Teatro, Teatrorecensione — 23/01/2014 23:06

“Pinter: lo sconcerto è servito”

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Messa in scena all’insegna della fedeltà al testo, quella vista  e in scena fino al 24 gennaio  al Tertulliano, dove ha debuttato “Il calapranzi” di Pinter per la regia di Antonio Mingarelli.

Così già la scenografia ci proietta in una squallida stanza dal mobilio anni “50 – la pièce è del “57, rappresentata per la prima volte tre anni dopo. Nella spoglia essenzialità di due letti, una poltroncina ai piedi di uno dei due – come si usava – ed una lampada in testata all’altro, ecco i due protagonisti stesi in attesa: Ben, il capo – come s’intuisce presto –, immobile ed ostentatamente distratto dalla lettura di un giornale e Gus goffo e insofferente, che tenta di riempire il tempo giocherellando e gettando su tappeto domande – perché, Wilson, li mette costantemente alla prova? Eppure hanno dimostrato la loro affidabilità! -, perplessità – e perché lui, Ben, si è fermato, quella mattina, mentre si recavano sul posto? – dubbi – “Tu sai qualcosa…”. Al centro c’è un quadro raffigurante un anonimo volto di donna: e, forse, non è un caso che si mettano a disquisire sulla ragazza uccisa durante il precedente incarico. “Che casino!”, commenta Gus: “Sangue sparpagliato dappertutto… […] Le donne si rompono più facilmente degli uomini: hanno tessuti meno elastici.”, dice, dandoci la misura di tutta la feroce estraneità del loro agire e strizzando l’occhio agli splatter alla “Pulp fiction”.

 

 

E avanti così: con una lentezza volutamente estenuante ed il ticchettio di una pendola – che non vediamo – ad enfatizzare l’asfittico scorrere del tempo. Verrebbe in mente il “Waiting for Godot”, se non fosse che, all’improvviso, la scena cambia: prima una misteriosa busta passata da sotto la porta con dentro 12 cerini – inutili: il gas è terminato… – e poi un inspiegabile rumore proveniente da dietro il quadro; è spostando il quale che i due trovano un saliscendi per ordinazioni: il ‘calapranzi’. A questo punto la scena si colora di dinamiche alla commedia degli equivoci a far da contrappunto alla crescente tensione emotiva, sottolineata dall’accendersi di una luce rossa, che non si spegnerà più fino alla fine.

L’attesa di fa allerta ed il nervosismo sconcerto: perché le surreali ordinazioni arrivate attraverso il calapranzi – ma non stavano aspettando un altro genere di ordinazioni? – si scontrano con l’evidente inadeguatezza dei due a soddisfarle – chiedono piatti di cucina greca o cinese e, in cambio, i due di meglio non sanno inventarsi che mandare quei pochi beni di conforto con cui Gus pensava di blandire l’attesa. Il disagio cresce e degenera in rabbia, scontro fisico, in cui a misurarsi sono sì i due uomini inquieti ed annoiati, ma – soprattutto – le loro personalità ed i differenti modi di stare al mondo: quello ostentatamente distaccato eppure allineato di Ben e quello più pittorescamente guardingo, inquieto, giocoso, a tratti, di Gus, che non smette per un attimo di parlare e di chiedersi il senso di tutto quello. E, forse, ce n’è uno di troppo.

 

 

Il tempo scorre. Ed è ancora Bus, che all’inizio ripeteva al compagno di fare del thé quasi solo per tenerlo impegnato, ad invitare Gus a prepararsi: lo fanno con lentezza, cura, precisione; ma di quelle che si dedicano più per sovrabbondanza di tempo che per scrupolo o amor di precisione. Ben, ad esempio, gli rimprovera di non pulire mai la pistola: ma si capisce che non ne fa una questione di professionalità, quanto il suggerimento di un’attività occupazionale, che lo sollevi dalle sue domande incessanti. E finalmente arriva il momento di ripassare la strategia dell’azione – la ‘solita’, commentano -: Ben la ripercorre – passo a passo – e Gus la ripete – un’azione alla volta -; poi Gus va in cucina per bere un sorso d’acqua. Dall’interfono la chiamata, finalmente…

All’improvviso la porta d’ingresso si spalanca – lo aspettavano da lì, colui che avrebbero dovuto uccidere… anche se: in un ben congeniato gioco di squadra – e dal nulla vien catapultato dentro un Gus, attonito, disarmato ed in mutande. La reazione dell’altro sicario è un lusso immaginifico che Pinter intende lasciare al singolo spettatore. Sipario.

Cosa significa, questa surreale attesa all’interno di un luogo rarefatto – ad un certo punto Gus ci fa notare che non ci sono finestre, in quella stanza: e che la loro presenza avrebbe aiutato a dare una cadenza, quanto meno, all’attesa: con lo scolorare e riaccendersi della luce del giorno -? Cosa, quel parlare a vanvera – “Stai un po’ zitto e smettila di blaterare!” -, con cui Ben apostrofa il compagno?

La verità è che tutto ci è detto già negli squarci di racconto del vaniloquio di Gus: sono come tessere di un puzzle che solo alla fine tornano in mente, consentendoci di ricostruire il quadro.

Bravi i due attori – Alberto Onofrietti/Bus e Fabrizio Martorelli/Gus -, nella tenuta di quell’atmosfera sinistramente allarmata ed asfitticamente inconcludente: e che poi si stringono, agli applausi, sorreggendosi nella commozione che ne rivela l’emozione umana.

 

Visto a Milano il 14 gennaio alTeatro Spazio Tertulliano

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