Teatro, Teatrorecensione — 23/06/2013 22:05

Intrighi artistico-erotici da un Messico remoto, immersi nel verde del Fringe festival

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Sembra di trovarsi in un libro diJorge Amado che, con il libro Teresa Battista Stanca di Guerra, non solo raccontava del mito femminile erotico e guerriero di una donna fragile e forte allo stesso tempo, ma parlava del suo Brasile, di alcuni dei suoi personaggi che rimangono indelebili. Quarto movimento. Storia erotica di nahui olin ha toni più artistico-decadenti, lascivi, d’un alta borghesia messicana. Sorprende trovare dietro al testo, Andrea Pergolari, un’italiano di 38 anni che instancabile pubblica libri per piccole case editrici da anni. Anche Gioia Montanari, l’unica e principale attrice, ha alle spalle tanti piccoli lavori con un omonimo troppo importante per essere trovata su internet facilmente.

Nel teatro off i monologhi sono tanti, troppi, figli d’un periodo di crisi economica ma, prima ancora, culturale ed etica. Eppure è buona la performance della Montanari, un monologo lunghissimo pieno di toni drammatici ed erotici, dove la soccorrono una sedia-generale-padre dal rumore di uno scacciapensieri di metallo, una giacca-amante e qualche oggetto scenico. Troppo lungo risulta il testo per una scenografia e regia prevalentemente statiche se si esclude la protagonista il cui nomignolo, ben rappresentato, significa per gli Aztechi proprio Quarto Movimento, energia che dà la vita, perpetuo movimento. La musica, composta da Tony Neiman, è di stampo classico orchestrale restituendoci un’idea barocca di Città del Messico, schiacciata da grandi sommovimenti politici. Dei quattro movimenti in cui è organizzato lo spettacolo rimane impigliata nella memoria la storia avventurosa di una donna tra militari, fotografia, pittura, erotismo e poesia nella Messico degli inizi del Novecento. Storia di una privilegiata in un mondo di privilegiati, specchio di ognuno di noi, in un oggi che però, adesso, ci chiede il coraggio di porci ulteriori interrogativi, d’andare oltre, per poter superare un mondo fant-autistico che non reagisce alla crisi, ma la ignora, ed essere universali.

Siamo al Fringe Festival di Roma, immersi nel fresco verde di Villa Mercede, davanti al palco B, che stasera ospita la performance di Gioia Montanari. Fuori ci sono molteplici chioschi che vendono collanine, borse, vini e taglieri biologici, birre e panini con porchetta o pecorino romano. Ci sono altri due palchi e ognuno ospita tre spettacoli a sera per un mese e per un totale di 72 compagnie, 230 repliche, 9 spettacoli diversi a sera. A fine spettacolo gli addetti stampa hanno un foglio per votare regia, attore/attrice, drammaturgia e il risultato complessivo mentre il pubblico vota strappando il biglietto. Uno, due, tre, quattro: queste le cifre impietose che non lasciano spazio, ad ombre, sfumature, alla critica intesa come percorso di crescita dove errare è viaggiare. Chi vince sarà invitato al festival madre: il Fringe festival di Edimburgo.

Fondato nel 1947 da otto compagnie scartate dal Festival Internazionale di Edimburgo, il festival si propone di dar spazio a spettacoli autoprodotti e autofinanziati senza rendere conto alle istituzioni, negli anni settanta seguono l’esempio altre capitali facendo riferimento ad Edimburgo e dall’anno scorso prende il via la manifestazione romana. Non c’è una direzione artistica o una selezione, ogni compagnia/artista si autoproduce e l’unico giudice è il pubblico. A parte le pagelle, uno sport molto popolare oggi, l’atmosfera è molto bella tra il pubblico che si lascia conquistare da questa accogliente promiscuità tra natura, storia, teatro, cibo e mercatino. Il festival offre anche installazioni artistiche e workshop e arricchisce di un nuovo aspetto un panorama, quello del teatro e della cultura romani, che diventando più vasto e differenziato può essere realmente parte del quotidiano comune e alimento alle radici, al pensiero e all’innovazione della società.

Visto il 19 giugno 2013 a Villa Mercede, Roma.

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