Chi fa teatro, interviste, Teatro — 23/07/2017 11:19

Tomi Janezic: lo psicodramma e il lavoro dell’attore su se stesso.

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NAPOLI – La presenza di Tomi Janezic al Napoli Teatro Festival, protagonista anche di un puntata di SkyArte non è passata inosservata e lascerà sicuramente un segno nel teatro italiano. Difficile non rimanere sbalorditi di fronte alle 170 candidature provenienti da tutta Europa, per frequentare il laboratorio dell’affermato regista sloveno, che si sommano alle 1200 presenze di giovani allievi dell’intero Festival. Non si trattava di un’audizione per uno spettacolo, ma di una selezione per un’offerta formativa di alto livello, un workshop a metà tra pedagogia e terapia con riferimento sia ai principi dello psicodramma di Moreno sia al metodo Stanislawsky: «Non voglio definirmi come regista o pedagogo – spiega Tomi Janezicma come qualcuno che facilita un processo creativo, individuale e collettivo, e dà spazio a una dinamica di gruppo che si crea e porta a una riflessione sul nostro lavoro e su noi stessi. Quello che facciamo ha a che fare con i nostri “nonni artistici” che citiamo e menzioniamo spesso, ma che spesso fraintendiamo, da Stanislawsky a Brecht a Cechov, ma anche Grotowsky e Strasberg, tutti quelli cioè, che cercavano di capire i fondamenti della vocazione di quest’arte».

Il laboratorio di Napoli è stato un processo creativo di gruppo dove l’attore è stato invitato ad assumere una vera flessibilità psicologica, imparando a interpretare molti ruoli, cogliendo di una situazione proposta o di una storia, più punti di vista, più prospettive, facendo propria una modalità creativa contemporaneamente connessa al gioco ma anche alla spontaneità e alla autenticità, seguendo i principi della psicoterapia di Jacob Levy Moreno.

 

«Un principio base per Moreno – dice Janezicè che la spontaneità e la creatività sono molto connessi; la spontaneità non è un flusso di passioni sfrenate, impulsi incontrollabili. Lui la vedeva come orientata alla creatività, come nuova reazione su una vecchia situazione. La spontaneità è un modo di reagire a tutti i pattern che ripetiamo e da cui talvolta non possiamo uscire, e questa capacità di reagire è connessa con una nuova prospettiva, con un nuovo ruolo, con un nuovo punto di vista. Moreno vedeva la persona umana come un creatore: bisogna ricercare questa capacità di creazione autentica e spontanea che è una qualità viva. Viviamo in un mondo molto produttivo, si produce molto, si crea molto ma si può creare in modo meccanico, in modo tecnico, ci sono molti spettacoli costruiti così, ma che valore possono avere se non hanno senso per le persone che lo hanno creato o che sono presenti? Qui c’è la questione della autenticità e della spontaneità che era un concetto molto importante per Moreno.».

Questa fame di conoscenza teatrale, di pratiche attoriali inedite, ha portato a Napoli molti giovani attori dalla Serbia, dalla Lituania, dalla Romania, dalla Macedonia oltre che dall’Italia, con storie toccanti e significative: una ragazza si è iscritta da Novi Sad (Serbia) e ha imparato in pochi mesi l’italiano per poter inviare il video della candidatura e frequentare il corso; due ragazze scartate alla pre-selezione, hanno deciso di venire comunque, da Roma e da Lecce, per conoscere il Maestro e vedere anche solo per poco, lo svolgimento del lavoro collettivo.

Molti degli allievi selezionati sono già attori professionisti sia di teatro, che di cinema e televisione, ma hanno voluto inseguire il loro sogno di un teatro puro, rigoroso, di ricerca, come da tempo non si ritrova più nei teatri, nelle programmazioni, nei Festival. Spesso il cammino professionale li porta lontano da quelle scelte artistiche che avrebbero voluto fare ma che prefigurano un lavoro insoddisfacente, non garantito, comunque faticoso e poco creativo. Anche di questo si è parlato nel corso del laboratorio, perché gli attori, sul palco, non recitavano: offrivano le loro storie, talvolta drammatiche, talvolta irrisolte e combattute, quale spunto per un dialogo. La verità autentica dell’attore prima ancora che del personaggio, è stato il presupposto del laboratorio, basato sulla tecnica dello psicodramma.

