Teatro, Teatrorecensione — 22/07/2015 11:09

Sfide drammaturgiche che raccontano storie di vita perdenti

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MODENA – Va riconosciuto a Maurizio Lupinelli il merito di aver sempre fatto del suo lavoro, fonte di sfida continua, teso alla ricerca e alla sperimentazione, cogliendo quelle che sono le contraddizioni dell’essere umano, in cui tutti ci possiamo identificare: soggetti destinati –  (a volte – spesso?) –  a soccombere, a rinunciare ad ambizioni in nome di una sopravvivenza quotidiana e comune, finalizzata al fatto stesso che vivere si può a patto di accettare sofferenze, tormenti e ogni altra condanna, comminata da un destino cinico e senza pietà. Possono sembrare parole sprezzanti senza senso logico per quello che si analizza qui. In realtà servono a introdurre (come una sorta di prologo) Canelupo Nudo visto al Festival Trasparenze di Modena, di cui abbiamo già parlato in precedenza. La scelta, in questo caso, è stata rivolta verso un autore scomodo, forse “maledetto”: per la sua esistenza stessa, segnata dall’abuso di alcool e dalla sua scomparsa prematura, conseguenza irreversibili della sua dipendenza. Un destino a cui non era riuscito a sottrarsi, scegliendo di annullarsi il primo giorno del 1994. Werner Schwab, drammaturgo austriaco morto a 35 anni, uomo di teatro in crisi permanente, segnato da quelle contraddizioni esplicitate in precedenza. Maurizio Lupinelli insieme a Elisa Pol lo hanno scelto portando in scena una libera interpretazione di “La mia bocca di cane”, un’opera incompiuta e mai rappresentata in Italia.

Una versione drammaturgica di Rita Frongia allestita registicamente da Claudio Morganti, un maestro della scena italiana. Non si tratta di una scelta casuale, bensì di un progetto triennale portato a compimento finale, dove in precedenza Lupinelli ci aveva dato modo di conoscere questo autore nel 2010 con “Appassionatamente” e nel 2013 “Le presidentesse” (visto a Trasparenze), titoli appartenenti alla trilogia “Fäkaliendramen” , che tradotto si scrive Drammi fecali, e questo può bastare per capire come la visione esistenziale di Schwab sia stata in caduta libera dall’inizio alla fine.  Nessuna possibilità di trovare un significato altro, diverso o meno dirompente. Lupinelli diventa egli stesso Schwab sulla scena dove giacciono per terra una miriade di bottiglie vuote,  sono proiettili scarichi che lo hanno ucciso. La parte di palcoscenico della perdizione, della deriva maledetta, di tutto quello scibile umano in cui il drammaturgo stesso si lasciava trasportare. Una scena divisa a metà. Dall’altra c’è una donna, una figura femminile che cerca di capire, non si fa capire, non riesce a sottrarre l’uomo al suo fatale destino. Qui si svolgono dei dialoghi a due tra Muso e Lilly (i due nomi dei personaggi), in spasmodico affanno e inutile ricerca di un dialogo possibile. Parlano una lingua incomprensibile, sguaiata, grottesca, a tratti paradossale, offrendo momenti di ilarità e comicità recitativa che stempera e alleggerisce i monologhi gutturali di Lupinelli. L’attore  usa il microfono come fosse un megafono con i decibel del suono portati all’ennesima potenza. Una voce che emana una parola ripetuta fino allo sfinimento. La parola che rimanda alle feci, a quel termine usato spesso impropriamente. Tema ricorrente che insieme a quello dell’alcol, faceva parte di quel connubio esistenziale e indissolubile dell’autore.

Un lavoro difficile, impervio da scalare, da portare ad un risultato che fa fatica ad amalgamarsi, dove se da una parte affascina e rapisce, dall’altra si prova un senso di respingimento, di distacco (voluto?), di insofferenza per qualcosa che trascende, deborda, dilata e crea una sorta di spiazzamento uditivo e visivo. La separazione in scena tra le due azioni drammaturgiche, sceniche e registiche dividono e non si integrano, dando la sensazione di essere due mondi separati. Forse due vite distinte che non si potranno mai unire. Sono interrogativi a cui non è stato possibile trovare una soluzione.

