Contributi critici, Teatro — 23/06/2015 at 22:42

Luca Ricci di Kilowatt festival: ” formiamo spettatori consapevoli”

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SAN SEPOLCRO (Arezzo) – Regista, drammaturgo, ideatore di Kilowatt Festival, Luca Ricci si racconta in una lunga intervista rilasciata a Rumor(s)cena, non esitando a sbilanciarsi. Sulla riforma di un sistema teatrale ormai incancrenito, afferma: «Vedere la tensione con la quale molti soggetti hanno accolto un’ipotesi di cambiamento, mi ha semplicemente fatto piacere… È ora di giocarsi il Fus anche in base alle proposte artistiche», mentre rilancia il tema al centro del meeting internazionale Be SpectACTive!, che si terrà a Kilowatt. Vogliamo «formare degli spettatori consapevoli, persone appassionate di teatro» e sulla scommessa di presentare sempre nuove Compagnie e non i soliti noti, aggiunge di essere felice di assumersi «anche dei rischi, come quando si naviga in mare aperto».

Luca Ricci direttore artistico Kilowatt Festival
Luca Ricci direttore artistico Kilowatt Festival

Kilowatt 2015 ospiterà il meeting internazionale Be SpectACTive! Può raccontarci meglio il progetto del quale è ideatore?

«Ho sviluppato questo percorso insieme a Giuliana Ciancio e ci tengo a condividerne la paternità. Il concetto base è quello del ruolo attivo dello spettatore, che è il marchio di fabbrica di Kilowatt, ossia mettere nelle mani di un gruppo di cittadini di San Sepolcro – i cosiddetti Visionari – la scelta di alcuni spettacoli da proporre all’interno della manifestazione. Vogliamo dare all’opinione dello spettatore il valore di decision-making, sviluppando altresì un rapporto interattivo tra compagnia e pubblico, chiamato a dare il proprio contribuito osservando le prove e restituendo opinioni e feedback. L’esperienza positiva a Kilowatt ci ha fatto venir voglia di verificare se anche in Europa esistessero altri soggetti che avevano sviluppato progetti similari e siamo felici di dire che Be SpectACTive! coinvolgerà 12 partner di 9 Paesi europei, ponendo quale centralità del proprio fare il ruolo del pubblico rispetto alla creazione artistica, nel XXI secolo».

Molti artisti temono i critici o li considerano superflui, sostenendo che è il giudizio del pubblico quello che conta. Ma se il pubblico acquisisce i mezzi tecnici e diventa veramente critico, cosa succederà?

«Io non penso che i critici siano superflui. Al contrario, il critico è uno spettatore professionale, con tutti gli strumenti propri dell’artista. È una sorta di medium tra quest’ultimo e il pubblico, rispondendo al pubblico e, nel contempo, tentando di veicolare allo stesso una sua visione di ciò che l’artista fa. Il lavoro che proponiamo agli spettatori è diverso. Non facciamo formazione, bensì scommettiamo sulle persone dicendo loro che, come tali, hanno una propria sensibilità, un’intelligenza e che il teatro si rivolge proprio a queste loro facoltà. Quindi, non conta che conoscano i termini, ciò che conta è che loro siano i destinatari della creazione artistica e, come tali, possiedano un’istintualità, un’adesione all’opera d’arte che sono anteriori alla conoscenza tecnica specifica, e questo dovrebbe essere vissuto dall’artista come una fonte di ricchezza e un’opportunità in più. Del resto, per noi l’obiettivo, da sempre, è quello di creare persone appassionate di teatro».

Si è molto parlato della riforma del teatro. Cosa ne pensa? Ma, soprattutto, cosa pensa dei finanziamenti statali distribuiti principalmente in base a metodi quantitativi (e non qualitativi)?

«Io sono tra quelli non ostili alla riforma del Fus nella misura in cui credo che il sistema teatrale italiano sia talmente ingessato da una rendita di posizione, che vedere la tensione con la quale molti soggetti hanno accolto un’ipotesi di cambiamento, mi ha semplicemente fatto piacere. Dopodiché si può cambiare in molti modi. Credo che le prime scelte fatte siano state abbastanza convenzionali. Del resto, rispetto agli Stabili non ci si potevano aspettare grandi innovazioni. Per vedere se ci saranno dei cambiamenti, dobbiamo attendere qualche settimana.

Quanto ho detto, quindi, potrà essere smentito oppure confermato in base alle scelte che saranno fatte a breve – soprattutto riguardo al finanziamento delle Compagnie under 35 e della multidisciplinarietà, che è il valore positivo della riforma. Rispetto alla valutazione quantitativa, possiamo dire che in Italia ci sono moltissime strutture e il Ministero si trova a fronteggiare un’enorme mole di richieste di finanziamento. I criteri quantitativi possono, quindi, far parte della valutazione ma è chiaro che è un limite se tutto si riduce ai semplici numeri. Nelle valutazioni complessive ci si giocherà un 30% in base a parametri qualitativi e un altro 30% su parametri quantitativi indicizzati.

