Teatro, Teatrorecensione — 23/09/2015 04:33

Giulio Cesare della Socìetas Raffaello Sanzio, il potere della retorica

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TERNI – L’immacolata concezione del teatro. Quando il pensiero diventa materia vivificata in immagini per corpo, silente o in voce. Per parola buona a suggerire coscienze assopite, sguardi reciproci, significare comprensione collettiva, produrre tracce materiche, dentro e fuori l’individuo.

La Socìetas Raffaello Sanzio del Leone d’oro alla carriera Romeo Castellucci, dell’immagine, icona plastica e in movimento della poetica artistico/teatrale, ne ha fatto stilema, orma, segno di riconoscibilità e ricerca. L’immagine pittorica in vita, la figura della rappresentazione, la realtà che in arte non è reale non è la visibilità, ma “la cosciente emozione del reale divenuta organismo. Processo mediante il quale l’opera d’arte acquista la necessaria autonomia”.

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Del Giulio Cesare debuttante sulle scene nel lontano 1997, se ne ripropongono frammenti al TerniFestival: il prologo del ciabattino, fedele alla parola Scespiriana, sul potere della retorica e l’influenza dialettica sulle masse, e la celebre orazione funebre di Marco Antonio, erede della grandezza politica del più grande imperatore di tutti i tempi. Il discorso del condottiero all’indomani dell’uccisione di Cesare, fu una vera e propria rappresentazione teatrale. Il cadavere di Cesare, lacerato dalle pugnalate, fu esposto nel foro appeso a una fune legata a una carrucola che ne provocava il movimento oscillatorio (una vera e propria macchina teatrale) al fine di suscitare indignazione e forte coinvolgimento emotivo nella popolazione, negli ‘spettatori’. E Marco Antonio tenne l’orazione accompagnandosi con gestualità simboliche nell’uso romano: l’indice alzato a mezzo braccio per indicare solennità, imporre rispetto. Codici. Del resto, le celebrazioni funerarie (pompe funebri), latine, si strutturavano attraverso delle messinscena per affermare e rappresentare il blasone della gens del defunto. Venivano ingaggiati attori professionisti indossanti le imago, ossia maschere calcate sul volto del deceduto e di tutti gli avi, a simboleggiare il potere e l’onore del casato.

Il Marco Antonio di Castellucci è un attore laringectomizzato. Amplificato da un microfono posto sulle corde vocali. Eretto su una base di colonna, un piedistallo, portante la scritta ARS. Arte. L’arte della retorica. Un buon oratore doveva sapere flectere, commovere, ‘spostare’ l’individuo dal suo stato d’approccio. Come dovrebbe un attore degno di questo nome. L’atto di Marco Antonio fu politico, più che di commiato. Da lì seguì la repressione nel sangue dei traditori e uccisori di Cesare, fortemente sostenuta dal popolo.

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Il potere della parola. Il potere edificato dalla parola. L’impressione che si fa carne e la carne trasmessa per voce. Il teatro che porta con sé anche questa funzione, incarnare la retorica. Disarticolandone senso e forma, la Socìetas destabilizza il potere stesso. Il ciabattino (con sul petto un’etichetta con scritto “….vskij” allusione a uno dei padri fondatori del teatro occidentale), nel prologo, con due attori, plebei, alla sua sinistra a disvelare la finzione scenica, recita inserendo una microcamera endoscopica fino alla glottide. Alle sue spalle proiettata l’immagine video dell’emissione vocale. Dalla carne, da una ferita.

Il personaggio di Giulio Cesare entra in scena in rosso purpureo, il sangue, il colore del potere senatorio, ne uscirà in un lenzuolo rosso, con i piedi davanti, trascinato tra il pubblico. Il tempo di vedere il suo potere rappresentato senza una parola… (con segni di comando) e di far sentire i suoi passi gravare sul suolo, pesare, amplificati da un effetto sonoro. L’unica emissione udibile del personaggio. Dicotomia dei contrasti che generano sintesi drammatica. Pensiero e parola e di fondo il tema. Scindere, produrre scompenso tra significato e significante. Disegnando scene dalla perfezione tecnica chirurgica, armoniose nella dualità immagine e immaginazione. Con Cesare ancora in vita sul palcoscenico, un cavallo, nero, reale,  cattura lo spettatore provocandone stupore. Un attore scrive sul manto dell’animale la scritta in vernice bianca “meneteke pei”.

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La scena oratoria di Marco Antonio precede il finale: un marchingegno: una serie di lampadine poste, in fila, su una struttura in metallo, esplodono una dopo l’altra mediante un principio fisico. Un’elica posta al di sotto della luce, provoca l’esplosione per contrasto tra calore e rarefazione atmosferica.

E la dimensione attorno, in platea, si divide tra la meraviglia e il perplesso. Uscendo da teatro in ogni caso con tracce profonde.

GIULIO CESARE. PEZZI STACCATI
intervento drammatico su W. Shakespeare
ideazione e regia Romeo Castellucci
con Dalmazio Masini, Simone Toni, Gianni Plazzi
assistente alla regia Silvano Voltolina
tecnica Stefano Carboni
produzione Socìetas Raffaello Sanzio
 in collaborazione con Accademia di Belle Arti di Bologna

Visto al TerniFestival, Festival Internazionale della Creazione Contemporanea il 19.09.15

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