Focus a teatro, Teatro — 19/05/2011 07:03

“Abbiamo bisogno di vivere” ricci-forte scrutano l’altrove visionario poetico

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Non amano tracciare confini e limitazioni di senso nel loro lavoro. Dal loro primo incontro è nata una collaborazione così intensa da farli diventare sceneggiatori e autori, prima per il cinema e la TV, ora nella loro dimensione più adatta ad esprimersi: il teatro. Stefano Ricci e Gianni Forte si sottraggono da qualunque tentativo di omologazione. Vengono dalla scuola di recitazione dell’Accademia d’Arte Drammatica Silvio D’Amico di Roma e da un’esperienza importante per la loro formazione artistica presso la New York University, dove hanno studiato drammaturgia con Edward Albee. La loro permanenza sul palcoscenico come interpreti è stata un soffio. La scrittura scenica li ha timonati subito altrove, poi la televisione, che li ha cercati immediatamente dopo e da quel momento la loro carriera ha subito un’impennata vorticosa: autori per Rai e Mediaset, hanno contribuito alla nascita di diverse serie da prime-time, tra le quali i Cesaroni, e creato due stagioni della sitcom HOT, scritta e diretta per il canale Jimmy di Sky.

La fama li acclama in tutta Europa, grazie alla drammaturgia e la regia di un genere di teatro contemporaneo innovativo, in grado di suggestionare gli spettatori catturati e proiettati dentro il loro mondo poetico visionario. Uno spazio in cui Stefano e Gianni, come nei combines rauschenberghiani, mescolano letteratura classica, contemporanea, mito, pubblicità, storia, musica, Bmovies, arti figurative, cinema, etc. Indagini sociologiche che sconfinano nella realtà così estrema, da sentirla crudele quanto sincera. Senza schemi o codici di lettura a priori. Ognuno può trovare le sue risposte attese in condizioni di estrema libertà soggettiva, offrendo un variegato carnet di trame esistenziali.

Più che un’intervista, il nostro è un colloquio dove amabilmente si conversa durante un pranzo affettuoso per l’accoglienza che ci riserva il luogo dove è stato fissato l’incontro a Milano. Stefano e Gianni li incontriamo al Teatro dell’Elfo Puccini, dove hanno portato tre titoli del loro repertorio: troia’s discount, macadamia nut brittle, e pinter’s anatomy. Ogni sera un successo per acclamazione tra i tantissimi giovani accorsi a vederli.

La conversazione nasce spontanea e vira subito sull’origine delle intenzionalità drammaturgiche e performative che conducono alla riproduzione in scena di un pensiero collegialmente tra autori e gli stessi interpreti. Straordinari performer capaci di aderire con una propria ricerca interiore autocoscienziale. Sono Anna Gualdo, Giuseppe Sartori, Andrea Pizzalis, Anna Terio, Fabio Gomiero, Fausto Cabra, Alberto Onofrietti, Pierre Lucat, Marco Angelilli, Valentina Beotti e Chiara Cicognani.

“Se esiste un valore nel nostro lavoro è quello di saper mettere a fuoco le idee insieme e aprire un varco d’accesso al bosco per i nostri polliciniperformer – è l’incipit di Stefano, nello spiegare il senso delle loro messe in scena – ed è sottopelle, dentro il loro garage d’ossa toracico che si genera il carico di dolore, l’emotività violenta, si edifica la mancanza: sensazioni, stati e respiri che ritornano a noi che ne siamo provocatori. Giuseppe Sartori, ad esempio, ha fatto suo questo lavoro e lo vive maturando – lui che è il più giovane dell’ensamble – anche come persona che cresce in consapevolezza. Gli schemi individuali o le zattere di salvataggio vengono automaticamente frantumate nel primo periodo di avvicinamento.

Gianni: “E’ successo nell’ultima replica di macadamia qui a Milano, quando si spengono le luci, di percepire un attimo di silenzio e poi un battito di piedi da parte del pubblico. Non succedeva da tanti anni, ci hanno detto quelli del teatro Elfo. Qualcosa, al di là del mero valore artistico di un lavoro, è passato”.

