editoria, racconti, poesie — 19/03/2022 at 10:35

Niente

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RUMOR(S)CENA – Niente era stato il motivo che lo aveva convinto a partire. “Niente” si era detto, non sapendo nemmeno lui perché ma lo aveva fatto. Da quel niente si era ritrovato su di un’isola di cui non aveva mai saputo nulla. Aveva trascorso tutta una vita senza chiedersi niente di quel posto. Una cosa però la sapeva. Quell’isola era lunga quanto l’Italia. Cuba. Abituato a vivere senza mai chiedersi che cosa facesse in quel momento in un posto qualunque, si guardò intorno e si convinse subito di una cosa, anche ora dove si trovava non c’era niente che gli potesse far cambiare idea. Non sapeva nemmeno lui cosa ma lo aveva pensato lo stesso.

Il poliziotto al controllo passaporti gli chiese il motivo che lo aveva portato all’Avana: “Niente, nessun motivo”, rispose come se fosse volare da una parte all’altra dell’Oceano Atlantico per un niente che importasse a qualunque. Sul visto d’ingresso gli venne scritto: “soggiorno per motivi turistici”. Così era stato deciso. Non che gli importasse qualcosa. Non gli importava mai niente.

Fu allora che si ritrovò lungo il Malecon all’ora del tramonto, inondato di una luce dorata che rimbalzava sul mare scuro, e mosso da onde fragorose che si frangevano come nuvole impazzite. Sul molo antistante il mare un giovane uomo bagnava la pietra porosa con l’acqua per poi prendere la rincorsa, lasciarsi scivolare con il corpo lucido rivestito di gocce dai colori dell’arcobaleno, tanto trasparenti da sembrare diamanti. Un differente dall’altra. C’erano tutti i colori del mondo in quelle lacrime d’acqua marina, come se un pittore avesse deciso di dipingere sul corpo di quel ragazzo. Una due tre, cento volte di seguito, senza fermarsi, abituato a farlo tutti i giorni della settimana, del mese, dell’anno. “Perché non scivolare sul molo di pietra porosa bagnata con l’acqua del mare una due tre, cento volte di seguito, se non c’era niente da fare?”

Se lo chiese proprio così, continuando ad osservare quel giovane ricoperto di gocce trasparenti, sempre meno trasparenti, in un tramonto di luce asettica che si lasciava sprofondare nel mare pastoso dell’Avana. “Chissà quanto tempo ci vorrà perché diventi buio”, fu il suo pensiero ma subito dopo si disse a se stesso che a lui del tempo non importava niente. Intorno tutto scorreva lentamente a ritroso. Rivedeva la sua vita scorrere al rallentatore mentre il buio della sera avanzava inesorabilmente. Tutto era inesorabile in quel luogo. Niente poteva impedirlo. Era lì in quel momento, ma nessuno si accorse di lui. All’Avana non c’era mai tempo per accorgersi di niente. La notte faceva sparire qualunque cosa. Con il buio la città spariva.

Un sibilo suadente si diffondeva per le strade deserte. Il buio rubava la luce. Rumori di passi sempre più lontani finivano nel nulla. Dal cielo cadevano gocce di pioggia che andavano a morire nel mare. L’acqua dolce diventava salata e il tramonto era pronto a catapultarsi al di là del vuoto. Era solo questione di tempo. Ma non lui non sapeva cosa farsene. Era a Cuba e il tempo non aveva mai importanza. A nessuno importava. Forse non esisteva e lui non voleva pensarci. Era lì in quel momento, ma avrebbe potuto essere da un’altra parte e nello stesso istante e non provare niente di diverso.

“Sono qui ma potrei essere anche essere altrove,” disse a se stesso, ma subito dopo si ricordò che in quel momento era all’Avana e non poteva farci niente. Una città dove le strade erano larghe quanto piste di un aeroporto ma senza nessun aereo pronto a decollare. Un posto dove tutto si muoveva lentamente e non aveva mai fine: il giorno dalla notte, la luce dal buio, il silenzio dal frastuono. Come la musica. C’era sempre qualcuno che suonava all’Avana. Usciva dalle finestre delle case, di giorno e di notte. Ti avvolgeva come un respiro affannoso di vivere. Se la volevi possedere lei sfuggiva. Sempre. Era intorno a te.

Si guardò intorno. Non vide niente. C’era il vuoto. Diventava buio ma era come se fosse ancora giorno. L’Avana era così e nessuno poteva farci niente. Non riusciva più a distinguere il cielo dal mare, il mare dalla terra, la terra dal molo, il molo da quel giovane uomo che scivolava sulle pietre bagnate, lui da sé stesso. Tutto era diventato l’uno e l’altro senza inizio e senza una fine. Era a Cuba e non avrebbe potuto essere altrimenti. Fu allora che scomparve dentro il nulla e di lui non si seppe più niente.

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