“Le parole lievi” risuonano nel Teatro dell’Impossibile della Fortezza di Volterra

Share

VOLTERRA (Siena) – Quelle che risuoneranno nella Fortezza Medicea di Volterra tra pochi giorni saranno “parole lievi” ma chi conosce bene la Compagnia della Fortezza e il suo regista Armando Punzo,  ha sentito anche parole dure, folgoranti, straripanti, crudeli, capaci di far sussultare il cuore, come quelle di Santo Genet commediante e martire. Parole in grado di rovesciare il senso della vita, che inchiodano e sconvolgono per la loro verità, sussurrate, urlate, riemerse dall’oblio, universali e poetiche. Scritte per essere tramandate nei secoli e depositate nell’animo umano, affinché riconosca se stesso,  e udite dalle vibranti voci degli attori- detenuti in Dopo la Tempesta, l’opera segreta di Shakespeare. Parole consegnate alla bellezza e all’arte fatte risuonare in un moltiplicarsi di voci sovrapposte capaci di infrangersi sui muri della Fortezza, di tramutare un luogo di isolamento in uno spazio di “libertà” con il desiderio di diventare teatro stabile.

 

 

Sono parole scritte come quelle di “È ai vinti che va il suo amore. I primi venticinque anni di autoreclusione con la Compagnia della Fortezza di Volterra” di Armando Punzo (Edizioni Clicy), il saggio che raccoglie la teatrografia degli spettacoli realizzati in carcere con la Compagnia della Fortezza dal 1989 al 2013. Massimo Marino scrive nell’introduzione sull’uso delle parole scelte dal regista: «Le cerca, le parole, attraverso letture, discussioni, affissioni delle parti interessanti dei testi sui muri dell’angusto luogo dove prova la Compagnia (…) il teatro più piccolo del mondo». E a proposito del suo agire artistico e registico, il critico teatrale lo definisce come un «Teatro delle sfide, Teatro che non si accontenta, non si adagia, non si acquieta (…). Punzo ha rovesciato gli spettacoli nei teatri e i teatri negli spettacoli».

Nel capitolo Il Teatro della Fame” Armando Punzo che per quest’anno ha deciso di non partecipare al bando del Festival VolterraTeatro (in polemica con il Comune) : «Il teatro si nutre della fame degli uomini. E quanto più grande è questa fame, più grande è il teatro. Quanto più emergono i desideri, i bisogni, più sono evidenti le contraddizioni, i conflitti con la realtà. Nel carcere ho ritrovato un terreno fertile». E il carcere torna ad essere teatro: si riaprono le porte per accogliere la nuova ispirazione di Armando Punzo “al fine di celebrare una ricerca artistica che dal 1988 ripensa con architetture sempre più visionarie un radicale rifiuto delle leggi della realtà”: un progetto speciale dedicato al tema della Hybris e pensato per il biennio particolare che si concluderà nel 2018, anno in cui ricorre il trentennale della Compagnia della Fortezza.

 

 

“Le parole lievi” Armando Punzo Marco Piras  foto di Piernello Mannoni

Va in scena dal 25 al 29 luglio (ore 16.00) Le parole lievi. Cerco il volto che avevo prima che il mondo fosse creato, preludio del nuovo lavoro della Compagnia della Fortezza, ispirato all’opera di Jorge Luis Borges, regia e drammaturgia di Armando Punzo. Il nuovo lavoro denominato Progetto Hybris nasce come ideale prosecuzioni dell’ultimo spettacolo dedicato all’opera di William Shakespeare. Nella scena finale il Drammaturgo e il Bambino, il protagonista e il suo alter-ego, abbandonavano l’isola desolata, l’affresco di trame, intrighi e passioni in cui il Bardo avrebbe voluto imprigionarli per sempre. Ci si chiedeva dove fossero diretti, verso quale vita, interrogativi alla base della nuova ricerca . Armando Punzo e i detenuti-attori della Fortezza ora hanno cercato nel vocabolario le parole lievi, quelle che si riferiscono all’universo dell’immateriale, impalpabile, invisibile, in potenza: le parole che designano le idee non ancora pensate, l’uomo che può ancora essere generato, il mondo in cui quei due possono abitare, un mondo in cui “il reale è solamente ciò che vede la maggioranza”.