In parole semplici: su valutazioni che prendono in esame anche fattori come la crescita o la posizione in una zona più o meno svantaggiata. Secondo me, le valutazioni quantitative devono essere subordinate a quelle qualitative. Bisogna finanziare di più in base ai progetti e di meno alle strutture. È chiaro che è necessario difendere il lavoro ma non si può più pretendere un milione di euro all’anno solo perché si hanno 70 dipendenti. È ora di giocarsi il Fus anche in base alle proposte artistiche».

Lei è tra i fondatori della Compagnia CapoTrave e a Kilowatt Festival, in questi anni, ha scommesso sulle nuove proposte. Può dare qualche consiglio pratico ai suoi giovani colleghi?

«Secondo me, si sbaglia se si crede che l’opera, da sola, possa bastare. Bisogna immaginare un’esperienza positiva intorno all’opera sulla quale si sta lavorando, destinata a coloro che verranno a vederla e in grado di far vivere un’esperienza unica a quelle persone – siano spettatori, operatori teatrali, critici o colleghi. Faccio un esempio per non sembrare fumoso. Si va al ristorante solo per mangiare? Secondo me no, perché si potrebbe farlo anche a casa. Quando si investono dei soldi per andarci, lo si fa per stare bene. Occorre adottare il punto di vista di coloro che fruiscono dell’opera. E poi, essere tenaci e, nello stesso tempo, realistici. Non cedere al vittimismo ma tenere in considerazione i feedback che si ricevono».

Venendo al suo ruolo di regista. Su cosa sta lavorando attualmente e quali sono i suoi interessi?

«Torno proprio ora dalle prove dello spettacolo che debutterà quest’estate e che s’intitola Piero della Francesca. Il punto e la luce. Un lavoro sul mio celebre concittadino, e un punto d’arrivo nel mio percorso umano e lavorativo di cui sono fiero. Non tanto del risultato artistico – che non devo giudicare io – ma di avere avuto il coraggio di affrontare questo soggetto. Della Francesca non è un artista passionale. Al contrario, è un rigoroso, che cerca un rapporto equilibrato tra l’essere umano e il mondo. Credo che dieci anni fa non sarei stato capace di costruire uno spettacolo in grado di mostrare la ricchezza del suo universo creativo».

Compagnia Capotrave Piero della Francesca. Il punto e la luce", Luca Del Pia
Compagnia Capotrave Piero della Francesca. Il punto e la luce”,  (foto di Luca Del Pia)

Il rapporto teatro/arte è al centro della ricerca di molti registi e attori, quali Ferdinando Bruni che, in Rosso, racconta la vita e l’arte di Mark Rothko e il suo rapporto con l’assistente. Se Bruni, sul palco e nella vita, ha voluto affrontare il discorso generazionale, anche per lei la scelta di Piero della Francesca risponde a un’esigenza personale?

«Alla base c’è un evento oggettivo. A fine 2013 il Comune di San Sepolcro ha dato in gestione alla nostra Compagnia uno spazio: il Teatro alla Misericordia. Il luogo per il quale Piero della Francesca ha dipinto il polittico della Misericordia e dove l’opera è stata conservata per circa quattro secoli. Quando siamo entrati, abbiamo percepito che lo stesso è protetto da un’aura speciale e tutti gli artisti ospitati hanno manifestato le medesime sensazioni. Studiando questo polittico abbiamo scoperto che era una delle poche opere documentate di Piero e la prima commissione pubblica nella sua città natale. Aveva, quindi, a che fare con un riconoscimento del contesto cittadino nei confronti dell’artista e, in questo senso, con CapoTrave, la nostra Compagnia. Credo che non si arrivi mai a fare una scelta artistica per caso ma ci sia sempre una motivazione personale. I temi che ci accomunano a Piero sono il lavoro sul contemporaneo in provincia, e la difficoltà di esprimere una visione del mondo che fatica a essere letta nella sua portata innovativa e nella sua volontà di aprirsi al contesto».

Massimiliano Civica ha dichiarato che: «Davanti a spettacoli oggettivamente brutti ho detto che erano interessanti perché i registi di quegli spettacoli erano anche i direttori di teatri in cui io volevo andare con le mie produzioni”. Lei è manager ma anche drammaturgo e regista. Non teme che il suo lavoro di regista, a volte, susciti apprezzamento perché è anche un organizzatore di Festival?

