Contributi critici, Teatro — 20/10/2011 at 08:46

Il Teatro della Biennale di Venezia è vivo e guarda al futuro

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Se la fenice risorge dalle sue ceneri, l’edizione 2011 Biennale Teatro di Venezia appena archiviata, non solo è risorta rispetto alle precedenti, ma ha ritrovato un’energia creativa che le ha permesso di ritrovare lo spirito originario, capace di attrarre una grande partecipazione di pubblico (oltre cinquemila presenze) e il tutto esaurito (presenze per spettacolo raddoppiate rispetto al 2009) durante tutto il festival che contava ben 15 spettacoli, di cui 5 realizzate da giovani compagnie italiane. Altrettanti i laboratori, dei quali sette gestiti da maestri della regia internazionale. È stata anche l’ultima edizione del presidente Paolo Baratta. Una decisione inaspettata quella di rimuovere un presidente che tanto ha fatto per rilanciare la Biennale di Venezia.

Àlex Rigola

Il direttore artistico della sezione teatro Àlex Rigola, è stato capace di mostrare alla città il festival, scegliendo nuovi spazi per il teatro, capaci di ispirare le tante iniziative teatrali e il contemporaneo, non come semplici contenitori tradizionali, in grado di ospitare semplici eventi culturali, ma come scoperta di luoghi destinati alla creatività.

Per Venezia è indispensabile farsi conoscere, una necessità, se non un obbligo che permetta alla città di vivere la cultura e la ricca offerta, sentendola come un’opportunità condivisibile e non solo come luogo ospitante di manifestazioni pur di alto livello. La partecipazione alle sezioni della Biennale è data, in particolar modo, dalla massiccia presenza di appassionati provenienti da tutta Europa, una babele di lingue e razze, motivo in più per mantenere sempre alta la soglia della qualità. Molti i giovani che hanno seguito gli spettacoli a teatro nei giorni del festival, segno di una vitalità che fa ben sperare, attirati sicuramente dalla proposta di “Young Italian Brunch”, la nuova creazione scenica italiana, ospitata al Teatro Fondamenta Nuove, dove si sono esibite cinque compagnie tra le più innovative e sperimentali della scena italiana. Dai Muta Imago ai Santasangre, Teatropersona, fino ai Ricci/Forte e gli Anagoor. La formula di aprire il teatro alle 13, orario insolito per andare a teatro si è mostrata vincente. Ma anche i “Maestri”, i migliori nomi del teatro internazionale, da Ostermeier, Garcia, Fabre, Castellucci, Lauwers, Bartis, Bieito, hanno richiamato molta attenzione, portando a Venezia le loro creazioni – anche discutibili in alcuni casi – ma l’obiettivo di festival non è anche quella di alimentare dei dibattiti, suscitare reazioni contrapposte? E così è stato per alcuni dei lavori presentati dai sette registi di fama internazionale. E se Àlex Rigola ha un merito è sicuramente quello di aver abbassato l’età media di chi si può vantare o vedersi riconoscere il titolo di “maestro d’arte”, scorrendo le date di nascita di ciascuno, tutti intorno alla quarantina su per giù.

Spettacoli anche ruvidi i loro, spiazzanti, un tantino duri in certi casi, ma chi ha avuto la possibilità e la fortuna di poterli vedere tutti, si è potuto fare un’idea di come è la scena contemporanea allo stato dell’arte attuale. L‘Hamlet di Thomas Ostermaier che ha convinto pubblico e critica, regista della Schaubühne di Berlino, premiato con il Leone d’Oro alla carriera, insieme a Stefan Kaegi dei Rimini Protokoll (in scena con Bodenprobe Kasachstan) a cui è stato assegnato il Leone d’argento. Autore di lavoro molto interessante a metà tra indagine sociale e la performance.  Riconoscimenti ad artisti della scena europea, appartenenti ad una generazione “giovane” a confronto di chi ha fatto la storia del teatro ben prima di loro, per età anagrafica ed esperienza artistica consolidata.

 

 

Per un Calixto Bieito perso nella nebbia del suo “Desaparecer”, troppo fumo poca regia (spettacolo ben confezionato ma privo di pathos), ha risposto Rodrigo García con “Muerte y reencarnación en un cowboy”, per nulla soporifero e in grado di provocare, come è nel suo stile, reazioni sdegnate tra il pubblico. L’utilizzo di animali vivi sulla scena è una consuetudine di questo regista argentino, cresciuto artisticamente in Spagna (l’astice viva è una delle sue provocazioni – performance che ha suscitato polemiche e minacce di censura), a Venezia una teca di vetro con dentro una covata di pulcini e un gatto (separati tra di loro) ha fatto sì che arrivasse la forza pubblica. Il confine tra finzione -arte e semplice fatto di cronaca e di realtà, è stato annullato abbondantemente. Teatro o esercizio gratuito di violenza espressiva? Ai posteri l’ardua sentenza. Nulla però in confronto a quanto accade nella realtà, quella in cui viviamo ogni giorno, dove l’indignazione non è così scontata. Quante volte abbiamo assistito a scene di violenza sugli esseri umani (e anche sugli animali), senza sentirsi in dovere di intervenire e denunciare. L’indifferenza regna sovrana in una società sempre meno solidale con l’Altro. Forse questo genere di teatro dovrebbe interrogare di più le coscienze di ciascuno e farci riflettere. O sono solo provocazioni create ad hoc?