 

«Per due anni, seguendo l’analisi di temi “impossibili” che caratterizzano la poetica del regista, l’intento sarà quello di provare a rovesciare la prospettiva comune che assegna al potenziale della superbia un significato negativo. Secondo il luogo comune, la hybris è la colpa di chi viola leggi divine immutabili, il cui significato se letto nel nostro vocabolario vuol dire superbia, insolenza, tracotanza: tutti atteggiamenti da biasimare. Il dizionario etimologico spiega però che insolente (da in solere) significa “colui che fa cose insolite” e tracotante (da ultra cogitare) è “colui che va oltre col pensiero”. Hybris non più come arroganza, come colpa – da punire – del violare i limiti, ma come sfida, coraggio, sogno, amore, come libera, rischiosa, spregiudicata ricerca della felicità, contro ogni apparentemente immodificabile dato di realtà».

Punzo persegue da sempre il concetto di impossibilità nello scegliere cosa rappresentare e in “È ai vinti che va il suo amore. I primi venticinque anni di auto reclusione con la Compagnia della Fortezza di Volterra”, nel paragrafo “I Teatri dell’Impossibile” scrive: «L’impossibile come scelta, come utopia, come necessità, ma anche come stato o condizione. L’impossibile come necessità che nasce prima ancora di una sua possibile manifestazione. L’impossibile come attitudine della mente e del corpo attraverso cui spingersi alla ricerca di una propria espressione. Quando siamo entrati in carcere per la prima volta pareva impossibile far nascere un teatro dentro quelle mura. E quell’impossibilità non era solo un’idea, era anche una sensazione fisica che si manifestava in noi stessi e in chi guardava dall’esterno: si stava forzando un limite culturale che era negli altri, ma anche in noi stessi».

 

 

Le parole lievi Cerco il volto che avevo prima che il mondo fosse creato

 

Al termine di ogni rappresentazione il programma prevede delle conversazioni (a cura di Armando Punzo e Rossella Menna e la consulenza scientifica di Francesco Condello) con esperti su possibili declinazioni del tema della Hybris: utopia, sogno, amore, natura, ricerca della felicità, messa in discussione del principio di realtà. I filosofi Rocco Ronchi e Alessandra Campo: “Sul reale oltre la realtà”, quanto la nozione di ‘realtà’ sia ambigua e sfuggente, fragile e tragica (25 luglio). Il filologo classico Federico Condello e l’antropologo Adriano Favole:“Sul cattivo uso della tradizione” (26 luglio), usi e abusi di come viene chiamata, in prospettiva storica e identitaria, “tradizione”. L’economista Gianluca Fiorentini e il giurista Stefano Canestrari. “Sulle questioni di vita e morte tra economia e biodiritto”, la difficile conciliabilità fra ragioni dell’individuo e ragioni del sistema (27 luglio). La psicologa sociale Paola Villano e Alessandro Santoro, sacerdote della Comunità delle Piagge: “Chi è fuori dai giochi”, stereotipi della “normalità” e stereotipi della “differenza” (28 luglio). Il genetista Guido Barbujani e la sociologa Chiara Saraceno: “Sull’equivoco della natura”, storia, equivoci, e pressione sociale si celino dietro le supposte ‘cose di natura’(29 luglio).

