Chi fa teatro, Teatrorecensione — 20/10/2013 18:13

Da Roma a New York: le allucinazioni “patologiche” di Amleto in scena al La MaMa

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Photo by Jonathan Slaff

“Light seeking light doth light of light beguile”, ovvero “luce che cerca luce toglie luce alla luce” (e rimane al buio), ovvero chi pretende di sapere tutto alla fine non sa niente.
E ancora, “These earthly godfathers of heaven’s lights, that give a name to every fixed star, have no more profit of their shining nights, than those that walk and wat not what they are”: “questi padrini in terra delle luci del cielo che danno un nome ad ogni stella fissa, dalle notti stellate non hanno più compenso di chi va sotto gli astri e non li conosce mica”. Shakespeare, Love’s Labour’s Lost.
In altri termini: To be or not to be? Vivere o pensare a come, quando e perché si sta vivendo? “Basta Amleto, tu parli di nulla!”:  potremmo rubare le parole che Romeo rivolge a Mercuzio e metterle in bocca al becchino di Hamlet Hallucinations.
Il punto è da che parte stiamo noi, se siamo tra i matti o tra i sani, tra i devastati dagli acidi o tra i lucidi, tra quelli al buio o quelli alla luce. Per capirlo andiamo a teatro, nel mezzo della leggendaria East 4th street, al  La MaMa E.T.C. che, dal 17 ottobre fino al 3 novembre, ospita il “Teatro Patologico”, compagnia romana guidata da Dario D’Ambrosi, in trasferta a New York per la world prémière di “Hamlet Hallucinations, appunto.

Photo by Lee Wexler

Proponendo una lettura in chiave psicopatologica dell’abusato dramma shakespeariano, D’Ambrosi taglia e ricuce alcuni dei celebri soliloqui e dialoghi del testo, secernendo dalle parole il significato piu’ perturbante, le immagini meno accomodanti rispetto al comune senso del pudore fisico e  intellettivo. Il regista e drammaturgo getta nel calderone tutto il marcio rimasto sotto la pelle della parola, dando in pasto al pubblico una reificazione del complesso edipico, della misoginia, della schizofrenia, della follia meno poetica, inciampando anche in argomenti scottanti come quello della moderna psicanalisi e delle sue implicazioni talvolta antiterapeutiche.

Photo by Lana Davidovich

Lo spettacolo, diviso in due parti, è ambientato all’interno di un cimitero spettrale disegnato da Luisa Viglietti, individuato da croci di ferro, teschi in polistirolo e una fiaschetta di vino accanto a uno sgabello.
Particolarmente bella la struttura sinestetica montata nella prima parte, tutta dedicata a una serie di apparizioni dal passato che si presentano ossessivamente agli occhi  allucinati di Hamlet, cadavere ribelle sotterrato fino al collo che si ostina a lasciare il posto che gli è stato assegnato:  l’odore stantio di terra fresca smossa di recente, la luce livida, il rumore di acqua che fluisce da una vasca addensandosi in fango. Il sound design curato da Francesco Santalucia, nello specifico, si declina per lo piu’ nella forma di tappeto sonoro alle dipendenze della parola: accompagna il testo, disegna l’atmosfera, definisce il colore emozionale, impasta vibrazioni organiche di liquami disgustosi, cicaleccio di animali lontani, qualche suono sintetico, concedendosi le preziosità di rumori prodotti in modo artigianale o di un pianoforte suonato dal vivo dal compositore.

Photo by Lee Wexler

Il ritmo pericolosamente non elevato della prima parte trova sollievo e scampo nella potenza visiva di alcune immagini costruite. Tra queste il tentativo di violenza carnale del figlio nei confronti della madre, il metateatro fai da te di Hamlet che, armato di due teschi infilzati in spranghe di ferro in funzione di marionette,  recita in prima persona la storia della morte del padre di fronte a Claudio, fino alla morte di Ofelia, che annega in una vasca semivuota d’acqua sporca dopo una sorta di auto-cerimonia battesimale e dopo aver tentato di lavare via il fango che Hamlet si ostina a riversarle addosso.

