musica e concerti — 17/11/2021 at 14:56

La Calisto debutta per la prima volta al Teatro alla Scala di Milano

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A 370 anni dal debutto del 1651 al teatro di Sant’Apollinare a Venezia, il Teatro alla Scala, per la prima volta ha proposto al pubblico l’opera La Calisto di Francesco Cavalli, con la regia di David McVicar e l’orchestra Les Talents Lyriques, integrata, per l’occasione, dall’orchestra di strumenti storici della Scala, e diretta dal maestro Christophe Rousset, “la coppia più bella possibile per questo progetto”, come ha affermato il sovrintendente Dominique Meyer. Quest’opera prosegue il “progetto barocco” che il Teatro porta avanti da qualche stagione scegliendo titoli di Händel e Monteverdi.

La Calisto, ispirata alle Metamorfosi di Ovidio, racconta come Giove, sceso con Mercurio sulla terra, seduca Calisto, ninfa seguace di Diana, assumendo l’aspetto della Dea, che invece desidera il pastore Endimione, innamorato di lei. Furiosa Giunone trasforma la ninfa in orsa, ma Giovela chiama in cielo in forma di costellazione, l’Orsa Maggiore. È un’opera che porta il pubblico in un’atmosfera di sotteso erotismo e ricercata leggerezza, tipico della Venezia del ‘600. Nel libretto di Giovanni Faustini uomini, dei e semidei alternano versi solenni a un linguaggio più licenzioso con uno sviluppo complesso. In conferenza stampa Rousset ha spiegato che: “Se uno ha ascoltato il disco forse non la riconoscerà ” perché della partitura originale esiste in un unica copia ed è spesso lacunosa, scritta per un ambiente di dimensioni significativamente inferiori rispetto al Teatro alla Scala. Per questa ragione l’orchestra di strumenti storici della Scala è stata affiancata all’orchestra Les Talents Lyriques: sono stati aumentati archi, viole, chitarre, arpa, lirone e organo.

crediti foto Brescia e Amisano ©Teatro alla Scala

Nelle sue partiture d’opera Cavalli si limitava alla linea di basso e alle parti vocali, alla perizia degli strumentisti era lasciato il compito di improvvisare le parti mancanti. Christophe Rousset nella sua lettura dello spartito completo sottolinea il lessico e la sintassi del linguaggio musicale, accentua l’alternanza dei recitativi e delle arie, con gli intermezzi di collegamento, sia vocali, sia strumentali. Il risultato è di una tale gradevolezza d’ascolto che quasi nasconde al pubblico la complessità della scrittura musicale. Per interpretare la parte di Giove nelle vesti di Diana,Rousset sceglie Diana stessa (Olga Bezsmertna) invece del basso in falsetto, rinunciando al carattere grottesco e sottolineando l’indicazione originale e la bellezza drammatica e musicale dell’opera.

Ai cantanti, tutti eccellenti specialisti di questo repertorio, oltre alla competenza stilistica è stata chiesta una non scontata prova recitativa. La soprano Chen Reiss, con fraseggio curato e timbro dolce interpreta la verginità e la delicata sensualità di una Calisto ingenua ed eterea. Il basso Luca Tittoto scende come un Re Sole da un trono su una nuvola calata dall’alto e investe la scena con voce grave, molto espressivo e ben controllato, conferendo al personaggio di Giove autorevolezza e regalità. Il tenore Markus Werba ha recitato un Mercurio protagonista di alcune delle scene più apprezzabili, divertente e sempre ben misurato. Il controtenore Christophe Dumaux, che interpreta il pastore Endimione, sottolinea l’intenso lirismo del personaggio, e culmina nel seducente duetto con Diana. La soprano Olga Bezsmertna ha forse interpretato il ruolo più complesso, vestendo i panni della dea Diana casta e pura che resiste alla passione e soprattutto quelli di Giove trasformato in Diana, passaggio interpretativo eccellente sia per la interpretazione teatrale sia per lo stile del canto. La soprano Véronique Gens è stata una affascinante Giunone, superba, fiera e regale sia vocalmente sia teatralmente.

crediti foto Brescia e Amisano ©Teatro alla Scala

La mezzosoprano Chiara Amarù, ha dato voce ad una Linfea che risponde perfettamente al personaggio, tenuto con non facile raffinatezza senza scadere in eccessi, nei quali la licenziosità del testo potrebbe indurre. Il basso Luigi De Donato, nel ruolo di Silvano, è stato convincente sia come recitazione, sia come prova canora. Precise puntuali e senza sbavature anche le soprano Federica Guida (Furia/Eternità) e Svetlina Stoyanova (Furia/Destino), lievemente più debole il controtenore John Tessier (Pane/Natura). Infine la soprano Damiana Mizzi nei panni di un satirino ha riempito la scena di vivacità e leggerezza.

La scena di Charles Edwards, i costumi di Doey Lüthi, le luci di Adam Silverman, la coreografia di Jo Meredith e i video di Rob Vale hanno presentato uno spettacolo perfettamente in sintonia con lo spirito barocco, con ingegnose macchine teatrali, come il trono di Giove, e botole in cui si inabissano e da cui salgono alcuni personaggi. L’ambientazione è all’interno di una biblioteca sovrastata dalle costellazioni, ma è anche un antico osservatorio astronomico al cui centro si impone un telescopio, dichiarato riferimento a Galileo, negli anni della sua obbligata abiura, in contrasto con la coeva libera Venezia, benché sempre sotto vigile controllo. Grandi finestre si aprono sull’ esterno, su cui si susseguono i video che di volta in volta rappresentano i quattro elementi in cui si svolge la vicenda incentrata sulla dea Diana: i campi aridi, il fuoco e la foresta del primo atto, il monte Liceo, la terra e il fiume Erimanto del secondo, le fonti del Ladone, l’acqua e l’Empireo, simbolo dell’aria, del terzo.

crediti foto Brescia e Amisano ©Teatro alla Scala

Visto al Teatro Alla Scala di Milano il 13novembre 2021

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