Teatro, Teatrorecensione — 21/09/2012 13:20

“L’omosessuale o la difficoltà di esprimersi”: i corpi che traducono i silenzi del dire

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I corpi raccontano con chiarezza trame indefinite, nelle regie di Andrea Adriatico. Soprattutto quando a fare da traccia scritta ci sono testi di Copi, autore argentino già esplorato con successo da Adriatico in lavori precedenti come Il Frigo. Sono, dunque, proprio i corpi, in L’omosessuale o la difficoltà di esprimersi, andato in scena al teatro India di Roma, in occasione di Short Theatre 2012, a celebrare l’impossibilità di spiegarsi da parte di chi non rientra in una categoria certa, il disagio dell’autodefinizione, lo sforzo aspro e vano dell’incanalarsi in un’identità precisa, rispettabile, aderente a un disegno lineare. La fatica di un omosessuale, certo, suggerisce il titolo: ma non solo. L’informità, l’indefinito, l’ambiguo, che le tre donne in scena nello spazio del canneto all’esterno del teatro incarnano, s’incollano perfettamente addosso a un qualsiasi soggetto occidentale contemporaneo, stretto, nella maggior parte dei casi, nella morsa feroce della omologazione perbenista. Il tema West End, d’altronde, si è infilato dichiaratamente in filigrana in tutti i lavori presentati al festival romano.

Tre donne, dunque, o tre uomini travestiti da donna, in scena; tre esseri umani incartati nell’ambiguità della propria natura sessuale e incagliati nella oscurità dei contorni della propria storia. Storia di cui i corpi si fanno portavoce assoluti, a dispetto di parole che non dicono nulla, che confondono le idee e rivelano verità provvisorie. La trama, infatti, si regge appena, infarcita com’è di situazioni assurde, di rapporti fisici e tradimenti rivelati come atti istintuali privi di corrispettivo emotivo, imposti dalla natura e dalla scelleratezza della società in cui viene covata, aborti di figli di cui si ignora la paternità compiuti in fretta in un secchiello da spiaggia. Ratti che vengono estratti dal didietro, improvvise e spettacolari irruzioni da parte di uomini che giungono in immaginarie slitte trainate da cani e scavalcano recinti vestiti in maniera improbabile.

A fare da guida resta solo un insieme di funzioni sociali attaccate addosso a ciascuno dei personaggi che suggeriscono le relazioni tra di essi. La Signora Simpson è colei che si occupa di Irina, lavandola e nutrendola; impossibile stabilire se si tratti di una donna o di un uomo. Lei dichiara di essersi operata per seguire Irina nel suo esilio. Irina, dunque è una figlia, o un figlio adottato. La signora Garbo è invece la donna per bene, la borghese, maestra di piano, innamorata della giovane Irina; anche lei operata (in quale direzione?), con un aspetto da donna e un organo riproduttivo maschile impiantato con la forza. Impossibile delimitare l’identità di ciascuna. Eppure tutte/i sembrano anelare a un futuro di maggiore stabilità, a una fuga dall’indistinto verso la chiarezza. “In Cina! In Cina!”, ripetono di continuo come eco del celeberrimo “A Mosca! A Mosca!” delle Tre sorelle checoviane, sognando un luogo lontano ed esotico in cui liberare la propria identità più intima.

Un luogo sicuro, dove non ci sia l’assillo di lupi feroci pronti a sbranare chiunque si avventuri nella steppa in cui è ambientato questo anomalo interno familiare. Interno si fa per dire, perché Adriatico, con una trovata geniale, ambienta la freddissima steppa siberiana su un telo bianco poggiato sull’erba, costruendo un’atmosfera surreale, imbalsamata, innaturale. Un giardino in cui l’aria sembra raggelata, immobile. I personaggi parlano continuamente di un freddo insostenibile ma si muovono in uno spazio aperto agito come pezzo di spiaggia: indossano costumi da bagno e occhiali da sole, portano con sé secchielli e palette, entrando e uscendo di scena sulle lievi note francesi di “Melocoton” di Colette Magny. La musica, d’altronde, incastrata alle micro scenette mute della coppia madre/figlia, detta dal primo istante il tono grottesco della pièce, suggerendo una lettura in chiave di film splatter di tutto ciò che avviene sulla scena. In particolare, la difficoltà di interagire, di spiegarsi, di farsi comprendere si esplicita in disgustose mutilazioni fisiche; Irina si ferisce di continuo: si rompe una gamba, poi si taglia la lingua. In nessuno di questi casi, però, provoca ribrezzo. Proprio come se si trattasse di un fumetto disegnato in cui il sangue che sgorga dalla lingua amputata sembra sugo al pomodoro, il ratto che esce dal didietro della giovane è finto, il bambino figlio di nessuno che aspetta Irina viene abortito con uno sforzo ordinario in un secchiello per la sabbia.

Un lavoro molto interessante, che si appoggia sulla straordinaria bravura delle tre attrici protagoniste. Una Maestosa Eva Robin’s dal corpo scolpito, definito, che stilizza ed esagera la gestualità femminile della elegante signora Garbo, componendosi in pose plastiche e ondeggiando sicura su tacchi vertiginosi. Assolutamente impeccabile la signora Simpson di Olga Durano che impasta movenze asciuttamente nevrotiche a un timbro vocale cavernoso, graffiato e carnoso insieme. Ma soprattutto è Anna Amadori nel ruolo di Irina che imprime un marchio indimenticabile al suo personaggio, tracciando, con pochi tratti precisi, il senso della difficoltà di definire verbalmente la propria essenza, che pure esiste e si realizza in quanto fisicamente tangibile. L’attrice, piegata nel ruolo di una giovane Irina dal corpo invecchiato e dalle ciglia inopportunamente appesantite dal trucco, vacilla sulla scena con movimenti ruvidi, cede ai continui trascinamenti della signora Simpson, lasciandosi spesso cadere come un pezzo di carne inetto fasciato in costume da bagno rosa shocking.

Visto a Short Theatre (Teatro India) Roma il 6 settembre 2012

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