Teatro, Teatrorecensione — 22/02/2016 at 22:05

Elisabetta Pozzi in “Elena”: memorie di una donna.

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BRESCIA – Penombra, poche luci di scena dal fondale a proiettarsi flebilmente sullo spazio d’azione. Lasciate intravedere e celate da una tenda a listarelle verticali posizionata a un paio di metri dal fondo a unire le quinte. Una sorta di (altra) parete trasparente, delimitante un ulteriore rettangolo visivo:  rimandare al miraggio immaginifico di tempi mitici, significare l’impercettibilità tra verità e profano. Un tempo tracciabile. Vivibile ancora. Si presenta così la scena levato il sipario. In centro palco delle sedute, sgabelli, con gambe placcate d’ottone. Postazioni per fantasmi. Per personaggi assenti. Le figure dell’epica ruotante ad Elena di Troia, moglie, madre, sorella (di Castore e Polluce), amante e capro espiatorio di sconvolgimenti politici e sentimentali. Elena, la bellezza incantatrice, l’irrazionalità, l’effimero femminile volubile e preda. Vessillo e trofeo. Eros e thanatos.

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Non è un caso la sua riluttanza nell’azione iniziale al cospetto di un microfono lasciato in disparte a destra del proscenio. Simbolo di potere, ormai codificato, Elena s’avvicina. Il microfono sibila in distorsione. Il potere non le appartiene. Il potere di comandare popoli e cambiare connotati e limiti a terre. Elena è moglie e concubina, schiava e puttana. Per il suo ratto fu distrutta Troia,  sparso sangue. Elena è irresistibile. Elisabetta Pozzi la rappresenta in là con gli anni: del fascino causa di passioni furiose è rimasto il disincanto dell’esperienza. La tratteggiano le parole in prima persona del drammaturgo greco Ghiannis RitsosUn monologo, nella pienezza semantica del termine, scritto negli anni ’70, tradotto in formalizzazione scenica. Un testo che figura paesaggi interiori, attraverso la poetica tutta greca del lirismo sentimentale e l’elegia antropomorfica, e al contempo abbraccia lo scibile, connota sembianti invisibili, si rende universale, per mezzo della drammatizzazione tragica della parola recitata. Il reductio ad unum, stilema che è vero e proprio meccanismo teatrale, dramma, per dipingere, con voce e arte del gesto, universi illusori. Senza tempo.

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L’epos del mito e l’attualizzazione nel femminile, nell’essere donna poco padrona del (proprio) destino. Comandata e vinta dal maschilismo imperante. La forza d’esibizione portata in spalla dalla parola. Una parola che sentenzia, traccia, elenca. Struttura e sintetizza il mito, incarnandolo nella sua allucinante e sempiterna verità. Così che, attraverso un dinamismo equilibrato degli elementi di scena dichiaratamente “passatisti” (le prime battute sono in intonazione, accenti e vocalità di repertorio) e “poveri” (interpretazione, figura e gesto) lo spettacolo prende corpo per un’ora abbondante (che scorre come si contemplasse in ascolto un rivo di pianura), speziato da puri meccanismi d’artigianalità teatrale. Ombre e chiaroscuri disegnati dalle luci, movimenti automatici delle listarelle, postazioni di scena a tramutarsi in guerrieri semplicemente capovolte o sovrapposte rispetto alla posizione originaria. Drammatizzazione senza effetti speciali, che tuttavia straborda dai confini della concezione del monologo, previsto, tradizionalmente, in scena nuda e lasciato agli scenari invisibili creati dalla sola potenza attoriale. Una confezione intelligente, non ammiccante, e funzionale. In cui Elisabetta Pozzi, pur accelerando dialetticamente in alcuni parti contraendo la fluidità ritmica, deflagra le sue capacità “ferine” sul palco. Leggiadria e padronanza della parte, a suo agio come si trovasse nell’habitat a lei naturale. Voce diaframmatica e verticalità incisa nella minuzia tecnica e empatica. Donna e eroina. L’applauso prolungato di un pubblico sapiente e abituato a linguaggi teatrali, sottolinea il sincretismo dell’opera. Si resta ammaliati perdendo la percezione d’individuo per librarsi in quella di spettatore. A stretto contatto con la memoria di tempi lontanissimi, eppure così crudelmente vicini.

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Elena

di Ghiannis Ritsos

con Elisabetta Pozzi

regia di Andrea Chiodi

musiche: Daniele D’Angelo

costumi: Ilaria Ariemme

disegno luci: Marco Grisa

Produzione Fatti non foste

Visto a Brescia – Stagione di Prosa 2015-16 Centro Teatrale Bresciano – Teatro Sociale il 19.02.2016

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