Stefano, dopo aver visto in preda ad un turbamento un anziano, che tra le lacrime ha esclamato “ è la mia vita!” pur non conoscendo generazionalmente i perimetri o i punti di riferimento utilizzati nel lavoro, ci tiene a ribadire che non c’è in loro nessuna intenzionalità a far soffrire gli altri: si tratta di gettare le fondamenta per un ponte empatico, concettuale od emotivo che sia.

Gianni: “ E’ la poesia che ti permette di essere universale. Alda Merini diceva che il poeta deve stare a piedi nudi, le scarpe ti bloccano. Lei ha smesso di scrivere in manicomio”.

E per spiegare meglio il concetto cita la necessità di stare scomodi, il tacco alto della scarpa come costrizione, lo scarpone antinfortunistico: gru, aironi zoppi e coccodrilli con palme cementate che faticano a stare in piedi. Elementi visti e indossati sulla scena. Hanno la loro giustificazione plausibile, che prova a svincolarsi dalle cornici da immaginetta sacra. E per cornici intendono ovviamente la grande attenzione ricevuta dalla stampa. Gli articoli in grassetto cercano di trovare un codice a barre adeguato per perimetrarli ma le sindromi da archivista non sono tra i loro interessi. E’ troppo poco per trovare degli stilemi, per provare ad arginare un flusso vitale ed espressivo. “Tutto è stato detto e fatto: di nuovo c’è solo quello che non ci ricordiamo. Tentiamo di avere un battito di ciglia personale sull’universo, sulla cultura. La cultura pop, poi, scorre nel nostro sangue dai tempi del biberon, cresciuti a catechismo, fumetti di Topolino e Dexter, dove il senso del sacro e del profano perdono indissolubilmente i loro contorni precisi”.

Stefano: “E’ troppo semplicistico definire pop il nostro fare. Pop è il brodo primordiale in cui abbiamo germinato le nostre ossessioni. Poi c’è tutto uno scandagliare a livello drammaturgico e concettuale sulla verticalità dell’Io manchevole. Fotografare un presente a modo nostro, senza sconti, ci costa davvero tanta fatica ed è una strada perennemente in salita. Liquidarla superficialmente come prodotto pop significa non voler comprendere che il pop è morto e quelli che sono i suoi retaggi servono solo da cassa di risonanza per qualcosa di più profondo e allacciato alle fibre della nostra assenza”.

Gianni: “Sadicamente, il linguaggio pop è utilizzato come per lanciare un salvagente allo spettatore: quando sente di navigare in acque placide, glielo togliamo perché impari a nuotare tra squali e pirati”.

Ma c’è un valore catartico nel vostro lavoro ?

Stefano: “Il complesso catartico è un processo d’attivazione al fine di stimolare il dubbio, la volontà di credere che la macchina dell’uomo sia sotto sfruttata. Siamo di più dell’utilitaria che ci costringono a credere, e possiamo comprendere di più, attraverso una cognizione del dolore, solo se tutto passa attraverso il setaccio purificatore. In questo senso allora rispondo che sì, c’è un propulsore umanistico! Sempre meglio che restare inchiodati alla croce dei nostri dogmi. ”

Gianni: “Non guardiamo più il passato, siamo come il marinaio di Pessoa: vogliamo avventurarci in un mare che forse non conosceremo mai. E’ la curiosità quella che fa muovere i nostri arti anchilosati”.

L’ultima vostra creazione è grimmless che rivedremo anche in estate a Centrale Fies Drodesera (Trento), ora state ideando un nuovo progetto per il teatro?

Gianni: “Dopo aver portato grimmless in alcuni festivals estivi e presentato in anteprima assoluta il primo studio intorno all’opera di Chuck Palahniuk, IMITATIONOFDEATH, proprio negli spazi di Centrale Fies, ci fermeremo un periodo per dedicarci ad una nuova possibilità di racconto, di interazione con l’altro utilizzando un media differente: il cinema. Grazie al sostegno di un produttore coraggioso stiamo lavorando alla stesura della sceneggiatura di un lungometraggio: il nostro debutto cinematografico, una nostra opera prima con la regia di Stefano”.

