Teatro, Teatrorecensione — 20/07/2011 10:35

Il Teatro partecipante di Santarcangelo, dai Cori all’Eresia della felicita’ a The plot is the revolution dei Motus

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Un arco di tempo durato un triennio, dove le potenzialità creative, nel segno della pluralità, si è concluso da pochi giorni in quel di Santarcangelo di Romagna, la patria elettiva di un festival dal richiamo internazionale, e dalla vocazione storica di portare il teatro in piazza. Quest’anno abbiamo assistito ad un forte rilancio, dai Cori per Santarcangelo, con il coinvolgimento tra artisti vocali e cittadini, manifestatosi per le strade, alla stessa Elena Sartori, con il suo canto gregoriano, condiviso con il pubblico, non semplice fruitore, e la “monumentale” esperienza umana, gestita da un trascinante Carlo Martinelli (condirettore del festival insieme a Ermanna Montanari), capace di riunire in un rito collettivo, (di sogni e speranze). Duecento giovani provenienti da tutto il mondo, linguaggi e culture diverse tra loro, accomunati dallo stesso intento, quello di stare insieme e dare vita a “L’eresia della felicità”, e un nome tutelare della cultura e della letteratura, qual’è Majakovskij.

Quanto era suggestivo ascoltare alle prime ombre della notte, la voce di Mariangela Gualtieri del Teatro della Valdoca, dalla Torre Civica (e diffusa in tutto il paese), intenta a declamare Bello Mondo, definita a ragione “muezzin” della poesia. La sua voce si diffondeva per le strade e le case come un sonoro che rincuorava e confortava le anime dei passanti, siano stati semplici turisti di passaggio, o uditori attenti con il viso rivolto all’insù , desiderosi di catturare la sua voce in immagini poetiche da conservare .

Come vale la pena conservare la dirompente immagine così carica di simbolismo, offerta dalle duecento poltroncine multicolori e di svariate forme, provenienti da tutti i teatri nazionali, una platea all’aperto, provocazione intelligente voluta da Ermanna Montanari, nel segno di una vibrante e civile protesta su come il teatro italiano, si trovi in difficoltà per le ristrettezze economiche date dai tagli scellerati alla cultura. Piazza Garganelli di Santarcangelo di Romagna, testimone vivente di una voce comune.

Il festival si è avvalso di una conduzione triennale che ha visto succedersi la Societas Raffaello Sanzio, i Motus, e , infine, il Teatro delle Albe. Un passaggio di testimone accomunato dalla volontà di rilanciare l’aurea prestigiosa del festival, dove Chiara Guidi della Sanzio di Cesena, Enrico Casagrande dei Motus di Rimini, e per l’edizione 2011, Ermanna Montanari del Teatro delle Albe di Ravenna. Espressioni culturali e artistiche della Romagna, terreno fertile, evidentemente, dove far nascere e coltivare l’arte nobile del teatro, in tutte le sue accezioni possibili, ma sempre con lo sguardo privilegiato verso la scena del contemporaneo, così com’è da sempre il Festival di Santarcangelo. Il legame stretto tra evento teatrale o performativo che sia, e il pubblico, è un obiettivo molto sentito tra gli organizzatori, percepito in modo inequivocabile. Così come è accaduto al Teatro Petrella di Longiano, in cui si è assistito a The plot is the revolution, un vero e proprio evento, irripetibile per la presenza carismatica e magnetica di Judith Malina, storica attrice del Living Theatre. Racchiusi in una bomboniera dai colori pastello, tenui, e dal rosso vivace delle poltrone, tipico esempio di teatro all’italiana, seduti in semicerchio, intorno ad una platea rialzata a bordo palcoscenico foderato di bianco. Un’arena candida dove al centro della scena, seduta ad un tavolino, la figura a dir poco ieratica, di una donna di 85 anni, vestita di semplice nero, (nel muoversi assumeva movenze di una libellula, tanta era la sua leggerezza), capace di dialogare con Silvia Calderoni, giovane interprete dei Motus, due generazioni così distanti tra di loro, eppure in perfetta sintonia, il cui gruppo ha dato vita al progetto “Motus 2011>2068”,e The plot is the revolution, è la prima tappa. Titolo che riprende una frase della mappa distribuita agli spettatori durante Paradise Now del Living Theatre nel 1968, a spiegazione del “viaggio ascensionale dello spettacolo verso la Rivoluzione Permanente”.