Canelupo con Maurizio Lupinelli e Elisa Pol, regia di Claudio Morganti

Canelupo con Maurizio Lupinelli e Elisa Pol, regia di Claudio Morganti

Canelupo Nudo

omaggio a La mia bocca di cane 
di Werner Schwab 
opera inedita in Italia e tradotta da Sonia Antinori
con: Maurizio Lupinelli ed Elisa Pol
regia: Claudio Morganti
drammaturgia: Rita Frongia
disegno luci: Fausto Bonvini
produzione: Nerval Teatro, Armunia/Festival Inequilibrio in collaborazione con L’Arboreto-Teatro Dimora

Boxe - Attorno al quadrato , regia di Sabino Civilleri e Manuela Lo Scicco

Boxe – Attorno al quadrato , regia di Sabino Civilleri e Manuela Lo Scicco

Un ring, un pugile, un vecchio allenatore ex pugile, l’arbitro – cronista, la cassiera, le ragazze assistenti al pugile, uno sport violento, carico di aspettative, di sudore, di denaro da vincere nelle scommesse, di vite che si incrociano, si combattono e si dividono. Nel bene e nel male. Boxe – Attorno al quadrato di Sabino Civilleri e Manuela Lo Scicco portano in scena una storia di pugilato, o meglio di desiderio di fare del pugilato, di battersi con un altro atleta dei guantoni, ma il loro vero obiettivo è un altro. Rappresentare attraverso la metafora, la vita, il ring dell’esistenza di ognuno di noi. Per nulla facile tanto meno scontato. Lo sport, una pratica antica come quella del pugilato, l’educazione al corpo per impegnarlo in uno scontro fisico traslato su quello dialettico, in questo caso, per farne una versione drammaturgica e teatrale. Una gara mai svolta, un combattimento mai avvenuto, aspettative, attese deluse. Si potrebbe andare avanti all’infinito ma il tentativo è quello di cercare (o almeno provare) di sistematizzare quello che avviene sulla scena. Un primo dato di realtà visiva e critica è quello di assistere a dinamiche tra uomini e donne in perenne affanno, infelici per loro natura, costretti malgrado loro a “combattere” per sopravvivere.

Il quadrato o ring  si svela a poco a poco, grazie ad un disegno luci fascinoso e conturbante, composto da un groviglio di corde e carrucole, tutto l’armamentario scenotecnico ad uso del teatro. Diventa materiale scenografico mutuato da quello utilizzato abitualmente dietro le quinte. Una soluzione ingegnosa a tratti eccessiva come quando il pugilatore si allena alzando e abbassando un’americana (l’asta che serve per agganciare scene e quinte) pesante per via dei proiettori appesi. L’impegno registico, artistico, recitativo (attori e attrici di indubbia bravura, ottimi caratteristi) è notevole, e si basa su un lavoro drammaturgico che cerca di esaltare le varie sfaccettature legata ad un dinamismo tra i personaggi che popolano il miro mondo del pugilato, esemplificando quelle che sono le dinamiche reali di tutti i giorni, e dando per scontato che la rassegnazione e il fallimento sia una condizione a cui difficilmente ci si possa sottrarre. Lo spettacolo ha buoni spunti ma soffre a momenti per un eccesso di segni, di movimentazioni sceniche e gestualità caricata, su cui converrà riflettere per ordinare maggiormente e favorire una linearità più godibile per tutti.

boxe 2

Boxe – Attorno al quadrato 

prima nazionale Teatro dei Segni Modena

Di Sabino Civilleri e Manuela Lo Sicco 

con Filippo Farina, Veronica Lucchesi, Dario Mangiaracina, Mariagrazia Pompei, Quinzio Quiescenti, Stefania Ventura, Gisella Vitrano.

Produzione Fondazione Teatro della Toscana

Visti al Festival Trasparenze di Modena il 7 e 8 maggio 2015

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