Teatro, Teatrorecensione — 20/11/2017 21:51

Sono “Passeggeri” in balia dei loro sogni e rimpianti

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MILANO – Ci sono registri espressivi, che aprono spazi di libertà altrimenti inimmaginabili: fra questi sicuramente il teatro di figura, d’ombra e su nero; e  se c’è un teatro a Milano, che ha fatto di tutto ciò la propria cifra stilistica, di certo questo è il Teatro del Buratto. “Nato nel 1975 ha da sempre orientato la produzione con un’attenzione particolare al momento musicale, all’aspetto pittorico, grafico e di immagine, nella direzione di un “teatro totale”, dove alle consuete tecniche d’attore, che fanno uso di linguaggi verbali e gestuali, si accompagna una ricerca nel genere d’animazione (pupazzi, oggetti, forme) secondo le tecniche più diverse -” leggiamo, alla voce “Chi siamo” – del loro sito. Non è del resto il buratto, il panno grezzo con cui erano fatti in origine i burattini? Così insegna, nelle sue matinée scolastiche, Eugenio Monti Colla, anima della storica Compagnia Marionettistica Fratelli Colla. E se anche un’altra tradizione vuole che il buratto sia invece la trina leggera con cui venivano confezionate le vestine delle marionette – sottile a tal punto, da diventare elemento di vaglio nel setaccio –, ad ogni modo Teatro del Buratto si associa immediatamente a teatro di figura.

Così non fa specie che, finalmente inaugurata, il 21 ottobre scorso, la nuova sede di Via Bovio, l’IF International Festival (di Teatro di Figura) abbia esordito, il 16 e 17 novembre scorsi, proprio con uno spettacolo di pupazzo indossato, esito di uno stage di costruzione e manipolazione di marionette ibride a grandezza umana, che ha visto coinvolti diversi soggetti internazionali (da Teatro del Lavoro, Pinerolo (TO), Italia a Fafe Cidade das Artes, Fafe, Portogallo e Centre de la Marionette, Tournai, Belgio, oltre che, appunto, Teatro del Buratto).

Nasce così, “Passeggeri”, primo spettacolo de La Barca dei Matti, nome scelto da Michela Aiello, Annamaria Andrei, Nadine Delannoy, Amalia Franco, Nadia Milani e Ilaria Olivari, le creatrici e manipolatrici di marionette coinvolte nel progetto, insieme alla regista Natacha Belova.

Ha un po’ le suggestioni di un “Aspettando Godot”, questo “Passeggeri”, che, ambientato su un molo dalla luce giocata per sottrazione in cui troneggia il buio – acceso, con centellinata sapienza, da suggestivi fasci di luce trasversale, per lo più, e da un fumo dall’effetto-cortina, che rende il tutto al tempo stesso più realistico, ma anche più poetico ed evanescente -, ci presenta la drammaturgia scarna di un’attesa. Non è tanto il fatto – l’attesa, appunto, di un bastimento carico,  carico di… -, quanto il cunto e cioè quella pletora di micro azioni, intenzioni e interazioni, che si giocano, nel frattanto, rivelandoci mondi interi.

 

Spesso parte da dettagli così minuscoli, da passare quasi inosservati, se non fosse per l’intima quotidianità dei bisticci o delle dinamiche relazionali d’inclusione o di allontanamento, a seconda dei casi, in cui questi vegliardi ci vengono mostrati quasi fossero bambini dell’asilo alle prese coi primi rudimenti di socialità. Sorridiamo, ad esempio, per la profonda verità dell’effetto mirroring di fronte al gesto, al tempo stesso automatico, ma attento e affettuoso, con cui la vecchia ballerina aggiusta il colletto della camicia al bisbetico compagno di una vita – che, invece, torna ad ostentare la sua compiaciuta sciattezza come in effetti fa, l’adolescente ribelle, che spesso ancora si annida in certi anziani nostalgici Peter Pan -; o, ancora, ci colpiscono, le dinamiche di simil bullismo, con cui gruppo tende a escludere la vecchia barbona, fino ad arrivare a rovesciarle il leggero sacchetto di plastica, in cui scopriremo custodire il suo solo tenero tesoro; e, non di meno, ci divertono, le scaramucce attorno al seggio del “potere” accanto all’ormeggio – metafora fin troppo eloquente – o il gioco di corde con cui il viveur d’antan cerca un oramai tardivo approccio verso l’attempata signorina irreprensibile, che, chissà, forse ora può darsi quella chance, che non pare essersi mai concessa…

Quasi un trattato di sociologia, o forse un distillato di come ciascuno sempre e comunque agisca solo per tentativi e per approssimazione; perché, neppure quando si sia vissuto per parecchi lustri – tanto da aver riempito una valigia pesante da trascinarsi dietro, come capita ai personaggi -, in effetti si è messo assieme più che ipotesi e cliché – significativa la radiocronaca della partita di calcio, grimaldello universale nell’incondizionato avvicinamento fra maschi -, a corollario di quei sogni o ripianti, che ognuno custodisce e svela solo nell’intimità. Efficacemente, in questo senso, il lirico quadro in cui, vinti dal freddo e dalla stanchezza, gli anziani protagonisti si abbandonano al sonno, lasciando affiorare i loro inconsci sogni e rimpianti. È qui che l’interpretazione tecnica e la fantasia drammaturgica danno il meglio di sé, mettendo in campo un teatro su nero, momenti di liricità e finalmente un’impennata di senso. Dopo averci a lungo intrattenuto, in modo intelligente, diverte e poetico, complice anche la bravura mimica delle marionettiste e la straordinaria efficacia espressiva delle marionette ibride, è proprio qui che si arriva ad un affondo di senso. Siamo al momento maieutico: è qui infatti che i personaggi si confrontano/sgravano dei loro sogni e rimpianti – di una meravigliosa poeticità, la danza della ballerina con la sua gamba, prezioso intarsio su nero -, così da riconciliarsi con sé e, forse, diventare abbastanza leggeri da esser pronti a passare oltre, liberi da quelle cime e da quegli ormeggi, con cui molti di loro a vario titolo, proprio in quella scena, si trovano a dover fare i conti.

 

Oltre che con la vita, i conti si trovano a doverli fare anche con quell’alter ego che è il proprio burattinaio – in quel sempre commovente passaggio, che è spesso cifra portante e ragion d’essere di una scelta espressiva quale quella della marionetta ibrida. Chi conduce chi? E cosa sono, per noi, quei vecchi, che noi stessi animiamo, ma che sono in qualche modo noi, le nostre proiezioni, incubi e fantasmi? La domanda non può lasciarci indifferenti: è un destino che ci accomuna tutti e che, in molti, già viviamo, vivremo o abbiamo vissuto nella gestione parentale dei nostri cari. Ma è questo, il miracolo del teatro – specie nelle sue declinazioni più oniriche – e della poesia: la capacità di farci riflette, in modo emozionale e, come qui, efficace ma garbato.

Visto al Teatro Munari, Teatro del Buratto, giovedì 16 novembre 2017.

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