 

Tomi Janezic spiega anche che «questo non è un metodo attoriale, è più una piattaforma, un aprire spazio a nuove prospettive, a nuovi modi di vedere certi problemi. Un approccio che lo si può applicare alla scoperta di un testo, di un mondo, del mondo interiore dei personaggi, ed è per noi fonte di ispirazione; facciamo quasi un’analisi in azione, un’analisi creativa che ci fa capire le dinamiche, le tensioni, i conflitti drammaturgici di una storia

La prima richiesta, lapidaria, del regista al numeroso gruppo radunato in cerchio intorno al palco è stata: “Non giudicare e non ferire”: un patto che spesso viene rispettato e che introduce il tema dell’ascolto, è quello dell’avvio di una nuova comunità, creata all’insegna non del teatro, ma della persona, nel rispetto della sua integrità. Le paure diventavano rappresentate fisicamente, presenze ingombranti con cui bisogna confrontarsi e difendersi: la tecnica per superare l’ostacolo del dramma, della crisi e delle nevrosi è lo specchio, e tutti si prestavano a creare questo effetto di verità inaudita in uno scambio di ruoli profondo e sincero che prevedeva vicinanza e distacco insieme. Uno specchio che parla a noi di ciò che consapevolmente o no, abbiamo sepolto nelle nostre coscienze.

Il palcoscenico non imita la vita, ne è l’essenza più pura: «Si crea tutti i giorni sul palcoscenico- dice Janezic- e non si creano solo scene o spettacoli, si creano anche rapporti, creiamo anche noi stessi. Sicuramente si “costruisce” in teatro come “costruiamo” anche nella vita, anche se molte volte non ne siamo consapevoli (…)

 

Da osservatrice esterna del laboratorio, mi sono ritrovata a confrontarmi con un metodo per me nuovo, lo psicodramma, su cui il regista ha basato il laboratorio e che utilizza quale strumento per superare le barriere personali e relazionali, come piattaforma per le diverse tecniche creative dell’attore ma anche come un metodo di coinvolgimento personale e di gruppo: “Lo psicodramma è parte del lavoro creativo che propongo. Si tratta prima di tutto di un’analisi creativa del materiale in azione”. Abbastanza significativo il fatto che il testo proposto per il laboratorio (Drunk, dell’autore russo Ivan Wyrypaev), dopo un’analisi e un’interpretazione drammaturgica svolta insieme con il traduttore Teodoro Bonci Del Bene, è diventato materiale molto concreto con cui confrontarsi, uno spunto per individuare situazioni umane palpabili, immediate, fisiche: «In questi giorni a Napoli abbiamo cercato di scoprire la storia, per poter parlare di questa storia, ma anche giocare con questa storia ed esporre noi stessi giocando con questa storia. Recitare è anche giocare».

La strategia di lavoro è stata quella di formare dei gruppi di tre persone in cui ciascuno a rotazione o era il personaggio con i suoi deliri, le sue debolezze e le sue paure, o lo spettatore, abbastanza distaccato e immobile; oppure l’attore che possiede un occhio tecnico privilegiato. Tanti sguardi diversi sulla vita, tante traiettorie. Questo training invece di introdurre ed esercitare a una parte predeterminata, al contrario, liberava l’allievo da ogni rispetto per i ruoli, invitava a uscire, piuttosto che entrare, nel catalogo dell’esistente. Invitava a vedersi dall’esterno e appunto, a non giudicare ma comprendere le ragioni dell’altro e insieme le nostre.

«Non volevamo fare un laboratorio classico su una tecnica attoriale specifica o un particolare tipo di teatro – prosegue Janezic- Abbiamo aperto uno spazio di lavoro che di solito non si fa nei laboratori teatrali: ho riscontrato in diversi paesi, con attori di diverse nazionalità, dei bisogni che hanno a che fare con i processi personali, e ogni sfida creativa è sempre una sfida personale e interpersonale. Di solito le scuole non vogliono occuparsi di questo territorio che è qualcosa a metà tra arte e terapia, e a volte usare questa parola “terapia” fa paura a teatro, perché è ancora un tabù. Questo laboratorio è su questo bisogno di trovare modi per confrontarsi e risolvere dei blocchi creativi o delle confusioni, dei fraintendimenti, su un bisogno di distinguere e differenziare, di riflettere, di capire meglio».

 

Il gruppo, guidato dal regista con una modalità operativa quasi maieutica, che privilegia l’attivazione di processi di conoscenza interiore e di reciprocità relazionale, ha esplorato con grande intensità territori emotivi personali e collettivi insieme, portando all’evidenza parole, visioni e suoni che si sono intrecciati e ravvivati insieme, come in una tavolozza i cui colori si confondono quando il pittore inizia a mescolarli. Così nella composizione del quadro teatrale era difficile comprendere la derivazione originaria, il punto di partenza perché le situazioni, e i momenti creati sul palcoscenico, effimeri e non orientati ad alcuna produzione, erano sempre la creazione di singole forme destinate a servire da materia prima alla grande composizione complessiva.

Janezic dopo il Napoli Teatro Festival ha aperto un nuovo workshop estiva in Slovenia, a Krusce, presso il suo Centro residenziale di ricerca e sperimentazione teatrale. Info:

http://www.annamonteverdi.it/digital/10-days-summer-intensive-workshop-principles-in-acting-with-tomi-janezic-slovenia/

 

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