Una scelta che contestualizza il teatro anche come luogo di conoscenza e di scambio, dimostrando come il lavoro in carcere per Armando Punzo sia quello di trasformarlo da “Istituto di Pena a Istituto di Cultura” come è pubblicato nel saggio firmato dal regista che ripercorre venticinque anni di lavoro attraverso trenta spettacoli e contiene oltre 150 fotografie a colori, testi inediti, frammenti poetici e la teatrografia completa. «Ho pensato che questo luogo inaccessibile, sconosciuto, estraneo da sempre alla città visto come una presenza negativa e ingombrante, dovesse diventare un luogo di produzione teatrale e culturale. Una marginalità poteva e doveva diventare un centro. Fin dall’inizio ho lavorato per trasformare il carcere di Volterra da Istituto di Pena in Istituto di Cultura. Ho messo il teatro al centro della mia relazione con questa istituzione. Non ho pensato al carcere, ai delinquenti, e nemmeno mi sono fatto affascinare da questo luogo, ho guardato alle potenzialità degli esseri umani».

 

 

Hamlice-Saggio sulla fine di una civiltà (2010, foto Stefano Vaja)

Per valorizzare l’incontro tra la Compagnia della Fortezza la giornata degli spettatori si arricchisce di un momento prezioso di convivialità. Ogni sera al termine dello spettacolo e degli incontri, a partire dalle 19.30, nella Torre del Maschio, nel giardino e negli spazi ristrutturati e resi accessibili al pubblico, sarà possibile visitare installazioni video sonore immersive e mostre fotografiche, per un viaggio nel mondo della Compagnia della Fortezza e nella storia della Fortezza Medicea che la ospita. Le cene, organizzate in collaborazione con il progetto Serate Galeotte, saranno anche l’occasione per assistere alle “Visioni dall’impossibile”: il luogo più alto e panoramico della Città di Volterra, grazie alle musiche e al sound design di Andrea Salvadori, al visual design di Lavinia Baroni e al light design di Andrea Berselli. La prenotazione per le cene è obbligatoria, e da effettuare all’atto della richiesta di ingresso in carcere.

Il programma comprende anche una videoproiezione di Stefano Vaja, fotografo della compagnia: Porto il cielo sulle spalle. Nico Rossi con Beyond the Wall – Rethinking Humanity, espone una serie di ritratti che raffigurano gli attori della Compagnia della Fortezza con i costumi di scena di Santo Genet.

 

 

Teatro che si interroga, teatro politico

 

 

Nella teatrografia di “È ai vinti che va il suo amore. I primi venticinque anni di auto reclusione con la Compagnia della Fortezza di Volterra” figurano tra i titoli storici di maggior successo il “Marat Sade” dall’opera di Peter Weiss del 1993, il primo spettacolo della Compagnia a vincere il Premio Ubu ripreso nel 1997 e 2008, in cui il regista poneva l’accento su “Rivoluzione individuale o rivoluzione politica e sociale?”, affermando che il “testo di Weiss, mettendo a confronto Marat e Sade, sembra volutamente non rispondere a questa domanda come se si trattasse di una futile dissertazione intellettuale, un pretesto per lasciar emergere altro.”

 

Marat Sade

Nicola Arrigoni su Sipario.it scriveva nel 2010: «Il Marat Sade è uno spettacolo ruvido, che tiene le distanza e non solo perché davanti agli occhi dello spettatore i carcerati di Volterra montano le sbarre che separano noi da loro, che ci rendono testimoni impotenti ma presenti della violenza, del silenzio, della rivoluzione soffocata dietro il sipario. Fondante dell’esperienza del teatro in carcere di Volterra, di un teatro che è politico e s’interroga e interroga sulla libertà, sulla rivoluzione, sulla censura, sulla dignità dell’uomo». Un teatro che ha permesso a Punzo di confrontarsi con “la rivoluzione, la censura, la paura nei confronti della vita”. L’essenza stessa che muove e agita le coscienze degli uomini. La vita stessa. Punzo comprende come sia stato possibile senza averlo dichiarato di aver «lavorato contro il rapporto di corrispondenza tra la scena e la vita (perché il carcere è la loro vita, e non è giusto dimenticarlo a vantaggio del pubblico!In Marat Sade i detenuti dovevano fare i pazzi dentro il carcere e ricorda come sia stata un’esperienza di lavoro faticosissima. (…) All’interno del carcere recitare il ruolo del folle è difficilissimo.»