Un racconto epico, sottolineato da passaggi spazio-temporali disegnati nell’aria, sull’impiantito del palco-platea (un annullamento della quarta parete emozionante), due Antigone a confronto: quello del 1967 di Judit Maline, e quello dei giorni nostri, che indossa i panni della gioventù di oggi, jeans, stivali rossi, testa rasata e ciuffo di capelli ribelli, come è ribelle la generazione contemporanea, o almeno si spera. Una forma insolita di evento teatrale-intervista/omaggio, (oseremo dire doveroso), in cui la giovane performer rivolgeva le domande alla sua “Mentore”, a cui seguivano micro-saggi di recitazione. Ma anche un un viaggio a ritroso, un continuo flash back tra presente e passato, rievocazioni sulle provocazioni rivoluzionarie del Living Theatre, capace di entrare in un negozio di giocattoli a New York, per “protestare contro la guerra in Vietnam e protestare per la vendita di giochi che insegnavano ai bambini come si uccide in guerra”. Incursioni fulminee per incollare adesivi sulle confezioni, in segno di protesta, e poi scappare velocemente, prima dell’arrivo della polizia.

“Sono stata arrestata molte volte per quello che facevamo nelle strade, negli ospedali, nei negozi e nelle scuole – racconta con una sorta di autocompiacimento – (condiviso pienamente dal pubblico che coglieva l’evidente autoironia della Maline), e quello che facevamo era teatro, è dentro di noi, è dentro di te e non puoi sopprimerlo. Noi parliamo della bella rivoluzione, non violenta e anarchica” Ma chi è Antigone oggi?, chiede Silvia Calderoni. “Il grido del bambino (facendo riferimento ad un bambino presente in teatro, in uno stato di agitazione permanente, chiuso in un teatro sovraffollato e reso incandescente dal caldo torrido), le resistenze contro le regole, contro il non gesto. Siamo condizionati fin dall’infanzia – spiega ancora Judith Maline – (con estrema lucidità e un sapere pedagogico illuminante), a non protestare. Esiste il rischio di distruggere tutto, il nostro mondo, una ribellione diffusa”. Ed ecco che Antigone “moderna” si presentifica nei panni della performer dei Motus. Un corpo che si contorce, si dimena impossessata da un gesto che si fa stereotipato, un singulto che pare un urlo animale, o qualcosa di disumano. Si carica addosso il corpo mortale del fratello, striscia per terra e piange sommessa, soffocando le sue lacrime che paiono pietre acuminate.

“Non è uno spettatore quello che assiste alla nostra rappresentazione ma è un partecipante. Il problema dell’attore è quello di buttare la sua armatura e toccare le vere emozioni- ci dice la Maline- congedandosi con il suo fare aggraziato ed elegante, e a noi testimoni attivi, non resta che ringraziarla per aver condiviso – compartecipato una lezione di vita, uno spettacolo sulla vita, un’esperienza a cui dare spazio alle riflessioni e alle emozioni suscitate con impareggiabile semplicità, non prima di aver udito dire: “Tutto il passato è una menzogna sporca. E il futuro?”. Judit Maline ci consegna questa eredità di pensiero. Tocca alle nuove generazioni affrontarla, ora.

 

The plot is the revolution. Di Enrico Casagrande e Daniela Nicolò. Con Silvia Calderoni e Judith Maline (Living Theatre) e la comunità di “The Plot”. Spazio scenico di Enrico Casagrande, Daniela Nicolò, Damiano Bagli. Produzione Motus con la collaborazione di Thomas Walker, Cristina Valenti, e Brad Burgess. Visto al Teatro Petrella di Longiano il 10 luglio 2011.

crediti fotografici di Claire Pasquier

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