«Vale anche il contrario. Molti tra i miei colleghi direttori artistici amano creare delle scuderie di artisti che appartengono al loro entourage e che sono legati ai loro festival. Noi non possiamo essere ospiti di qualcun altro perché possediamo già un nostro spazio. Se questo discorso vale – diciamo – verso l’alto; verso il basso, capita che molti autori giovani vengano da me complimentandosi per il mio lavoro per propormi, in realtà, il loro nuovo spettacolo. Il che va bene perché è mio dovere ascoltarli, però mi piacerebbe che i due piani fossero separati. Se un collega vede un mio lavoro e vuole discuterne, lo apprezzo, e, successivamente, lo stesso collega può farsi risentire per fare le sue proposte. Nonostante i difetti che posso avere, ho sempre interpretato il ruolo di direttore artistico come un lavoro al servizio del sistema, tanto che mi capita di vedere, ogni anno, tra i 400 e i 500 video e credo un’ottantina di performance dal vivo. Tento di fare del mio meglio e di tenere separati i ruoli e, a volte, mi sono fatto dei nemici quando ho spiegato perché uno spettacolo non era pronto in quel momento ma credo che sia un compito del direttore artistico quello di saper dire dei no motivati. Detto questo, non sono perfetto e quanto descrive Massimiliano è capitato anche a me – perché tutti noi abbiamo delle fragilità e dei bisogni».

Tornando a Kilowatt, oltre al meeting Be SpectACTive!, ci può fare qualche anticipazione sulle Compagnie e gli spettacoli che proporrete?

«Segnalerei, innanzi tutto, due debutti internazionali. Denuded, uno spettacolo con dodici danzatori croati sul tema della nudità, che non ha nulla di scioccante ma, al contrario, è incentrato sull’idea di pudore. E il secondo, al quale tengo sia perché è nato anche durante una residenza a San Sepolcro e sia in quanto la scrittura autobiografica è una mia passione, è firmato dal coreografo ceco Michal Záhora e s’intitola Devoid. In totale, i debutti saranno undici. Tra questi, il nuovo di Santeramo/Sinisi/Marinoni, Scene di interni dopo il disgregamento dell’Unione Europea; e il lavoro di Enzo Cosimi, Fear Party.
Come sempre, avremo i nove spettacoli selezionati dai Visionari, che sono la nostra operazione di scouting, e che comprenderanno sia realtà già note come Quotidiana.com o Teatrodilina, sia alcune sconosciute, come Cappellani_Di Rienzo_Fiorelli o la palermitana Blitz – che, secondo me, sarà una delle vere sorprese di questa edizione. Anche se non ci piace creare scuderie, favoriremo il consolidamento di alcuni artisti che sono cresciuti insieme a noi, come Zaches Teatro. Ma ci apriremo, nel contempo, a tante nuove proposte, assumendoci anche dei rischi, come quando si naviga in mare aperto.

kilowatt 2

E poi tengo segnalare la presenza di Iaia Forte, perché è una donna capace di attraversare il teatro in tutte le sue espressioni; e di Abbondanza-Bertoni con una nuova creazione. E, ancora, credo sarà molto interessante il progetto musicale intitolato 6 Pezzi Facili, che vedrà coinvolti alcuni cantautori dell’underground – come Federico Fiumani o Serena Altavilla dei Mariposa – ai quali abbiamo chiesto di scegliere sei pezzi scritti da altri, attraverso i quali raccontare la propria biografia. E per finire, quest’anno apriremo con una scelta volutamente popolare, la Banda Osiris, che si esibirà sulla spiaggia di Kilowatt.

BandaOsiris
BandaOsiris

Mi spiego meglio. San Seplocro è, e continua a essere, sulle colline toscane e, pur essendo un borgo molto bello, non ha il mare. Quindi, abbiamo deciso di ospitare uno spettacolo per sera, a ingresso libero, nella piazza centrale, invitando il pubblico a noleggiare delle sdraio e, avendo anche posizionato degli ombrelloni, cercheremo di ricreare questa sorta di spiaggia in mezzo alle colline toscane, dove proporre spettacoli popolari ma anche di qualità, come Oscar De Summa con Stasera sono in vena; il nuovo lavoro di Andrea Cosentino, Lourdes; Lungs, di Teatro Due e Massimiliano Farau, che mi ha colpito molto per la sua freschezza; e, ancora, Teatro dei Venti con Simurgh, uno spettacolo pensato appositamente per spazi all’aperto. La nostra scommessa è che una persona che non verrebbe mai a vedere uno spettacolo, colga l’occasione per avvicinarsi al teatro. Certo, corriamo il rischio di drenare spettatori ma siamo convinti che il nostro zoccolo duro continuerà a seguirci, e a loro un solo spettacolo al giorno non potrà bastare».

Oscar De Summa (foto di Monica Giusto)
Oscar De Summa (foto di Monica Giusto)
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