Teatro, Teatrorecensione — 23/09/2013 20:53

Agoraphobia – al posto del teatro una piazza e la poesia fa paura

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Questo è uno spettacolo, ispirato dal film Nostalghia di Andrzej Tarkovski, ideato dal regista teatrale Lotte van den Berg che ha fatto girare il testo di Rob de Graaf per l’Europa con diversi interpreti. Oggi è il turno di Roma, dove arriva grazie a OMSK, organizzazione che si batte per ottenere spazi dove le persone e la rappresentazione della nostra esistenza si possano incontrare, all’Ambasciata del Regno dei Paesi Bassi e allo Short Theatre di cui è ospite. A Campo de’ Fiori come il pubblico arriva a spizzichi e bocconi si mischia ai passanti. Ma chi è qui per Agoraphobia si riconosce: staziona davanti ad un cartello di cartone con il cellulare in mano in attesa, per partecipare si chiama un numero e con un codice si entra in conferenza; al di là del filo una voce di donna canta stonata a rilento. Gli ascoltatori si guardano smarriti, si confrontano, provano ad interagire con la voce, giungono alla conclusione che la registrazione è la stessa per tutti. La donna in evidente stress ora parla del suo disagio, delle sue paure, delle paure degli altri: “C’è chi è sicuro di tutto Io non sono tra loro La mia mente non smette mai di pensare Pensare è dubitare (…)”*. Qualche spettatore riattacca. Lei continua. La maggior parte resiste anche se le espressioni sul viso sono interrogative.

Spiegherò com’è andata davvero Dopo duemila anni di civilizzazione, ecco come la porrò – Duemila o tremila – quello che è – In ogni caso: siamo pronti per un nuovo inizio, dopo tutto questo tempo, un nuovo inizio che neutralizzi le differenze (…)”*. Il contrasto tra la virtualità delle recriminazioni telefoniche della donna e la concretezza della nera scultura di Giordano Bruno e della sua morte è micidiale. Qualcuno dopo qualche momento di scoramento deciso richiama e riprende l’ascolto con più pazienza. “Abbiamo bisogno di una rivoluzione emotiva “Diverso” – questa è una parola che dobbiamo considerare (…)”*. Poi eccola, Daria Deflorian viene finalmente intercettata dal pubblico; la vincitrice del premio Ubu, come miglior attrice 2012, indossa jeans e scarpe da ginnastica e nelle mani stringe due borse di tela. Il microfono nero ed ingombrante emerge da un accrocco di nastro adesivo sulla sua guancia sinistra. I capelli sono racconti in una coda, il viso, acqua e sapone, si indurisce mentre gesticola e continua: “C’è qualcosa dentro di me… Non vorrei chiamarla “paura”, (…)”*. 

Il pubblico come incantato la segue, a debita distanza, osservando le reazioni della gente che viene avvicinata ed interpellata in continuazione da Daria. Sono pochi coloro che sorridono si fermano e gli rispondono guardandola negli occhi; la maggior parte distoglie lo sguardo o si accomiata in fretta continuando a camminare. Due signore alla richiesta di fiducia aumentano il passo. Poi Daria si siede sotto la statua e alcuni ragazzini che mangiano il panino la guardano divertiti, poi preoccupati quando si rivolge a loro ed infine si spostano. Un gruppo di ragazzine invece si avvicina ed ascolta, richiamate più volte da un adulto in procinto di andarsene. La comunicazione telefonica cade ma la voce di Daria è forte e riusciamo a seguirla, ora, dal vivo. A vedere il pubblico così ipnotizzato alcuni passanti vengono attratti e si mescolano agli spettatori per ascoltare Daria.

“Non abbiate paura Non fuggite dal significato di tutto questo Non aspettate di vedere che tutto vada per il meglio Abbiate fiducia Abbiate fiducia in voi stessi Abbiate fiducia in noi Voi, noi, io”*. Come la performance finisce entriamo in possesso del giornalino Agora che riporta interviste e l’intero testo della performance che sulla carta è un poesia. Il pubblico si stringe attorno alla sua eroina. Restano aperte tra le tante domande poste dalla performance quella se siamo pronti a percepire la poesia intorno a noi, negli altri, e quella se abbiamo il coraggio di farci portavoce della poesia lontano dal palco, dai luoghi ad essa adibiti.

Visto il 14 Settembre 2013 a Campo de’ Fiori, Short Theatre, Roma

*citazioni del testo tratte dai testi pubblicati in  Agora del luglio 2013

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