Chi si interroga sono Claudia Sorace e Riccardo Fazi dei Muta Imago di Roma, alla Biennale con “Displace#1 La rabbia rossa”, tra le migliori cose viste al festival, ospiti della sezione “Young Italian Brunch”, al Teatro Fondamenta Nuove, e dedicata alla nuova creazione scenica italiana. Una visione rigorosa e severa del nostro mondo in progressivo disfacimento, dove la terra arsa e polverosa della scena sta a rappresentare il fragile e sospeso pavimento che ci regge, calpestato e svilito. È la nostra vita, quella ferita dalla violenza umana, dalla rabbia dell’uomo verso un altro suo simile. È la terra su cui fuggono i rifugiati “ costretti a lasciare la propria patria, le proprie case, in perenne disequilibrio alla ricerca di un posto dove fermarsi. Si chiamano anche profughi, esuli (guerra) immigrati e clandestini (povertà), si chiama rabbia rossa. Visionaria e simbolicamente astratta la versione proposta sia sul piano estetico -visivo che su quello drammaturgico dove la mescolanza di suoni, voce e luci, si fondevano in una amalgama di suggestioni rese ancor più palpabili dalla polvere sollevata dalla corsa “senza ritorno” delle quattro atletiche performer Anna Basti, Chiara Caimmi, Valia La Rocca e Cristina Rocchetti.

La favola nera del “Woyzeck ou l’Ébauche du vertige” di Josef Nadj, visionario e surreale immerso in un limbo onirico. Performer burattini, straordinarie marionette vivente mossi da un minuzioso e delicato ingranaggio meccanico, dai gesti scomposti creati ad arte, si muovono come un minuscolo esercito accennando passi di danza disegnati per raccontare un universo lontano. Non è teatro fatto di danza, è una creazione composta anche dal linguaggio coreutico, ma non solo. C’è una comicità che procura sentimenti di tenerezza e pure una malinconia che aleggia sulla scena illuminata da luci fioche, colori sbiaditi. Sembra un libro di fiabe illustrate che racconta una storia a non lieto fine.

Gli attori hanno il viso ricoperto di un’argilla grigio verdastra, sono maschere grottesche che vivono di espedienti, sono soldati straccioni che evocano il “Woyzeck” di Büchner, uomini sfiniti dalle fatiche belliche, mangiano ceci, si prodigano per creare e disfare qualcosa di effimero. Vita e Morte, gesti caricati da una forte valenza simbolica, i protagonisti si muovono febbrili su  passi di danza che sembra ritualistica, non cede nulla ad una coreografia ad uso estetico- visivo. Un uomo incappucciato non è altri che un manichino che fa alter ego a quelli che sono degli esseri umani.  Uno è  inchiodato sulle assi di una porta che si apre e da sul vuoto. Si mangiano le proprie budelle. C’è la fama atavica di disperati in cerca di un futuro migliore che non arriverà. Tante le citazioni colte, da Kantor a Marceau e Ducroux, al cinema muto espressionista, fatto di poche cose che si trasformano in oggetti diversi dalla loro origine. Funambolerie e clownerie di alta scuola. Marie è la moglie traditrice del soldato Woyzeck, una donna mossa dagli altri, priva di una sua volontà. In balia degli eventi. Attorno a lei si animano gli altri che si aggrovigliano e si sciolgono, si incastrano e si disfano, sono contorcimenti esistenziali, affanni per cercare di emergere da quel mondo sotterraneo. Uno strano ricovero fatto di assi, paglia, biciclette malandate e rabberciate. Spettacolo poetico e delicato quanto tragico e drammatico. Una ballata triste e dolente. L’uomo che si ritrova sull’orlo del baratro in un lento disfacimento. Vertiginoso. Escono uno alla volta dalla porta sghemba senza cardini. Scompaiono nel nero di un nulla che gli inghiotte.  Bravissimi gli interpreti: Guillaume Bertrand, Istvan Bickei, Denes Debrei, Samuel Dutertre, Peter Gemza, lo stesso Josef Nadj, Henrieta Varga. Ora è necessario guardare al futuro.

 

 

 

 

 

 

 

 

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