Al Festival Inteatro di Polverigi, diretto da Viola Graziosi, l’affabulante contastorie ritorna sul racconto di Chamisso. Un primo studio presentato a Villa Nappi il 7 giugno pieno di incanti ottocenteschi e risonanze con il presente
RUMOR(S)CENA – POLVERIGI – Ancona – Da un paio d’anni, senza grandi clamori, Inteatro – storico festival di Polverigi – ha cambiato direzione artistica: dopo la pluriennale guida di Velia Papa (ora trasferitasi a capo del teatro Ateneo di Roma) è passato nelle mani di Viola Graziosi sempre con il sostegno di Marche Teatro, diretto da Giuseppe Dipasquale. La svolta c’è, ma non stona troppo. Da programmazioni sperimentali e in cerca di novità imprevedibili (Velia era una talent scout dell’inedito), si è passati a cartelloni multidisciplinari più tradizionali ma con una solidità di fondo, essendo Viola Graziosi attrice affermata.
A confermare questa sua identità teatrale, il Leitmotiv del Festival dal 4 al 14 giugno scorso è stato dato dall’Arte di ascoltare. Un percorso a tappe (una per serata), in cui Viola ha provato a intrecciare dal vivo con gli spettatori un rapporto di ascolto più che di visione. Basandosi, infatti, sulla riproposizione via cuffia di brevi brani dall’audiolibro di Sara di Maurizio De Giovanni, Viola Graziosi propone un percorso di attenzione, spiega il dietro le quinte (o meglio del microfono), chiede interazioni di letture agli astanti. Esperimento interessante ma forse, alla prova dei fatti, un’esperienza da strutturare meglio.

Intrigare con l’ascolto è materia da maestri rodati, come dimostra nella Marco Baliani. Magnifico cantastorie da scena, l’artista ha presentato un primo studio su un racconto di Adelbert von Chamisso, tradotto in italiano come La storia meravigliosa di Peter Schlemihl. Tuttavia, “wunderbar”, l’aggettivo tedesco usato nel titolo originale, sta a indicare una storia tra il fantastico e il miracoloso – assai poco meravigliosa nel senso di bella – per il protagonista Peter, che viene spinto da uno strano personaggio a vendersi prima l’ombra e poi l’anima per il successo.
Già nel 2001 Baliani aveva portato a teatro il racconto di Chamisso con Ombre, ribadendo in questa nuova versione il rapporto con il doppio da sé, il lato oscuro, con il titolo L’ombra perduta di Peter Schlemihl. Questo primo studio porta tutte le stigmate dei lavori di Baliani che sono (quasi) sempre “affari di famiglia” con Maria Maglietta, sua moglie, a fare da regista e da qualche tempo anche il figlio Mirto Baliani a sonorizzare suggestivamente i suoi lavori. L’unione fa la forza, è il caso di dire, perché anche nell’ancora frammentaria realizzazione dello spettacolo si avverte una compattezza interna, un’armonia diffusa. E il ribadito amore con l’Ottocento della letteratura tedesca che in Baliani risuona meravigliosamente (e sì, qui in senso bello) come nel Kohlhaas di Kleist che dal 1989 ci ipnotizza e resta una pietra miliare del suo repertorio.

Dello Schlemihl di oggi, Baliani ci tiene a dire che è studio, che manca il décor di luci, parte integrante di questo racconto sulfureo. Che non c’è la scatola scenica del teatro a contenere tutta la magia sprigionata dalla storia. Siamo, del resto, all’aria aperta, nel cortile di Villa Nappi, dove la voce di Baliani si mescola al garrito delle rondini che fa estate e non l’inverno buio che avvolge il protagonista, insomma a quel mélange immersivo che promettono le sonorizzazioni di Mirto. Ma è lo stesso incanto. Racconto affabulante di un attore che domina talmente il suo mestiere da non temere di cambiare format. Non esita a mescolare parole teatrali e appunti di scrittura o messinscena. È un grande burattinaio che sa che le sue storie sono attuali e parlano del presente anche quando vengono dal passato. Vendersi l’anima per apparire, in fondo, resta un mestiere praticato da molti anche, soprattutto, al tempo dei social.
Visto al Festival InTeatro di Polverigi il 7 giugno 2026