Stefano: “L’intento è quello di dilatare un mezzo fino allo spasimo, trovare forme di comunicazione trasversali. Ora c’è la curiosità di parlare affondando esclusivamente per immagini, per costruzioni oniriche. Un modo obliquo di continuare a guardare lo stesso pianeta terra. Per non stare troppo seduti, per frenesia cinetica. Questo credo ci salvi dall’asfissia. La noia, nostro miglior alleato, insieme al dubbio, ci impedisce di fermarci troppo tempo nella stessa stazione. Il personale golgota scelto ci ha visti diventare prima interpreti poi, dopo una cordigliera di sbadigli, siamo passati alla scrittura per televisione e cinema (altrui) e ancora una volta la noia ci ha sepolti con il suo torpore di morte. Ora, grazie anche all’ensamble eccezionale di performer che abbiamo formato, ci sentiamo spinti a cercare evoluzioni sostanziali”.

Sono passaggi chiave che state affrontando nel vostro percorso artistico?

Gianni: “Viviamo traversate d’incertezza. Fortunatamente condividiamo di_sinteressi comuni con i ragazzi che camminano al nostro fianco. Ci hanno definito una multinazionale, ma ogni frammento forgiato, ogni scheggia espressiva ferma pezzi di vita che scorrono. Di vita nostra in quel frangente, in quello scarto temporale. Polaroid tridimensionali di un respiro emesso all’unisono. Non sono allestimenti ciò che portiamo sotto le luci di un proiettore: proprio per questo è arrivato il momento di fermarci. Quindi, non essendo degli allestitori, sentiamo il bisogno di mangiare vita, di triturare poesia nelle nostre ore. Si, preferiamo un terrorismo poetico, uno stato di vigilanza che auspichiamo generare anche nello spettatore più distratto. E’ successo ad Udine, quando abbiamo presentato il primo studio di troia’s discount all’ExtraCandoni. Tutti hanno apprezzato la scrittura esprimendo però dubbi sulla realizzabilità di una parole simile. La sfida lanciata da altri ha permesso la creazione della compagnia che oggi esiste e si sviluppa. Ecco, forse alla base c’è una volontà di esplorazione, una pervicacia nel risistemare le tessere del mosaico secondo un miraggio apparentemente illusorio da un punto di vista ottico e testuale. Oggi permettiamo agli altri di raccogliere i reperti offrendo una libertà di concepire la propria prospettiva delle cose, forse contrastante… esattamente come lo stare al mondo ci suggerisce.

Una presa di posizione radicale nei confronti di un certo modo di fare teatro.

Stefano: “Amplificare i pori, nostri, tuoi e altrui. Gonfiare di senso le pupille. Costringersi a fare i conti. Molti dimenticano che c’è un altro modo di assistere ad una visione, qualcosa che non sia solo attraverso la ragione e l’occhio viziato dalla camomilla accogliente del tubo catodico. Ci sono bengala di senso da riaccendere: il campo minato è sotto la chiostra dei denti e dobbiamo deciderci a far brillare gli ordigni. Il teatro da dizionario, wall-paper theatre, quello cosiddetto da carta da parati, come anche quella ricerca solipstistica e autoreferenziale rigurgito degli anni 80, non ha più motivo di esistere.

Gianni: “Stiamo parlando di valori, di sentimenti dilaniati da buio costante. Un doppio filamento elicoidale, che si avvita intorno alla nostra essenza, illuminandoci di un bagliore poetico. Ecco, ciò che approda è la poesia, che nell’oscurità riscatta! E’ l’antidoto a chi s’accontenta di poco. Disintossica. La poesia è in_finita e ci fa titubare delle certezze conquistate sul campo che, se pur d’argento e oro, sono volatili. Spacciatori e bracconieri di dubbio, coltiviamo la nostra mortale dipendenza dagli interrogativi. Ci prendiamo la libertà di dire, di agire o come nel caso dell’immediato futuro, di celebrare l’elogio della stasi creativa: abbiamo bisogno di vivere ora, per accedere domani a qualcosa di nuovo e, soprattutto, di urgente da comunicare”.


crediti foto: daniele -virginia antonelli

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