Teatro, Teatrorecensione — 17/05/2014 14:11

“Diario di un pazzo” rumeno: il marxista si ribella all’alienazione

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FIRENZE – Veloce come una farfalla, pungente come un’ape, diceva il grande Alì volteggiando da ballerino sul ring molleggiandosi sulle corde e infilzando come banderillas di colpi l’avversario. Se “L’ape” di Schubert porta gioia, velocità futurista e allegria svolazzante, qui il violino zigzagante del talento Alexander Balanescu (visto in “Amore e carne” con Pippo Delbono) rende alla perfezione le ferite che il virus della follia instilla nelle azioni dell’impiegato gogoliano (quest’anno per la regia di Damiano Michieletto è andato in scena “L’ispettore generale” a cura dello Stabile del Veneto) all’interno del suo personale castello kafkiano in un procedere per passaggi e strappi, per esecuzioni e tagli a squarciare il limite della compostezza e travalicare nelle suggestioni ipnotiche patologiche.

Pazzo

Possiamo applicare al “Diario di un pazzo” una prima lettura sociale, compunta da quella altrettanto importante lavorativa per concludere con una tesi politica. I tre panorami s’intrecciano anche se, è bene dirlo, questa versione rumena non innesca nessun nuovo processo d’indagine, nessuna invenzione scenica o registica, nessuna nuova lettura dissacrante, originale, pur rimanendo una buona prova d’insieme suggellata dalla maestria strumentistica che ora appiana, adesso trafigge, ora scala, adesso scrosta, facendo drammaturgia pura e parola.

Il “nostro” infelice (capace Marius Manole, febbrile isterico sintomatico) è un Woyzeck che, dopo una vita passata ad appuntire matite per il capo (viene in mente il povero italico ragionier Fantozzi) trova, finalmente, una sua ragione di vita in un fazzoletto caduto (egli crede lasciato cadere come promessa d’amore) dalla figlia del dirigente. E’ la classica goccia che fa traboccare il vaso di una vita sul limite del silenzio, sul limite delle convenzioni. E’ la piccola spinta che crea la valanga interiore che lo porterà alla tesi complottistica con al centro la ferma convinzione ubuiana di essere il Re di Spagna. Chisciottiano per sua stessa natura, perdente ed invincibile quindi, il “pazzo” è stretto tra burocrazia e uffici, nomenclatura e ruoli da rispettare, regole, pratiche e timbri, funzionari grigi che lo incasellano, lo frustrano, lo impacchettano fin quando, come spumante gassato per troppo tempo smosso, non esplode mordendo le caviglie alla Luna. L’amore è un alibi, una scusa per sparpagliare le carte polverose.

Pazzo 2

E’ lo scrivano Bartleby melvilliano ma senza la sua convinzione da mulo, è un contemporaneo Orlando ariostesco che ha perduto il senno compresso in una normalità appiattente e deformante, figuro dostoevskiano, meno drammatico più surreale, ante litteram, essendo Gogol precedente. Un mondo a gerarchie stabili piramidali di caste chiuse inespugnabili con contadini, borghesi, militari e nobili. Il violino intanto, al quale per l’impeto e la forza e la decisione e la passione, saltano i crini di cavallo come capelli di strega elettrizzata, è azione e guerriglia, è fretta e pioggia di grandine, soffia sui sentimenti e sui cambi di status del protagonista: è febbricitante e malato, è tremolante e agitato, alterato e squassato; il violino è il termometro che la “temperatura” si sta decisamente alzando fino a perderne contorni e linee rette.

Balanescu intanto diventa la cagnetta che parla, si veste da rumorista per trasformarsi nella punta del lapis o nella porta cigolante che si apre, è ossessione e follia macera e marcia, è il timer che scorre fino all’implosione, all’esaurimento delle risorse interne, alla detonazione, all’autoeclissi. E’ il lavoro alienante e spersonalizzante che porta e conduce e riduce l’uomo prima ad essere macchina poi a rifiutare di essere soltanto automa, è il terziario, sono le scartoffie che imprigionano l’essere umano, che lo uccidono prima del tempo. Il pazzo forse è soltanto un comunista marxista.

Diario di un pazzo”, da: Nikolaj Vasil’evic Gogol. Regia, adattamento del testo, disegno luci: Felix Alexa. Con: Marius Manole, Alexander Balanescu. Scenografia e costumi: Diana Ruxandra Ion. Musica: Alexander Balanescu. Produzione: ArCuB Bucarest. Visto alla Stazione Leopolda, Firenze, il 15 maggio 2014, Festival “Fabbrica Europa”.

 

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