Teatro, Teatrorecensione — 19/04/2014 13:21

Eva e Rossella: domani non sarà un altro giorno

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SCANDICCI – “Ho promesso a me stessa di seguirti ovunque, anche nella morte” (Eva Braun)

Gli uomini molto intelligenti devono prendesi una donna primitiva e stupida” (Hitler).

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Avevamo assistito ad una prova-studio di questa “Eva” dei milanesi del Teatro I, che ripercorre i pensieri che si accavallano nella testa della Braun, amante-sposa di Hitler, in occasione del festival “Collinarea” di Lari un paio d’estati fa. Se allora la forma approssimativa della messinscena era dettata dall’essere comunque in fase di definizione e in produzione, non si può dire altrettanto dopo due anni di gestazione. La scena coperta di appunti, di fogli ai quali appigliarsi. Quasi una lettura scenica che ha allontanato dalla vicenda, ha creato un filtro di distanza, costruito muri attorno alla storia che invece si sarebbe dovuta nutrire di empatia. Né leggio né memoria quindi per la sempre brava Federica Fracassi (che stavolta però non ha pienamente convinto anche a causa di un testo ridondante) e non l’abbiamo trovata una scelta rispettosa per la platea, soprattutto se protagonista è una delle migliori attrici della generazione dei quarantenni di casa nostra.

Detto questo, cosa non di poco conto ma di livello formale, di quella patina che a volte scompagina negativamente anche la sostanza, interessante è stato il continuo scambio di passioni e vedute, di ottica e posizioni tra la nostra Eva (1912-’45) e il kolossal “Via col vento” (’39) e soprattutto nella raffigurazione-trasfer emotivo con Rossella O’Hara, immedesimazione tra eroine sconfitte e vincitrici allo stesso tempo, a seconda da dove il nostro angolo di lettura le vuole zoomare. Tre grandi schermi, uno sul fondale stile cinema e due laterali, ci proiettavano direttamente dentro la polvere, i carri, i fucili, i baffetti (tristemente noti quelli sotto il naso hitleriani, fascinosi quelli di Clark Gable), i sorrisi e le lacrime, sospesi tra l’amore strappacuore e la Guerra civile statunitense. Se la celluloide ci porta le stelle e strisce, le colt e Hollywood, fanno da contrasto gli anni ’40 del secolo scorso, la germanitudine, la Seconda Guerra mondiale vista con gli occhi annoiati, assuefatti, ignavi e ingenui della Braun. Eva come la prima donna sulla Terra, Braun che tradotto è marrone ma anche bruno, quindi (o)scuro come quel periodo storico.

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Una donna insoddisfatta, sempre, che tenta per ben due volte il suicidio, fallendo anche in quel caso, frivola e sdolcinata, leggera e senza un senso se non la devozione, come una cane fedele e sbavante, per il suo padrone anaffettivo, distante, lontano anche quando erano fisicamente nella stessa stanza. Sola e abbandonata, immersa nelle grandi sale vuote (come Tara) a sua disposizione (e disperazione) può solo godere dell’idea di essere la donna del Reich. Ma è tutta una proiezione della sua mente, visto che è reclusa, o autoreclusasi, in questo limbo dorato, in questa gabbia lucente, mentre il resto della Germania non è nemmeno a conoscenza della sua esistenza. Vive in attesa di una carezza. E’ l’amore mancato, nel caso di Adolf (ce lo hanno ben spiegato i Teatro Sotterraneo con il loro recente “Be legend”), o di Rossella (bella la frantumazione di Antonio Latella nel suo premiato “Francamente me ne infischio”), l’incipit di ogni disfatta, personale, interiore, e anche collaterale. L’anno prossimo (la morte è avvenuta il 29 aprile 1945) saranno settant’anni: niente da festeggiare né ricordare, comunque.

Eva che muore, anzi cerca la morte, anzi è contenta di suicidarsi accanto al suo uomo, che in quel momento estremo di trapasso diviene finalmente suo e soltanto suo, non solo nella morte ma anche nella decomposizione e nella cenerificazione, mischiandosi come non le era mai stato possibile in vita, a trentatré anni, e come Cristo, da un lato si sacrifica, inconsapevolmente, per il bene dell’Umanità, eliminando (anche se la scelta non viene direttamente da lei) l’artefice supremo del Male del Secolo breve, dall’altro si fa martire, distruggendosi per una causa più alta, l’amore indissolubile e incondizionato verso un altro essere umano, amore altruistico fino all’autoannientamento cosciente e volontario e consapevole. Amore più alto non esiste.

Tutte le foto sono di Lorenza Daverio

Tutte le foto sono di Lorenza Daverio

Eva che è la nostra “dama bianca” coppiana, che è la Petacci, che è la Pascale, donne capaci di ciò che gli uomini non sono mai stati, nella Storia, adatti a compiere. L’uomo mosso dal desiderio di conquista e dall’egoismo dell’aggressione a fini esclusivamente personalistici, l’uomo spinto dal testosterone e dall’avidità e dall’individualismo, non è progettato per restare nell’ombra, silente al fianco, come invece ancora oggi, a torto o a ragione, fanno madri, figlie, amanti, mogli. Non a caso la frase che “accanto ad ogni grande uomo c’è sempre una grande donna” è stata coniata da un esponente del genere maschile e maschilista.

E’ un interno dell’anima dove gravita e grava la Braun, che non trova posa né pace, resa né requie, e s’incarta e s’invola in una gelosia lancinante addirittura con la cagna di casa, altra femmina quindi che potrebbe, e lo fa a più riprese perché meno pretende, toglierle l’osso di bocca, sottrarle il bene più prezioso che si nega e sfugge. Una triangolazione Uomo forte- donna sottomessa – cane miglior amico dell’uomo e devoto, che genera scompensi in questo bunker, reale e metaforico insieme, che si conclude con una festa di nozze macabra e nera nell’assurda e paradossale immensa felicità nell’unione finale, e fatale, ultima, nell’abbraccio dell’estremo passaggio vissuto come gesto d’amore passionale verso l’amato, compassionevole verso se stessa. Finalmente trovando il suo posto nel mondo: “Ci bruceremo e saremo via col vento”.

Eva”, Teatro I Milano. Di Massimo Sgorbani. Dramaturg: Francesca Garolla. Con: Federica Fracassi. Regia: Renzo Martinelli. Visto al Teatro Studio, Scandicci, il 16 aprile 2014.

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