 

I Negri regia di Armando Punzo (archivio Compagnia della Fortezza)

Del 1996 è “I Negri” di Genet. Renato Palazzi lo definisce come uno degli spettacoli “più sconvolgenti tra quelli visti a Volterra”. Punzo spiega come sia stato necessario “tradire” Genet per rendere palpabile la sua forza, la provocazione che è insita nei suoi testi. E cosa può esserci di più provocatorio di una frase come “Una compagnia di negri recita per un pubblico di bianchi”… e nelle note di regia si legge: «Ci siamo chiesti, come suggerito dallo stesso Genet, cosa significhi essere Negri, di che colore sono i Negri, e soprattutto, come si sente a essere Negri».

 

Insulti al pubblico, foto Stefano Vaja

 

1989 – 1999 Il Teatro in Carcere ultima rappresentazione?

Insulti al pubblico dall’opera di Peter Handke: il Teatro in carcere di Armando Punzo sembra destinato a cessare la sua attività. Il 17 luglio del 1999 viene dichiarata l’impossibilità nel proseguire l’attività teatrale: «Insulti al pubblico diventa l’ultimo spettacolo della Compagnia della Fortezza. Non è più possibile garantire il futuro di questa esperienza in queste condizioni. La notizia di questi giorni della negazione dell’Art. 21 ai detenuti – attori per realizzare lo spettacolo I Negri fuori dal carcere, durante Volterra Teatro, da parte dell’Ufficio IV del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, toglie ogni speranza a un discorso di crescita professionale di questa compagnia. Si continua a pensare che i detenuti debbano utilizzare i loro permessi personali per realizzare lo spettacolo fuori dalle mura del carcere, o che addirittura non si debba fare. Non si è voluto concedere un segnale positivo al riconoscimento del teatro come lavoro. Il Protocollo di intesa sul Centro Nazionale Teatro e Carcere di cui si parla da anni resta assolutamente in silenzio».

Fu l’anno in cui il lavoro annuale con gli attori -detenuti si ridusse a sole due repliche all’interno del carcere. Insulti al pubblico rappresenta una delle esperienze artistiche più significative del percorso teatrale intrapreso dentro le mura del carcere. La scelta non è stata casuale se Punzo decide di metterlo in scena e di scrivere come «È evidente che un autore quando arriva a pensare e a scrivere un testo come Insulti al pubblico soffre di una ferita che tenta comunque di rimarginare, di una lacerazione che può sembrare spropositata agli occhi degli altri ma che evidentemente non ammetteva altre soluzioni. Abbiamo incontrato questo testo in un momento particolare della nostra esistenza. Questa situazione ci è sembrata la più lontana dalle nostre aspirazioni e allo stesso tempo la più vicina (…)». Così scrive Renzia D’Incà nella sua recensione di Hystrio nel numero di ottobre/novembre 1999: « L’ignaro spettatore, il malcapitato si trova catapultato nelle atmosfere gioiose di un improbabile villaggio – vacanze, formula all inclusive, con tanto di piscina e finte palme e immancabile parata di animatori kitsch superpalestrati in tutine fluorescenti (…) un sottile disagio si insinua fra gli spettatori (…) passato il momento di ilare curiosità e la sensazione di serpeggiante imbarazzo si fa più ambigua trasformandosi in disagio, sudore e passione. Siamo noi quelle scimmie ammaestrate che si travestono da turisti del divertimento? Pare proprio di si, siamo noi. ».

