Teatro, Teatrorecensione — 17/07/2011 22:22

Dal 7 al 28 c’è spazio per un infinito mondo dove abita Rezza

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Il mondo gira intorno ai numeri. Sono parziali, algebrici, infiniti, si possono sommare, dividere, sottrarre e naturalmente raddoppiare, come in “7,14,21,28”. Da qui in poi va avanti Antonio Rezza nel suo funambolico viaggio, fuori-dentro/laggiù-quaggiù: un giro intorno al pianeta degli umani, e (non), esseri dotati di intelletto (e altri meno), specie rare in via di estinzione.

Uomini un po’ dissennati, resti umani anche non identificati, in lenta dissoluzione. Sciolti sotto una montagna di numeri saltellanti e divertenti, come solo Antonio Rezza, sa sciorinare, in un excursus dialogico e fisico, una via di mezzo tra meta comunicazione e surreale quanto personalissima, visione delle cose. Duole dirlo, ma è lo specchio di una società italiana in via di disfacimento. In caduta libera. A farcelo capire ci pensa la sagace e sarcastica intelligenza del performer – attore, sottile analista dei vizi e delle debolezze di una nazione che usa male i suoi “numeri”, e si fa cogliere , troppo spesso, in fallo.

Rezza, ottimamente coadiuvato da Flavia Mastrella, abita strani marchingegni, dove entra, si infila, si arrotola, lega, vola, danza, e altre mille diavolerie pensate appositamente per questa creazione teatrale. E’ un susseguirsi a ritmo frenetico di azioni “spericolate”, quanto basta per farci “volare” anche noi. In scena intanto vola l’altalena, spinta sempre di più da un padre che sembra sfogare tutte le sue frustrazioni esistenziali, a danno di chi ci sta seduto sopra.

Su quella tavoletta di legno, usata anche in modo improprio, non c’è solo un infante, ma il capro espiatorio di una società che non è più capace di ascoltare, comprendere, amare, giustificare e assolvere. E da qui in poi si corre verso i numeri che spiegano e/o lasciano intravedere cosa c’è in fondo al nostro buio. Quello del nostro inconscio che, spesso, ci costringe a non rispettare il nostro prossimo. Lui, intanto, diventa un saltellante folletto che riesce a circumnavigare a vista, su e giù sulla sua zattera volante, zeppa di attrezzi che si lasciano trasformare in onirici oggetti, macchine sceniche combinate con estrema semplicità, quanto eleganti.

Tutto il lavoro di Rezza ha una sua eleganza lineare, quasi geometrica, nel nonsense, nello scavo in profondità degli abissi umani. Avanti c’è posto per tutti: la Chiesa e le sue nefandezze pedofile, l’ipocrisia imperante che vige nelle alte sfere. La mediocrità mutuata in fenomeni sociali da civiltà che si sgretolano. Operai precari, padri separati, aspiranti candidati a cariche politiche, gente con un pelo sullo stomaco capace di calpestare chiunque, pur di arrivare al potere, Rezza corre e porta in scena, personaggi usciti dalla penna visionaria di un illustratore di storie, che non hanno un inizio tanto meno un finale. Il motociclista a petto nudo con stivali rossi d’ordinanza è un rambo, eroe solitario, cavaliere post moderno. Un Don Chisciotte senza cavallo.

Rincorre la vita che gli scappa via dalle mani, la riprende, la lancia in aria e ti costringe a fare i conti con sé stessi. La risata è pur sempre liberatoria; ma attenzione, Rezza spiega che dietro il comico, c’è anche il tragico, e non possiamo eluderlo. Nessuno come lui conosce i segreti per costruire un immaginario senza confini, in grado anche di svelare i meccanismi perversi quanto realistici di una società poco incline a preservarsi da contaminazioni nocive.

Non vuole impartirci lezioni di nessun tipo. Lancia tutto verso la platea, sta poi ad ognuno raccogliere ciò che sente più appartenente alle proprie convinzioni. Che sia uomo o la strana coppia che si vuole sposare, un doble face a seconda di come si girano, davanti o dietro. Non ci sono confini preordinati nel suo “7, 14,21,28”, non ci sono limiti imposti da una drammaturgia che non c’è , “un testo (mai) scritto” – spiega Rezza – e gli crediamo dopo averlo visto. Le parole servono solo a costruire l’impalcatura del suo spettacolo, dentro gli arredi sono composti da una straordinaria duttilità fisica e linguistica, una forza cinetica che non ha pari. Esce ed entra dalla scena come un podista impegnato in una maratona sulle lunghe distanze. Anche quando si trasforma in cacciatore e rincorre la sua preda, la valida spalla di Ivan Bellavista. Una sorta di Olimpiade teatrale. Il vincitore è sempre lui, inutile provare a stargli dietro. Si smarca immediatamente e scatta in avanti. Lo sprint del vincitore. E ancora una volta taglia il traguardo con uno stadio che lo applaude con convinzione e lo premia, ancora una volta.  La miglior soddisfazione che un artista della sua caratura possa ambire.

 

Crediti fotografici di Stefania Saltarelli

 

7,14,21, 28 di e con Antonio Rezza e Ivan Bellavista.  Habitat di Flavia Mastrella. Regia di Antonio Rezza e Flavia Mastrella. Visto al 36 esimo Festival Pergine Spettacolo Aperto il 9 luglio 2011

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