Rags of Memory: per non dimenticare, 10 anni di Instabili Vaganti

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Anna Dora Dorno in Il sogno della sposa, Vertigini Festival - Parco della scultura, San Donà di Piave, 2006 (Foto di L. Filippi)
Anna Dora Dorno in Il sogno della sposa, Vertigini Festival – Parco della scultura, San Donà di Piave, 2006 (Foto di L. Filippi)

 

 

Insieme a Nicola Pianzola e Anna Dora Dorno,  ci sono i volti, i vissuti e il sentire di molti perfomer di diversa estrazione e nazionalità. A loro abbiamo chiesto come sono venuti in contatto con Instabili Vaganti e Stracci della Memoria, del perché abbiamo deciso di prendere parte al progetto e come intendono descrivere la loro esperienza.

 

Luana Filippi – artista visiva italiana

«Il mio incontro con Anna Dora Dorno e Nicola Pianzola risale al 2005, all’Accademia di Belle Arti di Bologna. Dopo un periodo di conoscenza dei rispettivi background artistici, abbiamo deciso di collaborare a un percorso di ricerca trasversale, tra arti performative e visive. La mia formazione artistica nasce in ambito visivo ma ho sempre conservato una viva attenzione per la dimensione teatrale e performativa. Penso che questo interesse sia profondamente legato alla cittadina e al clima culturale nel quale sono cresciuta, Rovereto, e in particolare alla figura di Fortunato Depero. Nel 2006, i tempi erano maturi perché tali riflessioni personali trovassero uno spazio per la loro ideazione. Con Instabili Vaganti abbiamo iniziato a confrontarci sulla progettazione di un percorso artistico multidisciplinare, ossia Stracci della Memoria. Il primo nucleo di lavoro si è sviluppato a partire dall’analisi di testi letterari, poetici e musicali integrati da fonti iconografiche, visive e performative, sia antiche che contemporanee. L’idea era quella di progettare un percorso basato su nuclei di ricerca che si organizzassero come momenti autonomi, e in una prospettiva più ampia come punti collegabili, attraverso una struttura radiale.

Il risultato ricorda la metafora visiva di un arazzo consunto, formato da brandelli di stoffe diverse, cucite assieme da un filo sottile – che è il tentativo di trovare un’unità, punti di comunanza e appartenenza di queste memorie semantiche, che pur provenendo da contesti culturali e geografici differenti, trovano nel linguaggio artistico una loro ricostituzione. Ne deriva un’arte meticcia. Per quanto riguarda le mie motivazioni personali e artistiche, l’adesione al progetto è stata in primo luogo poetica. La condivisione di una metodologia artistica capace di creare dialogo e confronto tra differenti discipline espressive. Un fare “laboratoriale”, dove la pratica artistica individuale si congiunge a una pratica creativa collettiva.

Come artista visiva per me è fondamentale non rimanere incentrata su un monologo, ma relazionarmi a pluralità provenienti da ulteriori ambiti di ricerca. Il focus di Stracci della Memoria è proprio la memoria, un nodo tematico che da sempre è presente nella mia identità artistica. Di questo termine, trovo interessante il suo carattere “effimero” e l’urgenza antropologica da parte dell’umanità di ricordarlo, celebrarlo attraverso una moltitudine di riti. Memoria è identità, prima personale e poi collettiva. Il linguaggio fotografico, a partire dalle sue origini, è la tecnica espressiva deputata a perpetuare la memoria, il ricordo. Mi interessa approfondire le dinamiche interne ai codici espressivi che utilizzo, e investigare quali strutture semantiche possano essere veicolate attraverso le immagini. Nel “Il Sogno della sposa” mi sono confrontata con una pluralità di attimi esistenziali da collegare attraverso l’uso della memoria.

Vi era un tempo presente costituito dall’azione performativa, in grado di interagire con una proiezione video, metafora onirica che si poneva come momento passato ed evocato nel tempo presente. L’uso della fotografia e dell’installazione, articolavano in ulteriori istanti, la fruizione temporale dell’opera, da parte del pubblico.  Risultava così un lavoro capace di offrire frammenti temporali, come stracci di memoria. Il tempo agisce come un diluitore del ricordo, che ci appare offuscato. È la condizione della nostra società globalizzata, dove la sfida culturale è rappresentata dal ricomporre, in un dialogo globale, le molteplici individualità. Del resto, Stracci della Memoria è un’esperienza in corso d’opera. Sono orgogliosa di vedere che il progetto, ideato dalle nostre tre individualità artistiche, nel corso degli anni sia cresciuto, fino a trasformarsi in una comunità artistica internazionale. Tra gli episodi che segnalerei, cito quello delle maschere, con cui abbiamo lavorato in diverse fasi della ricerca.

La maschera è all’origine del termine persona e rimanda ai concetti d’identità e di memoria. Nel progettarle ho compiuto una ricerca iconografica e antropologica, identificando il carattere e la tipologia del personaggio che dovevano incarnare. Una volta affidate a performer provenienti da culture e Paesi differenti, queste  hanno assunto caratteri diversi, trasformandosi e arricchendosi di sfumature interpretative. Un altro momento di riflessione  è scaturito dalla simbologia legata all’uso del colore. Il nucleo iniziale del lavoro si articolava in una trilogia performativa, caratterizzata da tre distinti momenti cromatici: il bianco, il rosso e il nero. Per ognuno abbiamo sviluppato una ricerca iconografica prendendo in analisi matrici antropologiche sia occidentali, sia orientali. Quando il progetto è approdato in Corea del Sud, si è ulteriormente ricomposto in nuovi significati e relazioni. In questa cultura, il significato e la simbologia del colore bianco sono all’opposto della visione occidentale. L’obiettivo finale era di riuscire a incorporare la nuova visione. Da questa esperienza, si sono sviluppati nuclei di lavoro che mi vedono tutt’oggi impegnata, come nel caso di MigrAzioni, focus fotografico e performativo sul tema della maschera animale totemica».

 

 

 

 

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