L’incessante impegno di far riconoscere al teatro in carcere una validità artistica senza compromessi, senza accontentarsi di un facile riconoscimento estemporaneo ma con la determinazione di essere Teatro capace di costruire una sua identità autonoma senza vincoli esente da pregiudizi come lo stesso Punzo dice di sé: “Del carcere non mi interesso, non sono un assistente sociale, un educatore, uno psicologo, come non mi interesso di tutta la realtà per quella che è. Eppure ho potuto fare molto di più di quelli che se ne interessano”. Un Teatro che assuma anche la funzione di provocare, come lo sono stati gli spettacoli Marat Sade a I Negri, I Pescecani, Macbeth: quest’ultimo viene citato nel capitolo “Il carcere come metafora del mondo esterno. Da Istituto di pena a Istituto di cultura”. «Quello che ho provato a fare, entrando nel carcere di Volterra, e questo devo dire in maniera ostinata, decisa, scelta, è per cercare di creare un’esperienza il più possibile “distruttiva”. Distruggere per modificare era il mio obiettivo principale. (…) Distruggere, di conseguenza entrando in un carcere con il teatro, anche con l’idea stessa di carcere, lo stereotipo che generalmente alberga nella mente dello spettatore, dell’opinione pubblica, ma anche di quella di chi lo vive direttamente, come detenuti, agenti, direttori…»

 

P.P.Pasolini ovvero Elogio al disimpegno foto di Stefano Vaja

Ed è quanto è accaduto in tutti questi anni di infaticabile lavoro dentro questo luogo divenuto sempre più spazio agito nel modificare strutturalmente le condizioni della vita stessa seguendo sempre con determinazione un processo che Punzo chiama sì di distruzione e demolizione ma chi ha potuto assistere, seguire, partecipare sa cosa sia stato possibile far nascere, coltivare, creare e realizzare. Il Macbeth che viene citato è stato un «tentativo di distruzione” – confessa il regista – per mettere alla prova anche alcuni operatori, amici, e critici che continuavano a vedere in quest’esperienza solo l’aspetto terapeutico» e così facendo fraintendere un fare teatro come modalità riabilitativa del “diverso” del detenuto. Cosa assolutamente sbagliata e fuorviante per ciò che, al contrario, Punzo ha sempre inteso nel suo lavoro e lo spiega bene quando afferma che «alcuni hanno grandi difficoltà a vedere che si trovano di fronte a un’esperienza artistica che può avere anche sviluppi ri-socializzanti proprio in virtù del suo carattere professionalizzante. Di fronte al nostro Macbeth alcuni sono rimasti spiazzati. Si tratta di spingere il nostro lavoro ancora e molto di più verso l’anormalità, nel senso di poesia, nel senso poetico. Lo spettacolo è stato un trabocchetto per il pubblico. Abbiamo finto di mettere in scena uno psicodramma».

Macbeth

 

Punzo si è calato nella parte di uno psicoterapeuta per creare una sorta di relazione analitica «con gli attori che attraverso la “Macbeth – terapia” prendevano consapevolezza dei propri errori e dei lati più oscuri della propria personalità. Mettevo in scena con la loro complicità quello che alcuni avrebbero voluto vedere». Una messa in scena per “distruggere” il dramma di Shakespeare «l’idea della messa scena teatrale convenzionale e tentare di far emergere la forza straordinaria dell’autore. Ho mentito facendo credere che quella era la mia pratica usuale, che quello era il mio obiettivo». E c’è chi ci ha creduto e lo ha messo nero su bianco e da parte del regista non c’è stato nessun proposito di smentire. Il rischio della critica teatrale è sempre presente se colta come osservazione estemporanea dell’atto artistico e nel caso del teatro di Punzo, sappiamo quanto sia difficile a volte decifrare la sua poetica e ciò che intende creare attraverso la destrutturazione dei testi e degli autori, così come è accaduto con Dopo la Tempesta, l’opera segreta di Shakespeare. Un teatro che si rimette in discussione sempre con se stesso e chi lo fa. «Si rischia facilmente di fare confusione in questo tipo di esperienze e purtroppo sono pochi quelli che cercano di approfondire il senso di questo lavoro».

La teatrografia dei primi 25 anni di “auto reclusione” insieme alla Compagnia della Fortezza termina con Santo Genet commediante e martire. Primo movimento, allestimento del 2013. Creato all’interno delle stanze del carcere e l’anno successivo completato per essere rappresentato nel cortile fino ad approdare nei teatri in tournée. Ripreso a Bari al Teatro Petruzzelli nel mese di marzo di quest’anno.

