Teatro, Teatrorecensione — 17/12/2011 at 19:35

Roman spara e uccide ogni speranza di riscatto. La vita di un rom destinata a fallire

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Rom. Una parola che evoca istintivamente reazioni di intolleranza, così come è accaduto pochi giorni fa a Torino, dove per una falsa denuncia da parte di una ragazza, un campo nomadi è stato dato alle fiamme, come gesto di vendetta. Reazioni di questo genere in Italia sono frequenti e istigate da sentimenti di razzismo nei confronti dei rom che popolano le nostre città, identificati come zingari, dediti al furto, all’accattonaggio. Mal tollerati dalla popolazione che considerano i rom un problema a cui le istituzioni spesso non trovano delle soluzioni che garantiscano un ordine sociale e un rispetto della legalità. Se poi uno si reca a teatro, per assistere ad uno spettacolo dove la trama è tutta centrata sulla vita di un padre rom e suo figlio, sapendo che spesso la realtà supera la finzione, la sensazione è quella di vedere rappresentato un dramma talmente verosimile ai tanti fatti di cronaca nera che affliggono le nostre città. Roman e il suo cucciolo andava in scena per l’ultima replica al Teatro Comunale di Bolzano, quando l’undici dicembre a Torino si scatenava la furia bestiale che sfociava in un pogrom anti -rom in un campo di nomadi abusivo della civilissima città piemontese. La loro unica colpa? La falsa accusa di una ragazza di soli sedici anni che pur di non confessare ai propri genitori di aver perso la verginità, ha scelto di addossare la colpa ai rom, facili capri espiatori a cui dare la caccia.

Che c’entra in fin dei conti una commedia che nel titolo originario “Cuba and his Teddy bear”, rivela di essere stata ambienta dal suo autore Reinaldo Povod, in una comunità di esuli cubani negli Stati Uniti, ma nella versione italiana diretta ed interpretata da Alessandro Gassman, è collocata nella periferia degradata della nostra capitale? C’entra eccome, visto che il protagonista Roman, non è altro che un immigrato che vive di spaccio di droga, ha un figlio nato in Italia, per nulla felice delle sue radici a metà rumene, desideroso di riscattarsi da una condizione di reietto e figlio di un uomo che non sa fare altro che sniffare cocaina, vivere di espedienti, attorniato da suoi simili per nulla desiderosi di riscattarsi da una condizione di marginalità, e sottocultura. Roman ha un figlio chiamato cucciolo, un adolescente che cerca il riscatto attraverso la lettura e la scrittura, con loro vive un amico, un uomo indolente e sfaticato che bivacca tutto il giorno sul divano. Un quadro desolante che fa si che questo strano nucleo famigliare piomberà nella tragedia finale, dove il padre sentendosi sconfitto per non essere riuscito ad “educare” il proprio figlio, secondo i suoi principi se pur distorti,  si commina da sé una condanna capitale per non ammettere un’esistenza fallimentare.

Non è teatro dove uno resta indifferente, e la definizione data da più di uno spettatore “è un pugno nello stomaco” è calzante e perfettamente idonea per descrivere lo stato d’animo in cui ci si viene a trovare. Volano parole forte, epiteti scurrili, gesti brutali. Schiaffi morali ai tanti benpensanti che speravano di andare a teatro e godersi una serata di puro piacere in santa pace. Si sbagliavano e chi non lo ha ammesso e gli è mancato il coraggio, non ha potuto fare altro che uscire dalla sala e andarsene all’intervallo, salvo qualcuno osare la fuga a spettacolo in corso. Peccato, perché il teatro proposto da Gassman non era e non è niente di più pericoloso e/o provocatorio di quello che accade  fuori nelle città, dove si è poi visto in televisione cosa accadeva con le fiamme che bruciavano le poche masserizie dei rom depositate nelle loro baracche fatiscenti. Non mancano certo episodi di microcriminalità, ma generalizzare è sempre un rischio per alimentare sentimenti di razzismo fomentato da chi usa la parola come sassi lanciati. Certo è più facile scandalizzarsi a teatro per chi vive una vita, come tutti gli abitanti di provincie ricche e benestanti, garantiti da un benessere sociale economico che soddisfa tutti. Roman –Alessandro Gassman si prodiga, invece,  nel  far credere al suo cucciolo, uno strepitoso e convincente Giovanni Anzaldo, (salito pochi giorni dopo sul palco del Piccolo Teatro di Milano, per il passaggio di testimone-vincitore del Premio Ubu 2010, come miglior attore under 30, ai suoi successori: i ragazzi di The Hystory Boys del Teatro dell’Elfo) , che la vita va vissuta nell’agio,  fatta  di vestiti griffati, la noia combattuta con la cocaina, perché di noia si parla in Roman e il suo cucciolo, ed è inutile negarlo, uno dei problemi sociali più gravi è proprio la noia, e non certa quella vissuta dai rom, quanto dalle nuove e vecchie generazioni.

