Teatro, Teatro recensione — 17/01/2019 10:53

Ascesa e caduta di un mito: nelle gesta del “Tempo di Chet” la storia maledetta di Baker

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RUMOR(S)CENA – TEMPO DI CHET – PAOLO FRESU – BOLZANO – Ascesa e caduta di un mito: così si può riassumere la vita di un uomo dotato di talento artistico fuori dal comune la cui vita fu segnata da un destino infausto e maledetto. Chesney Henry “Chet” Baker, Jr. , figura leggendaria del jazz, è stato un trombettista e cantante nato negli Stati Uniti d’America, tra i pochi ad affermarsi nel settore musicale allora dominato da artisti di colore. Una vita tragica quanto avventurosa costellata da successi, concerti e incisioni discografiche, e come contraltare alla sua vita dissoluta: arresti, condanne, detenzioni e la grave dipendenza da eroina, fino alla morte avvenuta ad Amsterdam. Chet volò giù dalla finestra di un hotel in circostanze mai chiarite del tutto. Forse un suicidio e sotto effetto della droga. Il musicista suonò anche in Italia durante le sue tournée che lo portavano spesso ad esibirsi nei locali di musica jazz, e tra il 1959 e il 1960 incise dei dischi con l’orchestra di Ezio Leoni, suonando con Franco Cerri, Gianni Basso e Fausto Papetti. Tra le sue frequentazioni celebri anche quella con il pianista italiano Enrico Pieranunzi con il quale collaborò a lungo.

Fin qui la storia romanzata e la biografia talmente ampia da poterci scrivere dei saggi dove far confluire l’aspetto dell’artista e la debolezza umana votata all’annientamento di se stesso. Resta indelebile il mito come spesso accade per le star dello spettacolo scomparsi precocemente dalle scene. Il teatro lo restituisce in questo periodo con lo spettacolo Tempo di CHET. La versione di Chet Baker, prodotto dal Teatro Stabile di Bolzano (attualmente in tournée) in cui la drammaturgia di Leo Muscato  e Laura Perini (Muscato firma anche la regia) si fonda con la partitura musicale curata e interpretata da Paolo Fresu. Un gemellaggio con l’intento di offrire una rievocazione narrativa molto suggestiva della vita di Baker; accompagnata dalle atmosfere sonore eseguite da bravissimi musicisti sulla scena a sottolineare i quadri scenici pensati come “fotografie” che raccontano.

 

foto di Tommaso Le Pera

Appaiono dal buio i personaggi che compongono la biografia del musicista, interpretato da Alessandro Averone, artista dannato” attorniato da chi lo ha conosciuto, amato, aiutato e ha collaborato con lui suonandoci insieme. Lo spettacolo si avvale di dialoghi tra Chet e chi li era vicino e altri significativi passaggi dove viene rievocato: sono testimonianze capaci di riportare lo spettatore indietro nei tempi, identificandone le sue abitudini, le sue gesta e una sorta di descrizione analitica del suo carattere. Il regista sceglie un registro più narrativo rispetto ad una dinamica di scambi tra personaggi (la relazione a due avviene tra Chet e il suo agente o proprietario di un locale dove chiede di suonare) nella complessità che evolve grazie al supporto musicale live del trio composto da Paolo Fresu alla tromba e al flicorno (quest’ultimo strumento fu suonato anche da Chet), Dino Rubino al piano, Marco Bardoscia al contrabbasso. La musica è coprotagonista assoluta nei passaggi più salienti della travagliata vita di Chet Baker, creando le atmosfere necessarie per immedesimarsi in un intreccio di ricordi dove trova spazio la memoria e forse anche un sentimento di nostalgia, sopito dallo scorrere del tempo intercorso dalla sua scomparsa e prematura morte. Un collage che compone le fasi salienti della celebre (ma anche criticata) esistenza del musicista dove la scissione tra le doti artistiche e il talento si scontrano e divergono con le sue debolezze umane e psicologiche.

foto di Tommaso Le Pera

L’io di un idolo del jazz e la triste realtà delle azioni penalmente perseguibili. Il ritratto di Chet è tutto nelle parole che Rufin Doh, Simone Luglio, Debora Mancini, Daniele Marmi, Graziano Piazza, Mauro Parrinello, Laura Pozone (un cast di attori e attrici sempre attenti a corrispondere alla regia e sincronizzati nelle loro apparizioni fulminee e significative) dedicano al protagonista Alessandro Averone al quale il regista ha chiesto di calarsi sempre più nel personaggio di Chet, per nulla facile da interpretare a causa delle mille sfaccettature derivanti da una personalità così complessa. Il meccanismo su cui ruota la storia è regolata bene e cattura l’attenzione (anche perché la figura di Chet crea una sorta di fascinazione) e la recitazione è sempre sostenuta e non cede mai alla retorica nel giudicare ma opta nel raccontare nel bene e nel male l’ascesa e la caduta: la prima tromba regalata dal padre di Chet fino al volo fatale che decretò la parola fine.

Fulvio Bardoscia Paolo Fresu foto di Tommaso Le Pera

Visto al Teatro Comunale di Bolzano il 7 novembre 2018

 

in tournée e fino al 20 gennaio in scena al Teatro Elfo Puccini di Milano

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