 

Santo Genet commediante e martire foto di Stefano Vaja

 

Santo Genet commediante e martire. “La bruttezza è bellezza in riposo. La bellezza è la proiezione della bruttezza”.

BARI – Dalle stanze – carcere al Teatro Petruzzelli tutto appare contiguo se non ancor più amplificato nella sua magnificenza: Santo Genet commediante e martire ha trovato il suo compimento finale tra gli specchi dorati, i velluti, i palchi di un teatro capace di esaltare la potenza visiva ed espressiva del processo creativo, in grado di annullare ogni nostra fragile certezza che si infrange contro quelle dolenti e laceranti parole, scaturite da una inesauribile e affannosa ricerca disperata di amore che vira in dolore e trasmigra da vita a morte in un continuo ribaltamento di senso. La Compagnia della Fortezza appare come gli abitanti di un luogo situato altrove e a noi sconosciuto, così come lo può essere l’insondabile animo umano in cui si celano i sentimenti più reconditi. Assistere alla rappresentazione qui diventa esperienza condivisa e sublime nella festosità della partecipazione, dimostrata dal pubblico in un rito propiziatorio e celebrativo. Fin dall’entrata nel foyer l’esperienza immersiva in un mondo che fa degli eccessi la sua normalità, lo spettatore poteva avvicinarsi agli attori in una vicinanza prossemica capace di annullare ogni differenza. Soluzione ideata da Punzo, che se in carcere, nel suo luogo abituale di rappresentazione, è quasi condizione obbligatoria, in teatro diventa provocazione allo scopo di annullare ogni ostacolo che possa mantenere un distacco emotivo. E così è accaduto nel suo saper coinvolgere in quel tripudio di fiori lanciati sul palcoscenico, gesto metaforico che sigla la rappresentazione in cui maschere, personaggi, ruoli si mescolano con ognuno di noi, dicendoci che non esiste nessuna differenza tra artificio e verità, tra reale e immaginazione. Lo spettacolo era inserito nella stagione di prosa del Comune di Bari – Teatro Pubblico Pugliese è stato accolto come un evento straordinario sulla scia del successo già ottenuto in precedenza. «Come santi meravigliosi, nell’atto dell’estasi, dell’oblio. Perché quel corpo deve essere mitizzato, non è il corpo del reato del reale, ma è il corpo di chi si allontana dal reale, dalla storia e dalla sua storia. Tutte qualità e potenzialità nello stesso soggetto. Genet non si uccide, si uccide, si sacrifica.

Sacrifica il suo essere. I suoi eroi vengono svuotati della loro realtà. Ogni omicidio diventa un suicidio, un morire a se stessi su un piano estetico. Il teatro è la macchina del delitto. La realtà diventa immagine reale che si fa riflesso che tradisce la realtà con tutta la sua arroganza. » Il manifesto poetico di Punzo spiega come il suo Genet sia stato portato in scena senza nessuna limitazione estetica e formale con l’intento di scardinare ogni consuetudine teatrale a cui siamo stati educati nell’assistere. Il carcere diventava luogo onirico in cui perdersi nelle stanze per vivere suggestioni della nostra fantasia finalmente liberata da costrizioni mentali e sociali, e vivere il teatro dell’immaginario, trovando la sua naturale prosecuzione nel Teatro Petruzzelli dove al momento del commiato sono risuonate le fatidiche parole: “ Ora tornate a casa. Vedrete che tutto è molto più falso di quello che avete visto qui.”

