il mare da toccare, carezzare come dio da ingraziarsi, come animale domestico da accontentare. Questa pesca è metaforica e miracolosa.

C’è un filo di Arianna teso tra i due, lo stesso che li lega, lo stesso che li divide. Pescatori di asterischi li definirebbe Samuele Bersani. In questo incontro-incrocio-incastro nasce però una perplessità, un dubbio che rimette in discussione tutto il precedentemente detto e pensato: quelle scarpette rosse, su abito nero luttuoso, che lei ha in mano e che non mette mai ai piedi. Ecco, se dieci anni fa, quando il testo è nato ed ha avuto il suo parto, le scarpe rosse non erano riferimento a niente altro di simbolico, adesso l’immaginario collettivo corre sul binario della violenza sulle donne, del femminicidio.

In quest’ottica qui tutto parrebbe tornare a destinazione, trovare giusto porto e riparo: un limbo di purgatorio dove la donna entra ma non riesce ad uscirne, un uomo inginocchiato quasi a chiedere perdono ma al tempo stesso a esigere di essere lasciato in pace con i propri tormenti e demoni, lui che si lava le mani forse insanguinate dopo aver commesso il delitto, queste scarpe che senza essere indossate fanno pensare a piedi ormai vuoti e muti. L’acqua che potrebbe essere lo Stige in una sorta di “Una pura formalità”, passaggio che l’offendente deve scontare prima di poter raggiungere la sua pena o salvezza. Sotto questa lanterna o lente d’ingrandimento prende tutto un altro senso. Non si può prescindere dalle immagini e dal contemporaneo.

 

“Mari” di Tino Caspanello, con Tino Caspanello e Cinzia Muscolino. Costumi: Cinzia Muscolino; elaborazione del suono: Giovanni Renzo; scena e regia: Tino Caspanello.Visto all’interno della rassegna “La prima volta”, Teatro Vittorio Emanuele Sala  Laudamo, Messina, il 6 dicembre 2013.

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