Nella finzione drammaturgica esemplarmente tradotta da Edoardo Erba e ambientata in Italia, è la vita annoiata dei protagonisti, soprattutto di Geco, l’amico di Roman, un Manrico Gammarota che da vita ad un personaggio indolente, zio del ragazzo, dalle mille sfumature, di eccezionale bravura. Fa da spalla a Gassman molto credibile nel ruolo di padre burbero e un po’ manesco, affettuoso come lo può essere un padre che ha cresciuto un figlio da solo nelle condizioni di disagio e illegalità, a cui lui è abituato, non conoscendo altra condizione. Per scelta o costrizione non si sa, ma non c’è intento moraleggiante e questo è uno dei meriti registici del direttore del Teatro Stabile del Veneto che ha prodotto insieme a quello dell’Abruzzo, un allestimento  ben confezionato, dotato di una scenografia a dir poco sontuosa (Gianluca Amodio firma le scene), iperrealistica, anche se virata più su un genere americano. Pregevoli le musiche originali composte da Pivio&Aldo De Scalzi. Di particolare effetto il brano “Nessuno” di Giovanni Pellino in arte “Neffa”, tratto dall’album “Sognando Contromano”.

L’uso delle proiezioni è forse eccessivo e crea a tratti un’atmosfera da commedia stile Brodway, dove le immagini tendono a volte ad essere una aggiunta superflua, e la distanza tra scena e platea data da un velatino è una barriera che in qualche modo mantiene il distacco.  Alessandro Gassman emerge come un attore solido ed energico. Da vita ad un padre che vive tutte le contraddizioni di un uomo diviso tra affetti mal espressi e la sua indole di scapestrato, violento. Il suo accento rom a tratti si mescola alla cadenza romanesca che emerge nel suo linguaggio colorato.

 

Matteo Taranto che veste i panni di Dragos, un cinico protettore di una ragazza rumena (Natalia Lungu) costretta a prostituirsi. Bravo nell’interpretare uno strafottente bullo,sul genere coatto romano. Il Che di Sergio Meogrossi, intellettuale artista fallito, responsabile di aver corrotto moralmente il cucciolo per averlo convinto ad assumere l’eroina, è molto convincente. Il pusher Andrea Paolotti completa il cast. È un girone infernale dove tutti i personaggi sono sia carnefici che vittime di se stessi, senza divisione tra buoni e cattivi. C’è in loro un’umanità dolente che  emerge ma che non ha la possibilità di riscattarsi. Insieme concorrono al finale che uno sparo di pistola segna la fine. Roman non può sopportare la sconfitta di avere un figlio che si fa di eroina. Si uccide e uccide ogni speranza di salvezza e riscatto per lui, il cucciolo, ogni esistenza vissuta ai margini di un mondo che fa sempre più fatica a riconoscere e ad accettare chi è diverso. Da chi? Si esce da teatro con un dubbio, qualcosa di non risolto, uno strano malessere che sembra provenire dallo stomaco e molti interrogativi rimasti senza una risposta.

 

Roman e il suo cucciolo

“Cuba and His Teddy Bear” di Reinaldo Povod

traduzione ed adattamento di Edoardo Erba

con Alessandro Gassman, Manrico Gammarota, Sergio Meogrossi, Giovanni Anzaldo, Matteo Taranto, Natalia Lungu, Andrea Paolotti.

Regia di Alessandro Gassman

Società per Attori, Teatro Stabile del Veneto, Teatro Stabile dell’Abruzzo

Stagione del Teatro Stabile di Bolzano

Visto al Teatro Comunale di Bolzano l’8 dicembre 2011

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