Visto al Teatro Petruzzelli di Bari il 26 marzo 2017

 

Fortezza di Volterra 25 – 29 luglio

Le parole lievi. Cerco il volto che avevo prima che il mondo fosse creato

Carte Blanche – Centro Nazionale Teatro e Carcere

Compagnia della Fortezza
Le Parole Lievi
Cerco il volto che avevo prima che il mondo fosse creato
preludio del nuovo lavoro della Compagnia della Fortezza
ispirato all’opera di Jorge Luis Borges

Il Progetto Hybris è promosso da Regione Toscana, Comune di Volterra, Comune di Pomarance | Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, Ministero della Giustizia Casa di Reclusione di Volterra. Sostenuto dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Volterra sostegno. Partners Siaf – Scuola internazionale di Alta Formazione | Associazione culturale VaiOltre! | Officina Rolandi | Libreria de L’Araldo

drammaturgia e regia Armando Punzo
musiche originali e sound design Andrea Salvadori
scene Alessandro Marzetti, Armando Punzo
costumi Emanuela Dall’Aglio
movimenti Pascale Piscina
aiuto regia Laura Cleri
assistente alla regia Alice Toccacieli
aiuto scenografo Yuri Punzo

collaborazione drammaturgica Giacomo Trinci, Lidia Riviello, Alice Toccacieli, Francesca Tisano, Salvatore Altieri, Fabio Valentino, Gaspare Mejri, organizzazione generale Cinzia de Felice

con Armando Punzo e gli attori della Compagnia della Fortezza Elidrissi Kamal Abdrrak, Wilifred Paull Herbert Aka, Salvatore Altieri, Sebastiano Amodei, Giuseppe Arena, Antonio Arienzo, Mohammad Arshad, Andrej Ayala, Said Bahy, Saverio Barbera, Nikolin Bishkashi, Pellumb Brhama, Paolo Brucci, Mario Cabras, Rosario Campana, Vincenzo Carandente Giarrusso, Maxwell Caratti, Diego Carvalhais, Roberto Cecchetti, Giuliano Costantini, Ismet Cuka, Pierluigi Cutaia, Elis Dedei, Luigi Di Giovanni, Lucio Di Roberto, Domenico Donato, Nicola Esposito, Vitale Esposito, Vincenzo Fagone, Faquan Fan, Giuseppe Galiano, Abbas Ghulam, Salvatore Giordano, Nunzio Guarino, Massimo Interlici, Ibrahima Kandji, Nasser Kermeni, Kujtim Kodra, Carmelo Dino Lentinello, Hai Zhen Lin, Domenico Maggio, Angelo Maresca, Massimo Marigliano, Benedetto Marino, Paolo Marino, Giovanni Mazzola, Malaj Mbaresim, Gaspare Mejri, Ciro Oliva, Tarek Omezzine, Marian Petru, Ciprian Putanu, Hamadi Rezeg, Tip Sai Saiw, Mario Serban, Vitale Skripeliov, Vincenzo Sorio, Simone Tarantino, Lucian Tarara, Massimo Torre, Emanuele Valenti, Fabio Valentino, Alessandro Ventriglia, William Villanova, Sinan Wang, Tony Waychey, Carlo Zingarello

percussioni live Quartiere Tamburi / Marzio Del Testa, Iago Bruchi, Riccardo Chiti, Lucio Passeroni, Andrea Taddeus Punzo de Felice e con Yana Zoe Giuffrida, Marco Piras, Tommaso Vaja

collaborazione artistica Elisa Betti, Eva Cherici, Gillo Conti Bernini, Adriana Follieri, Margherita Freidhof, Giulia Guastalegname, Daniela Mangiacavallo, Pier Nello Manoni, Marco Mario Gino Eugenio Marzi, Francesco Nappi, Marta Panciera, Eva Pistocchi, Luisa Raimondi, Eleonora Risso, Francesca Tisano, Carolina Truzzi

assistenti stagisti Silvia Augusti, Claudia Calcagnile, Lorena Çoka, Luca Dal Pozzo, Francesca Lateana, Manuel Marrese, Alessandra Pirisi, Gianluca Russo

Info Carte Blanche – Centro Nazionale Teatro e Carcere di Volterra

tel. 0588 80392 email: info@compagniadellafortezza.org

wwww.compagniadellafortezza.org

Share
Tags: