RUMOR(S)CENA – MILANO – Ovazioni di oltre dieci minuti trasformatesi in un uragano di applausi ritmati (mai visti, o rarissimi, alla Scala) hanno accolto la replica di Cenerentola nel teatro milanese, diretti al secondo, giovane cast in gran parte giapponese (con l’apporto dell’impagabile Marco Filippo Romano) e segnatamente al direttore Gianluca Capuano. E allora vi diciamo, senza dubbi; per cogliere il senso di rivoluzionaria freschezza di questa realizzazione (nel contenitore di eterna e intatta bellezza di Jean-Pierre Ponnelle) non perdetevi l’ultima recita di venerdì 19 settembre. Gianluca Capuano è tutto quello che io desidero da un grande, grandissimo direttore: lo sanno bene a Salisburgo, dove Hotel Metamorphosis è stata la sensazione forse massima del Festival estivo 2025. Ovvero: la “fantasia colta” al potere, cultura e fantasia.

Capuano rilegge il capolavoro e realizza una rivoluzione paragonabile a quella operata, all’epoca, da Claudio Abbado. Claudio “purificò” magistralmente il testo rossiniano, rendendolo un cristallo, Capuano mantiene intatta l’assoluta pulizia del tessuto orchestrale e il “teatro dell’assurdo delle voci” ma incendia letteralmente tutta la materia, di “rubato” e di ininterrotta mobilità di frase. La rivoluzione è, esattamente, questa: si può (ma verrebbe da dire: si deve, dopo questa direzione sensazionale) mantenere la purezza del dettato musicale, ma la materia rossiniana è movimento continuo, che dà vita, negli strumenti e nelle voci acrobaticamente incastrati gli uni nelle altre, alla fisionomia surreale del teatro comico di Rossini, rendendolo come nuovo, e folle, ed incandescente. Lo si intuisce fin dall’attacco “misterioso” della sinfonia: stiamo entrando in un mondo nuovo, nel quale gli strumenti “parlano”, sono personaggi per se stessi e poi “insieme” alle voci. Il “crescendo” orchestrale è allo stesso tempo implacabile nell’esattezza e libero e folle nella scansione. Il rubato à travolgente.

E qui bisogna subito citare, per non dimenticarsene, il “personaggio in più, della lettura di Capuano: il fortepiano di Marco Gatti (con il cembalo di Daniele Di Teodoro) che parla, incalza, fa schizzare frammenti di citazioni, suscita humour: bisogna non perderne una nota, nella rapidità prodigiosa degli interventi. È incredibile la trasparenza delle percussioni (bravissimi!). E andrebbe citato ogni istante di “inserzione” degli strumenti sulle e nelle voci, la concertazione di Capuano è una pazzesca ragnatela strumentale-vocale. Posso citare, nell’arco dei due atti, alcuni momenti: l’arrivo di Ramiro e l’atmosfera incantata del primo incontro- riconoscimento di elezione amorosa con Angelina. Il magistrale “galopp” (momento capitale intatto dell’immortale Ponnelle, il tappeto che si srotola e Dandini e sorellastre che vi galoppano) di Dandini, qui davvero portato ad un grado surreale di vis comica.

Lo humour “cattivo” (c’è tanta cattiveria in Cenerentola, è la storia della cattiveria e della bontà) in tutto il disegno della figura di Don Magnifico (Filippo Romano favoloso!). L’uso dei legni, ed ancor più dei corni “sulle” voci. L’incredibile (mai ascoltato così!) “commento” delle viole a “Nel volto estatico di questo e quello”. Le “croccanti”, militaresche entrate del coro. Il trapasso continuo dalla ridda sfrenata all’incanto dello stupore “bloccato”, e viceversa: nel finale primo atto il passaggio da “Parlar, pensar vorrei” alla ridda irresistibile dei “giardini e boschetti” è, in Capuano (ma lo è in Rossini) puro teatro dell’assurdo. Ancor più nel secondo atto: la sequenza dal temporale al “Nodo avviluppato” si snoda in un’atmosfera surreale di tinte, di uso dello strumentale nelle e con le voci (il canto degli uccellini a fine temporale!! Un surreale ritorno alla vita).

E il tutto va a sfociare nella incantevole scansione data al conclusivo “Non più mesta”, con l’ottavino che dà il via in rubato, e il canto che in orchestra e nella voce di Angelina rallenta e accelera, in una vertigine morbida, non è virtuosismo fine a se stesso, il rondò così eseguito, ma è l’incanto della bontà che vince. Ad una lettura come questa non servivano i Berliner Philarmoniker o Teresa Berganza o Marilyn Horne o Hermann Prey o Juan Diego Florez. Servono (e servono benissimo) un’orchestra e voci non tanto eccelse in sé quanto aperte, in suoni, canto ed azione scenica, alla freschezza e novità insufflate dal podio (e dalla vivace ripresa di Ponnelle di Federica Stefani). L’Accademia della Scala e questo cast “orientale” rispondono a tutte le sollecitazioni di Capuano. C’è un Ramiro notevole da tenere d’occhio, l’elegante vocalità di Chuan Wang. C’è una Angelina volitiva e alla fine suadente nel Rondò letto a nuovo, Aya Wakizono. C’è un Dandini mai visto: la voce leggera del longilineo Sung Hwan Damien Park si “accorcia” nel registro basso ma è irresistibile nell’uso del corpo a perfetto ritmo di musica, un Dandini-folletto-Peter Pan, davvero mai visto, Ponnelle sarebbe andato in visibilio per lui.

Due furie scatenate le sorellastre Dilan Saka e Maria Martin Campo. Solenne Alidoro Huanhomg Li. E su tutti “veglia”, irresistibile, Marco Filippo Romano che, nel timbro e nella fisicità opposte e nella forza scenica, ci riporta alla storica realizzazione di Don Magnifico di Paolo Montarsolo: timbro scuro il longilineo allampanato Paolo, voce chiara il tondeggiante ma acrobatico e bravissimo Marco Filippo. Venerdi 19 settembre l’ultima occasione di godere appieno la freschezza nuova, innestata sull’eternità di Ponnelle, della Cenerentola di Rossini vivificata da Gianluca Capuano con l’Accademia e questo cast.
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Visto al Teatro alla Scala il 13 e il 15 settembre 2025
https://www.teatroallascala.org/it/stagione/2024-2025/opera/la-cenerentola.html