Photo by Lee Wexler

C’è da dire, in merito a questo primo segmento di spettacolo, che in tempi di esplosioni performative di ogni genere, di teatro-danza, di narrazioni, di minimalismi scenici e di contaminazioni non sempre riuscite, stupisce un po’, in senso positivo, l’accoppiata di due interpreti giovani così generosi sulla scena, prestati completamente a un ruolo nel perfetto stile dell’attore di tradizione.
Giacomo Rocchini si costruisce addosso, con precisione e intelligenza, un principe senza regalità, catatonico, minuto, indebolito e claudicante, spaventato dalla sua stessa ombra, drogato dagli acidi, scavato nel volto e divorato dalle sue ossessioni. A fare da contraltare alla sua costante instabilità, la figura imponente di tutte le sue allucinazioni, affidate alla raffinata recitazione di Mauro F Cardinali. Nonostante notoriamente il gioco delle parti nasconda dietro l’angolo l’insidia della sfrenata piacioneria attorica, Cardinali non cede mai al gusto del virtuosismo camaleontico, preferendo invece una gestione più sofisticata dei ruoli, alternando senza eccessi un carattere etereo e delicato a una corposità aggressiva nelle diverse apparizioni che incarna.

Photo by Lee Waxler

Completo cambio di registro nella seconda parte, quando, svanite le allucinazioni, protagonista della scena diventa il dialogo tra Amleto e Dario D’Ambrosi, nel ruolo del becchino. Stemperato il senso di inquietudine attraverso imprecazioni e facilonerie in italiano che solleticano la voglia di ridere del pubblico, si alzano le luci e si intreccia un dialogo fatto di parole più sostanziali, che dicono una realtà più terrena, meno metafisica. Una prosaicità che può meglio raccontare il punto di vista di chi, al contrario di Amleto, non si è mai posto alcuna domanda, di chi è nato e vissuto nello stesso luogo, di chi non conosce altro ciclo che quello del “Seed, water, harvest and eat”, appreso dal padre e destinato a ripetersi nelle future generazioni.

Photo by Jonathan Slaff

“Che cosa avresti fatto al mio posto?” chiede Amleto in preda a uno dei suoi attacchi di paranoia; ma il becchino non lo sa: cosa può saperne lui che non ha mai lasciato il suo di posto? Restare al proprio posto, dunque, è la parola d’ordine di questo secondo duetto ingaggiato nello spettacolo.
Meno curata visivamente rispetto alla prima parte, e forse un po’ troppo ammiccante verso il pubblico, questa seconda parte è però la più interessante dal punto di vista schiettamente  concettuale,  poiché mette in gioco la relazione tra due follie. Da una parte quella di chi tortura la propria mente provando a parcellizzare ogni minimo moto dell’ anima e della psiche, dall’altra quella di chi produce sapone con le ossa di un cranio e mangia pomodori fertilizzati da resti umani seguendo le ragioni dell’istinto e della storia che lo ha preceduto senza porsi troppe domande.  Non c’è gara: le ragioni del becchino sembrano averla vinta su quelle di Amleto. Ma a pensarci bene, la proverbiale pazzia del principe  viene qui rinegoziata rispetto alla tradizione, ridimensionata, rimessa in discussione. Lo spettacolo in fondo non indica direzioni; sembra dire, piuttosto, che in un modo o nell’altro siamo tutti un po’ squilibrati, tutti, indistintamente, consapevoli o non,  intrappolati in una centrifuga patologica che, vista al rovescio, ci rende paradossalmente tutti sani, nessuno escluso.

Photo by Lee Wexler

 

Visto a La MaMa E.T.C. (New York) il 17 ottobre 2013

In scena fino al 3 novembre 2013

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